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SPECIALE: PARLIAMO
DI ... CUORE
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SPORT E RISCHIO
CARDIACO
Tra i
fattori di rischio per le malattie cardiache oltre al fumo, l'ipercolesterolemia
e l'ipertensione arteriosa è stata recentemente inserita la sedentarietà o
mancata attività fisica. Questo perché si ritiene che l'attività fisica svolta
da soggetti sedentari per una durata di 30 minuti quotidiani, riduce i rischi di
cancro dell'intestino e del colon, di osteoporosi, ipertensione arteriosa,
depressione ansietà e stress.
È inoltre doveroso precisare che, quando si parla di attività fisica, non ci si
riferisce esclusivamente agli esercizi aerobici come il jogging il ciclismo, il
nuoto, ma anche ad altre attività che si effettuano quotidianamente quali salire
le scale, camminare per la città o praticare hobby come il giardinaggio. È da
considerasi ugualmente importante l'allenamento di sport di resistenza e gli
esercizi con i pesi perché aumentando la forza contribuiscono a bruciare il
grasso corporeo ed aiutano a diminuire la quantità di colesterolo nel sangue.
I benefici che l'esercizio fisico procura si possono così sintetizzare:
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diminuzione della pressione arteriosa media;
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diminuzione del colesterolo totale ed LDL (colesterolo cattivo);
-
diminuzione dei rischi di lesioni ortopediche;
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diminuzione del grasso corporeo;
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miglioramento dell'efficienza di cuore e polmoni;
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controllo e prevenzione dello sviluppo di diabete;
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aumento del colesterolo buono (HDL);
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aumento dei livelli energetici;
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aumento della tolleranza allo stress ed alla depressione.
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Le conseguenze che
l'attività fisica apporta all'apparato sono difficilmente schematizzabili perché
ciascuno sport procura in impegno cardiaco. Questo infatti a seconda dei diversi
sport può essere costante nel tempo, come ad esempio nella maratona in cui la
durata della gara è relativamente lunga, o intermittente come per le attività
aerobico-anaerobiche. Altre attività invece, come alpinismo, sport subacquei,
sport motoristici etc. hanno un rischio intrinseco riconducibile all'ambiente
sfavorevole in cui vengono svolti.
Si può quindi concludere che il rischio aumenta per i soggetti che praticano
sport di contatto nei quali possono verificarsi traumi contusivi toracici o
violenti stimolazioni cardiache come i traumi cranici, in grado di facilitare
fenomeni aritmici di tipo ipocinetico. Si è verificata dunque l'esigenza di
classificare i diversi sport considerando gli effetti acuti e cronici che
l'attività fisica determina sull'apparato cardiovascolare, per realizzare uno
strumento di guida diretto agli specialisti di medicina dello sport; questo
strumento è stato fornito dalla Bethesda Conference e dal COCIS. Come criteri
guida per la classificazione sono stati presi in considerazione il carico di
pompa, la pressione di esercizio, la frequenza cardiaca e le influenze
emozionali, non solo nel momento della gara ma anche nell'allenamento.
CUORE
Situato al centro della gabbia toracica, il cuore è l'organo del corpo umano che
assicura la funzione circolatoria attraverso il pompaggio continuo del sangue.
La sua costante azione di pompaggio mantiene irrorati in modo continuo tutti gli
organi; questo lavoro si compie secondo un doppio circuito simultaneo. Un
circuito passa attraverso i polmoni, dove il sangue cede l'anidride carbonica e
prende l'ossigeno dell'aria attraverso le pareti degli alveoli polmonari;
l'altro circuito interessa tutti gli altri organi, alimentati a partire dalla
stessa arteria principale, l'aorta.
ANATOMIA E FISIOLOGIA
Il
cuore è un muscolo, essendo costituito prevalentemente da fibre muscolari
(miocardio), ha la forma di un ellissoide, con un asse longitudinale più lungo
ed uno trasversale più corto. Il suo peso medio è di circa 350 g. nell'uomo e
300 g. nella donna.
È situato al centro del torace, più esattamente nel mediastino, con la punta o
apice diretta in avanti e verso sinistra. L'organo non è libero nel torace, ma è
contenuto in una specie di sottile sacchetto di rivestimento che è il
pericardio, all'interno del quale c'è una piccola quantità di liquido sieroso.
Anche la superficie interna delle pareti del cuore è rivestita da un sottile
foglietto di tessuto, che è l'endocardio.
Al suo interno si riconoscono 4 cavità (o camere), 2 atri e 2 ventricoli,
rispettivamente atrio e ventricolo destro, atrio e ventricolo sinistro. Gli atri
formano la sommità del cuore e sono costituiti da tessuto muscolare più sottile
rispetto ai ventricoli, che costituiscono la gran parte dell'organo e sono più
spessi e robusti degli atri.
I due atri, destro e sinistro, sono separati fra loro dal setto interatriale ed
i due ventricoli dal setto interventricolare; così che le sezioni destre e
sinistre del cuore sono tra loro nettamente separate. Le cavità degli atri sono
separate da quelle dei ventricoli dalle valvole atrio-ventricolari che sono la
valvola tricuspide, situata tra atrio e ventricolo destro, e la valvola mitrale
o bicuspide, fra atrio e ventricolo sinistro.
Rispettivamente dal ventricolo sinistro e dal ventricolo destro si dipartono
l'arteria aorta e l'arteria polmonare, ed altre due valvole, aortica e
polmonare, sono situate al punto di passaggio fra i ventricoli e i suddetti
vasi.
La funzione delle valvole cardiache, con il loro alterno movimento d'apertura e
chiusura, è quella di assicurare al sangue pompato dal cuore nella sua attività
un flusso unidirezionale.
COME FUNZIONA?
Il cuore funziona come una pompa aspirante e premente, ricevendo il sangue dalla
periferia e pompandolo nuovamente in avanti, ad ogni sistole, nel sistema
circolatorio, fino alle estreme ramificazioni dell'albero arterioso.
In condizioni di riposo, dal ventricolo sinistro sono espulsi ad ogni
contrazione (sistole) circa 70 centimetri cubici di sangue, vale a dire circa 5
litri al minuto, ma tale quota può aumentare fino a 4-6 volte durante l'attività
fisica. Il sangue arterioso espulso dal ventricolo sinistro percorre l'aorta e
le successive diramazioni arteriose e raggiunge i tessuti a cui cede l'ossigeno
e da cui riceve l'anidride carbonica e gli altri prodotti del metabolismo.
Il sangue venoso, povero d'ossigeno e ricco d'anidride carbonica, ritorna al
cuore attraverso le vene. Passando poi attraverso i polmoni, è depurato
dell'anidride carbonica ed arricchito nuovamente d'ossigeno. Non c'è mai
commistione tra sangue venoso e sangue arterioso.
Le contrazioni del cuore, che normalmente sono circa 72 al minuto (la frequenza
cardiaca normale è compresa tra 60 e 100 battiti al minuto) in condizioni di
riposo, ma che possono aumentare di più del doppio durante l'attività fisica,
avvengono ritmicamente, automaticamente e spontaneamente. Il controllo della
contrazione spontanea del cuore è dovuto ad una sorta di centralina che è
situata nell'atrio destro e che si chiama "nodo del seno"; lo stimolo che qui si
produce è condotto a tutte le regioni del cuore mediante un sistema di fibre di
conduzione assimilabile ad un impianto elettrico.
Nell'immaginario popolare, il cuore è generalmente ritenuto un organo assai
delicato ed alquanto fragile, probabilmente perché è tradizionalmente ritenuto
il centro degli affetti e dell'emotività, e perché si confonde il suo controllo
nervoso, complesso e delicato, con la sua funzione meccanica.
Il cuore è invece una pompa assai robusta ed incredibilmente duratura: basti
pensare che esso effettua circa 100.000 contrazioni ogni giorno mediamente per
circa 80 anni e talora per 100 e più anni. Ogni giorno, esso compie un lavoro
meccanico pari al sollevamento di una massa di circa 1000 kg (una macchina di
media cilindrata) ad un'altezza di 10 metri, e nel corso dell'intera vita compie
un lavoro utile esterno pari a circa 1000 kw/h, un lavoro che consentirebbe di
sollevare una portaerei di 3 metri sul pelo dell'acqua. Nessun congegno
meccanico costruito dall'uomo è in grado di operare a questi livelli.
IL CUORE IN CIFRE
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Contrazioni
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Al minuto (media, a riposo):
In un'ora:
In un giorno:
In un anno:
In 74 anni (vita media) |
72
4300
100.000
36.000.000
2.660.000.000 |
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Sangue pompato |
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In un minuto:
In un'ora:
In 24 ore:
In un anno:
In 74 anni: |
5 litri
300 litri
7200 litri
2.600.000 litri
195.000.000 litri |
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Energia sviluppata |
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In 24 ore: solleverebbe 1 tonnellata ad un'altezza di 10 m
In 70 anni solleverebbe una portaerei a 3 m sull'acqua |
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Lunghezza totale di arterie, vene e capillari: 100.000 km (2 volte e mezzo
il giro del mondo) |
COME SI NUTRE IL CUORE?
Per compiere una tale mole di lavoro, il muscolo cardiaco ha assoluta necessità
dell'apporto costante di ossigeno e sostanze nutrienti: è proprio questa la
funzione, comprensibilmente "vitale", delle arterie coronarie. Esse sono dei
vasi, all'origine abbastanza grossi, che, dipartendosi dall'arteria aorta subito
sopra il cuore, lo raggiungono circondandolo e avviluppandolo in una sorta di
rete o albero di ramificazioni sempre più sottili che, penetrando all'interno
del muscolo, lo irrorano estesamente allo stesso modo di un ottimo impianto di
irrigazione. All'origine, le arterie coronarie sono due, sinistra e destra; ma
una di esse, la sinistra, destinata ad irrorare la parete anteriore del cuore,
subito dopo la sua origine si divide in due rami, di cui uno raggiunge
propriamente la parete anteriore (arteria discendente anteriore) e l'altro le
regioni più laterali (arteria circonflessa); la coronaria destra, invece, irrora
le pareti inferiore e posteriore. Ne consegue, in definitiva, che le
coronarie sono funzionalmente tre. Vi possono essere, e generalmente vi sono,
dei vasi più piccoli ed a vario livello i rami principali: questa rete di
connessione viene denominata "circolo collaterale".
LE MALATTIE
CARDIOPATIE
Il cuore, nelle sue varie componenti strutturali, quali il muscolo propriamente
detto, i suoi foglietti di rivestimento esterno (pericardio) e interno
(endocardio), gli apparati valvolari ed i vasi che lo irrorano, può essere sede
di molteplici processi patologici.
Le cause possono essere congenite, per malformazioni presenti già alla nascita e
dovute ad errori nella fase dello sviluppo del feto, o acquisite nelle varie
epoche della vita. La grandissima maggioranza delle cardiopatie che vengono alla
nostra osservazione sono acquisite e dovute a cause assai diverse, di ordine
infettivo, infiammatorio, traumatico, ormonale, neoplastico e degenerativo.
Molto spesso il cuore si ammala in conseguenza di processi morbosi che, pur
interessando primitivamente altri organi ed apparati, inducono ripercussioni
negative sul sistema circolatorio: è il caso, ad esempio, delle malattie
polmonari, dell'ipertensione arteriosa, dei distiroidismi, etc.
Le diverse cause morbose precedentemente elencate agiscono con un meccanismo
comune: il danneggiamento della pompa e della sua funzione, fino allo scompenso
o insufficienza cardiaca, che è la sindrome con cui si definisce l'impossibilità
del cuore di svolgere correttamente la sua funzione fondamentale, cioè quella di
apportare ai tessuti ossigeno e nutrienti.
MALATTIE VALVOLARI
Fortunatamente, al giorno d'oggi, il reumatismo articolare acuto è in netta
regressione nei paesi occidentali, per merito delle condizioni igieniche,
ambientali e nutrizionali, ma fino a non moltissimi anni fa la malattia
reumatica era la causa principale delle alterazioni delle valvole cardiache.
Questa malattia, infatti, ha la terribile proprietà di aggredire le valvole,
danneggiando i tessuti dei lembi valvolari e degli apparati di sostegno, e
compromettendone variamente, e talora assai gravemente, la funzione, per cui le
valvole possono divenire "incontinenti", o ristrette al punto tale da impedire
il libero passaggio del sangue attraverso i loro orifizi. Queste due condizioni
opposte, ma spesso in misura varia coesistenti, vanno sotto il nome,
rispettivamente, di insufficienza o stenosi (restringimento) delle varie
valvole: aortica, mitralica, tricuspidale, polmonare.
Il cattivo funzionamento delle valvole presto o tardi genera una disfunzione
della pompa cardiaca, fino alla sua totale insufficienza, a causa delle abnormi
condizioni di lavoro cui è sottoposta.
Va ricordato, comunque, che la malattia reumatica, anche se la più rilevante,
non è la sola causa di patologia valvolare; infatti, soprattutto la valvola
aortica e la mitrale possono essere lese per alterazioni congenite cui si
sovrappongono i danni prodotti dall'usura e da processi degenerativi, spesso con
depositi di calcio.
La correzione delle malattie valvolari richiede in genere, ma non sempre,
l'intervento del chirurgo per la loro riparazione o sostituzione con valvole
artificiali. La chirurgia delle valvole attualmente ha raggiunto un ottimo
livello, con ottime percentuali di successo e bassa mortalità.
MIOCARDIOPATIE
Le malattie del muscolo cardiaco, del miocardio, sono di origine infettiva,
infiltrativa, degenerativa, e vanno sotto il nome di miocardiopatie o, se
riconoscono una genesi infettiva, o miocarditi. Numerosi agenti infettivi,
batterici, virali, protozoari, possono danneggiare più o meno estesamente il
miocardio, direttamente o tramite
le tossine da essi prodotte.
Le malattie primitive del muscolo cardiaco, la cui origine non è ancora del
tutto nota, ma che riconoscono spesso una base genetica, sono definite
miocardiopatie, nell'ambito delle quali si possono differenziare tre forme
diverse: la miocardiopatia ipertrofica, la dilatativa e la restrittiva. In tutti
e tre i casi si determinano danni più o meno gravi alla pompa cardiaca, dovuti
essenzialmente alle alterazioni della contrattilità indotte dalla malattia.
Infatti, nelle miocardiopatie ipertrofiche, per l'aumento abnorme dello spessore
delle pareti del cuore, è alterato soprattutto il rilasciamento dell'organo dopo
la sua contrazione.
Ogni pompa che si rispetti, prima di contrarsi per espellere il suo contenuto,
deve adeguatamente rilasciarsi per accoglierlo; inoltre, lo stesso abnorme
ispessimento di alcune regioni del setto interventricolare finisce con
l'ostacolare la corretta espulsione del sangue dal ventricolo in fase sistolica;
va considerato che un cuore abnormemente ingrossato, ipertrofico, è sempre un
cuore mal nutrito, perché lo sviluppo dei vasi non segue parallelamente quello
dell'accresciuta massa da irrorare.
Le miocardiopatie dilatative, al contrario di quelle ipertrofiche, inducono un
progressivo assottigliamento delle pareti del cuore ed una dilatazione della
cavità ventricolare, con un aumento, talora assai cospicuo, dei suoi diametri
interni. Ciò provoca una grave alterazione della geometria e della meccanica
cardiaca, poiché in queste abnormi condizioni di lavoro la contrattilità del
cuore si riduce notevolmente, determinando quindi l'insufficienza cardiaca: è
più o meno quello che avviene con un elastico che sia stirato oltre il limite
del suo indice di elasticità.
Nelle fasi avanzate, le miocardiopatie dilatative determinano un danno della
pompa cardiaca irreversibile e non suscettibile di risposta alle terapie
mediche: sono le cardiopatie che più frequentemente portano al
trapianto cardiaco.
Al contrario delle dilatative, le miocardiopatie restrittive, assai rare,
caratterizzate da processi infiltrativi delle pareti del ventricolo, determinano
una progressiva riduzione dell'ampiezza della cavità, con contemporaneo aumento
della rigidità, cui conseguono anomalie più o meno gravi della contrattilità e
del rilasciamento ventricolari.
Nel loro complesso, le miocardiopatie primitive non sono assai diffuse. E'
invece assi più diffusa nella popolazione in generale una forma di
miocardiopatia che può svilupparsi a seguito delle forme più avanzate e severe
di patologia coronaria, e che si definisce miocardiopatia ischemica. Le sue
conseguenze sul piano meccanico e la sua gravità sono molto simili a quelle
della miocardiopatia dilatativa.
VASI
ARTERIE
Le arterie sono i vasi in cui scorre il sangue dal cuore sinistro alla periferia (grande
circolo) ed ai polmoni (piccolo circolo).
Dal cuore destro parte l'arteria polmonare, che conduce sangue non ossigenato ai
polmoni (piccolo circolo); dal cuore sinistro nasce l'aorta che distribuisce
sangue ossigenato a tutto il corpo (grande circolo).
Le arterie di grande calibro, allontanandosi dal cuore, si ramificano in arterie
di medio e piccolo calibro fino alle arteriole precapillari. I rami forniti
dalle arterie sono di due tipi: terminali, dovuti alla biforcazione di un tronco
arterioso che cessa di esistere (es. l'arteria brachiale o omerale, che si
sdoppia nella radiale e nella ulnare); collaterali, che si distaccano da
un'arteria che poi prosegue il proprio corso. La struttura delle arterie si
modifica con il variare del loro calibro.
Le tuniche. Anatomicamente si divide la loro parete in tre strati chiamati
tuniche. L'intima la più interna, sta a contatto con la membrana basale
dell'endotelio a contatto con il sangue; composta di connettivo con fibrociti e
rare fibrocellule muscolari, essa è un'arteria separata dalla membrana elastica
interna dalla tunica media in cui si trovano fibrocellule muscolari lisce
disposte circolarmente. A sua volta la media è divisa dalla membrana elastica
esterna (che è un addensamento di fibre elastiche) dalla tunica avventizia,
composta da fibre collagene ed elastiche orientate secondo l'asse del vaso. La
componente muscolare è prevalente nelle arterie di piccolo calibro.
QUALI MALATTIE LE COLPISCONO?
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Arterite
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Arteriopatia periferica
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Tromboangioite
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Arteriosclerosi
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Aneurismi delle arterie
cerebrali
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Aneurisma dell'arco
aortico
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Angina abdominis
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Dissezione aortica
(aneurisma dissecante)
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AORTA
È il
più grande tronco arterioso del corpo. Dall'aorta si originano tutte le arterie
della grande circolazione deputate al trasporto del sangue arterioso ossigenato
dal cuore a tutte le parti del corpo.
L'aorta è situata prima nel mediastino posteriore, attraversa il muscolo
diaframma passando nell'apposito orifizio e va infine a collocarsi sulla parete
posteriore della cavità addominale.
Origina direttamente dal cuore, precisamente dalla base del ventricolo sinistro
e, dopo il suo lungo decorso, prima intratoracico e poi intraddominale, termina
all'altezza della quarta vertebra lombare, biforcandosi nelle due arterie
iliache comuni di destra e di sinistra. Dall'angolo di biforcazione si dirama un
ramo, che discende davanti alla V vertebra lombare, chiamato arteria sacrale
media. Subito al di sopra della sua origine, l'aorta si dirige in alto e a
destra (aorta ascendente), quindi, si ripiega su se stessa descrivendo un arco
(arco dell'aorta), poi discende (aorta discendente) sul lato sinistro della
colonna vertebrale, fino a livello della VII vertebra toracica. Da questo punto,
oltrepassa il diaframma, penetra nell'addome davanti alla colonna vertebrale per
biforcarsi a livello della IV vertebra lombare.
L'aorta presenta, come tutte le arterie, una forma cilindrica ed alla sua
origine ha un calibro leggermente aumentato.
L'aorta può presentare malformazioni congenite, come forma alterata e funzione
disturbata (come ad esempio nella stenosi istmica) o essere sede di lesioni
infiammatorie (aortite luetica) o degenerative (aterosclerosi).
Se è infiammata
L'aortite è un processo infiammatorio a carico della parete dell'aorta.
Riconosce diverse possibili cause, ma la più nota è costituita dalla sifilide (o
lue) nelle sue fasi più avanzate (periodo terziario). Il sintomo principale è un
forte dolore retrosternale scatenato per lo più da sforzi ed emozioni. L'aorta
viene interessata selettivamente nel suo tratto ascendente e nell'arco, a
livello della tonaca media e dell'avventizia, sebbene spesso neppure l'intima
viene risparmiata. La sua consistenza è aumentata per l'iperplasia del
tessuto connettivo, mentre di pari passo aumentano il suo calibro e la sua
lunghezza. Si tratta di una malattia grave, che porta alla morte o per
edema polmonare o per rottura dell'aorta stessa in conseguenza di un
aneurisma formatosi con il progressivo cedere della parete. Attualmente l'aortite
luetica è di riscontro eccezionale.
Se è
ispessita
L'aortosclerosi è un ispessimento con sclerosi e frequente deposizione dei sali
di calcio a carico delle pareti dell'aorta. Il processo va compreso nel quadro
più generale dell'arteriosclerosi, di cui l'aortosclerosi rappresenta un aspetto
poco rilevante dal punto di vista clinico: è comunque un reperto pressoché
costante, oltre una certa età, nei comuni radiogrammi del torace (sclerosi del
cappuccio aortico).
Se è
dilatata
L'aneurisma è la dilatazione della parete di un'arteria, di una vena o del
cuore. Gli aneurismi arteriosi si manifestano come dilatazioni pulsanti del
vaso: la localizzazione più importante è a carico dell'aorta (aneurismi aortici).
Qui, a seconda della porzione colpita, si individuano cause diverse: in assoluto
l'arteriosclerosi è la più frequente, tuttavia fino a poco tempo fa l'aortite
sifilitica era responsabile del maggior numero dei casi localizzati al tratto
ascendente e all'arco; a livello dell'istmo dell'aorta la patologia traumatica è
ancora oggi la più rilevante.
Gli aneurismi aortici manifestano sintomi diversi a seconda della loro
localizzazione: raucedine, tosse, difficoltà di respiro o di deglutizione. Sono
in genere facilmente riconoscibili alle comuni indagini radiologiche
(radiografie dirette o con mezzo di contrasto, TAC, ecografia).
La terapia è chirurgica: si possono, in certi casi sostituire tratti di arteria aneurismatici
con protesi artificiali. Va precisato che la rottura di un aneurisma costituisce
sempre una condizione d'emergenza che ha nell'intervento chirurgico d'urgenza
l'unica possibilità di cura.
Se è "scollata"
La dissezione aortica è lo scollamento della tonaca intima del vaso con la
formazione di una via di flusso sanguigno fra questa e le altre tonache di
rivestimento del vaso. Costituisce la più frequente e la più importante
patologia acuta a carico dell'aorta e, se non trattata, è quasi sempre mortale.
La diagnosi tempestiva e le attuali possibilità di cura consentono alla maggior
parte dei pazienti di sopravvivere. L'arteriosclerosi costituisce la condizione
predisponente quantitativamente più importante. La dissezione comincia a
verificarsi a partire dal tratto ascendente e può estendersi in entrambe le
direzioni. La condizione può manifestarsi con sintomi diversi: la comparsa
improvvisa ed estesa del processo di dissezione costituisce una condizione però
quasi sempre di emergenza, caratterizzata da un dolore lancinante, paragonabile
a quello dell'infarto miocardico acuto, localizzato prevalentemente al torace. A
questi sintomi si associano segni di shock, tali da rendere inevitabile il
ricovero nelle unità di cura intensiva.
Il trattamento può essere medico o chirurgico: la presenza di emorragia interna,
di compromissione del circolo cerebrale, di un'insufficienza aortica acuta, di
progressiva ed inarrestabile estensione della dissecazione rendono improrogabile
l'intervento chirurgico. Il trattamento medico tende, nei casi a
prognosi favorevole, al controllo della pressione arteriosa e alla riduzione
della forza di contrazione del cuore (per stabilizzare il processo): vengono
impiegati trimetafano e nitroprussiato, con l'associazione di betabloccanti.
Anche in questo caso la prognosi a breve termine, senza intervento, rimane
grave.
ARTERIE CEREBRALI
Sono i
vasi che provvedono all'irrorazione di parte del cervello costituendo il circolo
del Willis: le anteriori e le medie si originano alla carotide interna, quelle
posteriori dall'arteria basilare.
Se
nascono senza tunica
Gli
aneurismi cerebrali congeniti sono dilatazioni patologiche, di forma variabile,
di un segmento dell'arteria, di solito in corrispondenza dei punti di
biforcazione dei vasi arteriosi cerebrali (più spesso a carico dell'arteria
comunicante anteriore, della carotide interna e della cerebrale media); sono
quasi sempre residui del circolo embrionale non completamente regredito.
Caratterizzati dall'assenza della tunica media arteriosa, di solito non danno
sintomi fino alla rottura, fatta eccezione per gli aneurismi della carotide
interna, che possono comprimere la prima branca del nervo trigemino, i tre nervi
oculomotori e il nervo ottico.
La
rottura, drammatica, si manifesta, di solito tra i 40 e 60 anni, con l'emorragia
subaracnoidea, che può portare alla morte o, nei casi più favorevoli, può
arrestarsi ed evolvere in formazione fibrosa dell'aneurisma, con riduzione della
possibilità di una nuova rottura; altre volte, invece, a causa di un'ulteriore
riduzione della resistenza della parete vasale, si possono avere delle recidive,
in genere più gravi. In caso di emorragia subaracnoidea si impone il ricovero
immediato in ospedale. Una volta riconosciuto l'aneurisma per mezzo
dell'angiografia cerebrale, si valuta se l'intervento chirurgico sia necessario
e possibile.
Se
si ostruiscono
Ictus è un termine latino che significa "colpo" ed indica la conseguenza di una
di quelle condizioni che comportano, all'improvviso, la diminuzione del normale
apporto di sangue in un certo distretto dell'organismo. Oggi è usato solamente
per il cervello (ictus cerebrale). Si tratta in genere di situazioni conseguenti
all'ostruzione (embolia, trombi) o emorragia di un ramo arterioso diretto a quel
tratto di tessuto.
ARTERIE CORONARICHE
Sono i
due vasi arteriosi, coronaria destra e sinistra, che provvedono all'irrorazione
e nutrizione del muscolo cardiaco. Si originano direttamente dall'aorta, nel
tratto prossimo alla sua origine dal ventricolo sinistro.
L'arteria coronaria destra nel suo decorso segue il margine destro del cuore,
raggiunge la sua faccia diaframmatica e termina infine in vicinanza della punta;
lungo il suo tragitto fornisce rami ascendenti per l'atrio destro e rami
discendenti per il ventricolo destro. La vascolarizzazione del cuore è inoltre
completata da un sistema venoso (grande vena coronaria e piccola vena coronaria)
che provvede a ricondurre alle cavità cardiache il sangue refluo dalle sue
pareti. I vasi coronarici sono immersi in un muscolo che si contrae
aritmicamente comprimendoli ad ogni sistole cardiaca.
Se
"spasmizzano"
L'arteria coronaria sinistra si divide poco dopo la sua origine in un ramo
interventricolare anteriore (che discende sulla parete anteriore sino all'apice
cardiaco) ed un ramo circonflesso che si dirige a sinistra, simmetricamente alla
coronaria destra, e termina, solitamente, sulla parete postero-laterale del
ventricolo sinistro.
ARTERIOLE
Sono i
vasi sanguigni arteriosi di calibro molto piccolo (circa 0,2 mm di diametro) che
conservano la struttura propria di un'arteria, ma con scarso sviluppo della
tunica avventizia. Mentre alcuni le ritengono le arterie precapillari, secondo
altri si continuano con esse.
Se
sono costrette
La
vasocostrizione è un restringimento del calibro dei vasi ematici (e in
particolare delle arteriole). Può essere indotta da temperature basse
(vasocostrizione da freddo, responsabile in questo caso delle classiche
parestesie avvertite sulla punta delle dita), da ormoni circolanti (ad esempio
adrenalina), da sostanze tossiche o da farmaci.
Se
sono rilasciate
La vasodilatazione è un aumento del calibro dei vasi ed in particolare delle
arterie di medio calibro e delle arteriole. Può essere un processo fisiologico,
in relazione alle necessità di disperdere calore (ad esempio nel corso di
un'attività fisica intensa) oppure indotta da farmaci, come quelli impiegati nel
trattamento dell'ipertensione arteriosa.
PATOLOGIE DEI VASI
ARTERITI (VASCULITI)
È
l'infiammazione della parete di un'arteria. Può essere di natura infettiva,
traumatica, allergica, farmacologica o autoimmunitaria. Se localizzata in
particolari distretti, come ad esempio la circolazione cerebrale, può dare
origine ad importanti sintomi di sofferenza d'organo, a causa della riduzione
del calibro del vaso e dell'afflusso di sangue ai tessuti a valle.
ARTERIOPATIE
PERIFERICHE
È una
condizione patologica a carico degli arti, prevalentemente inferiori,
caratterizzate dall'occlusione progressiva o acuta, rispettivamente e per opera
di placche aterosclerotiche o di emboli. Le sedi maggiormente colpite sono
rappresentate dalle arterie iliache comuni, femorali e dalle arterie della gamba
e del piede.
I
sintomi compaiono in relazione all'aumento delle richieste di ossigeno (ad es.
durante l'esercizio fisico), cui l'arto occluso non può far fronte: l'ischemia
che ne consegue provoca l'accumulo nel tessuto colpito di sostanze tossiche in
grado di provocare il dolore. Quest'ultimo si manifesta innanzitutto con la
deambulazione, tanto più precocemente (dalle centinaia di metri a pochi passi)
quanto più ristretto è il lume del vaso. Classicamente il dolore si attenua con
il riposo e questa prende il nome di claudicatio intermittens (zoppicamento
intermittente) per il tipico andamento della sintomatologia. Nelle fasi più
avanzate della malattia, il paziente è costretto a tenere le gambe quasi
costantemente giù dal letto, per aumentare la stasi sanguigna e quindi
l'estrazione delle più piccole quantità di ossigeno che possono ridurre l'ischemia
e il dolore, ormai costantemente presente a riposo.
La
sede del dolore può essere indicativa delle sede della lesione; informazioni più
precise vengono ottenute con la palpazione dei polsi periferici: la palpazione
delle arterie consente di valutare una ridotta pulsatilità rispetto all'arto
sano. Altri segni di ridotta vascolarizzazione sono dati dal pallore dell'arto,
freddo e con compromissione del trofismo cutaneo (riduzione dei peli, distrofie
delle unghie, assottigliamento e ulcerazione della pelle fino a avere e proprie
gangrene (ulcerazione degenerativa). La valutazione più precisa dell'arteriopatia
richiede l'esecuzione di esami strumentali: permette di misurare l'ampiezza
delle oscillazioni impresse dalla concentrazione cardiaca (tanto più ampie
quanto più il vaso è pervio) analoghi risultati sono ottenibili con l'ultrasonografia
a effetto doppler.
ARTERIOPATIA PERIFERICA DI
BUERGER (TROMBOANGIOITE)
E'
l'infiammazione della tunica di un vaso associato a trombosi. La forma clinica
più importante e più nota è la tromboangioite obliterante di Buerger, che
dapprima interessa le piccole e medie arterie, poi anche le grandi in
particolare agli arti inferiori ed ai visceri. La tromboangioite interessa tutte
le arterie e vene linfatiche. Colpisce più di frequente il sesso maschile dai 25
ai 50 anni.
Benché
l'eziopatogenesi sia tuttora ignota, si è potuto osservare che la costituzione
(ereditarietà), il tabagismo, i traumi, le infezioni, il freddo, gli eccessi
fisici e mentali costituiscono importanti fattori predisponesti. La
sintomatologia si suddivide in tre fasi: ischemia relativa nello sforzo,
ischemia a riposo, disturbi cronici fino alla gangrena.
All'inizio, specie durante la deambulazione, compaiono dolori al polpaccio,
piedi o natica di un arto, che costringono il malato ad arrestarsi fino alla
loro scomparsa; i dolori però ricompaiono poco dopo la ripresa della
deambulazione; successivamente la cute delle estremità diventa fredda, pallida e
poi cianotica con edemi, ulcerazioni alle unghie e ragadi al calcagno, dolori
violenti a riposo, flebiti, scomparsa del polso arterioso periferico. La
terapia prevede dieta controllata e cambiamenti nelle abitudini di vita,
somministrazione di vasodilatatori ed antinfiammatori; da ultimo la
simpaticectomia.
ATEROSCLEROSI
Il
denominatore comune che sta alla base delle più frequenti e più gravi malattie
cardiovascolari, come le malattie delle coronarie, lo scompenso cardiaco e le
arteriopatie degli arti inferiori, è l'aterosclerosi, che per la sua enorme
diffusione e la gravità delle sue conseguenze è stata definita l'epidemia del XX
secolo. L'aterosclerosi è
l'indurimento delle arterie dovuto ad ispessimento e perdita di elasticità; è
caratterizzata da un aumento della consistenza della parete vasale che
rappresenta l'esito in sclerosi di svariati processi patologici. Sotto questo
nome vengono comprese diverse forme morbose che si possono trovare associate o
isolate e che comunque hanno tutte come effetto finale una riduzione più o meno
elevata dell'elasticità della parete arteriosa. E' un complesso e lento processo
degenerativo vascolare sostenuto da una serie di fattori, fra cui soprattutto
l'aumento persistente dei grassi nel sangue, ed in specie del
colesterolo; tale processo, nel
tempo produce una sorta di intasamento del lume dei vasi, con conseguente
riduzione del flusso, fino alla sua completa abolizione.
Contrariamente a quanto si crede, l'aterosclerosi è un processo molto lento, che
inizia addirittura intorno ai venti anni e progredisce lentamente e senza dare
alcun segno di sé fino alle fasi più avanzate, quando compare l'evento
caratterizzato dall'ischemia o dall'infarto.
Quello
che si sa con certezza è che alla base delle alterazioni prodotte nel tempo
sulla parete interna dei vasi coronarici dalla malattia aterosclerotica
(placca), può formarsi bruscamente un coagulo di sangue più o meno grosso ed
esteso - quello che si definisce trombo - che finisce con l'occludere
completamente il vaso ed arrestare il flusso; questo trombo si forma in genere,
ma non necessariamente, a livello di un preesistente restringimento del vaso di
natura aterosclerotica; l'arresto prolungato del flusso, causato dal
trombo occludente, finisce col provocare la morte delle cellule situate nel
territorio di distribuzione del ramo vascolare occluso: è esattamente questo
quel che si definisce infarto; è intuitivo che la porzione di muscolo cardiaco
infartuata (o morta, o "necrotica") sarà tanto più estesa quanto più in alto
sarà situata l'occlusione del vaso coronario rispetto alle sue successive
ramificazioni.
Come si può evitare?
Nella
prevenzione sia di un primo infarto (prevenzione primaria) che di eventuali
ricadute successive (prevenzione secondaria) è molto più importante curare per
tempo la malattia aterosclerotica causale piuttosto che cercare di individuare
ed evitare l'eventuale causa scatenante dell'evento acuto.
ARTERIOLOSCLEROSI
L'Arteriolosclerosi
interessa unicamente le arteriole degli organi ed è ben documentabile
soprattutto nei reni, dove provoca una patologia nota
come nefrosclerosi benigna.
Nelle arteriole colpite si nota un ispessimento omogeneo dovuto a depositi di
sostanza ialina (Ialinosi) con perdita delle infrastrutture cellulari.
La forma iperplastica è dovuta a proliferazione delle cellule muscolari che
stringono il lume; anch'essa colpisce frequentemente le arteriole renali e si
riscontra in casi di grave ipertensione sostenute da una compromissione grave
dei reni (nefrosclerosi maligna).
L'Arteriosclerosi della tunica media è caratterizzata da fenomeni regressivi dei
tessuti muscolari ed elastici della tunica media, a cui si sostituisce tessuto
fibro-sclerotico; da ciò deriva non tanto una deformazione del vaso quanto una
sensibile perdita della sua elasticità. L'aterosclerosi, in cui è evidente il
collegamento con un disturbo del metabolismo dei
grassi, è una forma particolare di arteriosclerosi. I sintomi più frequenti
dell'arteriosclerosi sono quelli che dipendono da una scarsa irrorazione
cerebrale: facile stancabilità al lavoro sia fisico che mentale, perdita della
memoria, insonnia, instabilità del carattere con fasi di depressione che
si alternano a periodi di estrema irritabilità. Inoltre, sono frequenti i
disturbi a carico dell'udito (ronzii) e della vista (offuscamenti transitori).
Spesso le arterie superficiali sono dure al tatto e si presentano tortuose e
vivacemente pulsanti. Quando l'arteriosclerosi si accompagna ad ipertensione
arteriosa, si può notare a carico del ventricolo sinistro
del cuore un
grado più o meno elevato di ipertrofia, cioè un aumento di volume che il cuore mette
in atto per vincere più facilmente l'aumento della resistenza che incontra nel
pompare il sangue nell'arteria
aorta.
Con questa dinamica circolatoria alterata si creano le premesse per la
formazione di trombi nel lume arterioso e per il loro eventuale distacco dal
punto in cui si sono formati e con il successivo arresto in un punto più
ristretto del tronco arterioso. Si verificano così fenomeni occlusivi a carico
di arterie più o meno grandi del cervello, del cuore, dell'intestino o delle
estremità. Ma i danni più evidenti e più comuni dell'arteriosclerosi si compiono
nel distretto cardiaco e su quello cerebrale. Nel primo la malattia colpisce le
arterie coronarie responsabili
della nutrizione del cuore.
La
sclerosi coronarica si riflette in una sclerosi del tessuto cardiaco con
conseguente alterazione del suo funzionamento manifestata da affanno,
palpitazione, aritmia, edema alle gambe; ma l'angina pectoris e l'infarto
(soprattutto quest'ultimo) sono comunque le manifestazioni più temibili della
compromissione delle coronarie. Nel distretto cerebrale si possono verificare
ugualmente fenomeni d'occlusione improvvisa che si estrinsecano con il
gravissimo quadro dell'ictus aplopeticus (aplopessia). La cura
dell'arteriosclerosi è essenzialmente preventiva, ma nella malattia, in
generale, si attua il trattamento igienico dietetico ed il trattamento medico.
Per il primo si provvederà a ritmi lavorativi meno stressanti, all'eliminazione
di tutto ciò che porti ad accentuare la partecipazione emotiva dell'ammalato,
gli squilibri climatici e gli eccessi di temperatura, tanto calda quanto fredda.
Il paziente dovrà modificare i suoi ritmi di vita: dormire a sufficienza e
svolgere attività fisica all'aria aperta. Nell'alimentazione si dovranno
limitare del tutto superalcolici e tabacchi. Tutti i grassi animali andranno
sostituiti con i grassi vegetali; la dieta povera di calorie, perché il
colesterolo, una delle chiavi (se non la sola) del meccanismo arteriosclerotico,
può essere sintetizzato se la dieta è ricca di calorie anche se è priva di
grassi animali. Dal punto di vista medico si tende a diminuire i lipidi nel
sangue.
TROMBOSI VENOSA PROFONDA
La
trombosi è un processo patologico che si realizza per eccessiva emostasi che dà
luogo alla formazione di un trombo il quale riduce oppure occlude del tutto il
lume di un vaso. I punti più comuni di formazione dei trombi sono le vene
profonde delle gambe e quelle della pelvi , ma la trombosi può presentarsi in
qualsiasi vena, incluse la vena epatica (sindrome di Budd-Chiari), le vene
renali, le vene della retina ed anche la vena cava superiore ed inferiore. La
trombosi venosa profonda (TVP) ha un'incidenza annuale di oltre 800.000 casi ed
è responsabile di circa 100.000 morti/anno per embolia polmonare associata.
La TVP è una malattia tanto comune, quanto spesso silente. L'incidenza nella
popolazione generale non sta diminuendo, nonostante il sempre più largo ricorso
alla profilassi, in rapporto all'aumento del numero di interventi chirurgici
anche in persone anziane e all'allungamento della vita media, con un sempre
maggior numero di pazienti anziani allettati a causa di malattie croniche.
Come me ne accorgo
La TVP
alla gamba è spesso asintomatica quando è limitata alle vene del polpaccio; i
pazienti possono riferire senso di tensione o di dolore a livello del polpaccio,
soprattutto durante il cammino. Se la trombosi si estende alla vena poplitea,
l'aumento di volume del polpaccio è più marcato e può essere accompagnato da
infiammazione cioè con pelle arrossata a livello della faccia posteriore del
polpaccio e turgore delle vene superficiali. Se il tratto venoso interessato è
al disopra del ginocchio c'è un aumento di volume considerevole del polpaccio
con dolore, l'edema può risalire anche alla coscia secondo il livello di
ostruzione. La compressione delle masse muscolari è doloroso, c'è un rialzo
della temperatura e un aumento della frequenza cardiaca. Per quanto detto, è
fondamentale sospettare sempre la TVP e ricercarne la presenza a priori in casi
di embolia polmonare, sindrome post-flebitica, chirurgia dell'anca o del
piccolo bacino, nel pre-operatorio di un intervento di asportazioni di varici.
In conclusione, il miglior segno clinico è il sospetto di TVP su di un terreno
predisponente; infatti la TVP è più frequente in soggetti anziani con eccesso
ponderale, allettati o con immobilizzazione degli arti inferiori, recente
intervento chirurgico, trauma, disturbi circolatori venosi, insufficienza
cardiaca senza profilassi antitrombotica.
Alcuni elementi anamnestici del paziente rafforzano il sospetto come l'uso di
pillole anticoncezionali a base di estro-progestinici, familiarità per TVP,
tumori dell'apparato digestivo. Riassumendo, elenchiamo alcuni segni clinici.
1-
Trombosi venosa profonda della gamba:
-
cute cianotica (bluastra) e calda all'arto interessato;
-
muscoli induriti e dolenti (segno di Bauer);
-
percussione della tibia col dito dolorosa (segno di Liscker);
-
tosse e starnuti determinando incremento della pressione venosa danno dolore
al polpaccio e alla caviglia (segno di Louvel);
-
in
posizione distesa si apprezza turgidità delle vene della faccia interna delle
gambe (segno di Pratt).
|
2-
Trombosi delle vene femorali ed iliache:
Gli
esami e la diagnosi
Come già detto la TVP è tanto diffusa quanto silente in quanto è una
diagnosi tra le più difficili della patologia cardiaca e vascolare. Infatti
numerosi TVP sono totalmente asintomatiche e si rendono palesi solo con le
complicanze ovvero la embolia polmonare e la sindrome post-flebitica.
La conferma della diagnosi avviene con la visualizzazione del trombo. mediante
tecniche ultrasonore o angiografiche:
|
- Eco-Doppler Venoso
Metodica non invasiva (dunque non dolorosa e poco costosa) che consente di
visualizzare con gli ultrasuoni la vena interessata e valutare il grado di
ostruzione al flusso sanguigno. E' una metodica operatore-dipendente, dunque la
qualità dell'esame dipende dall'esperienza dell'operatore e dall'accuratezza
dell'esecuzione.
- Flebografia
E' indispensabile quando l'eco è dubbio o non precisa l'estensione del trombo e
soprattutto quando il trombo interessa la vena cava . È un esame invasivo in
quanto si realizza introducendo un catetere in una vena del dorso del piede e
iniettando poi un mezzo di contrasto. Così verranno visualizzate sequenzialmente
le vene della gamba, della coscia, e le vene iliache e l'eventuale ostruzione. È
una metodica molto accurata e permette uno studio completo della sede,
dell'estensione e del grado di ostruzione del vaso. |
Cosa aspettarsi
Sono
considerati fattori di rischio:
-
Familiarità:
la maggior parte delle casistiche evidenziano un aumento del rischio in
soggetti con familiarità positiva per TVP o embolia polmonare; questo dipende
dal fatto che alcune alterazioni congenite della coagulazione, come il deficit
di antitrombina III, di proteina C o di proteina S, sono trasmesse in modo
ereditario;
-
Sesso: le
donne sono in genere più colpite a causa della gravidanza, del possibile uso
di contraccettivi orali, della più frequente obesità e della maggiore
longevità rispetto all'uomo;
-
Età: la TVP è
rara al di sotto dei 40 anni, se si escludono i casi correlati alla gravidanza
e al puerperio; invece, dopo i 40 anni la loro frequenza aumenta
progressivamente, a causa di modificazioni fisiopatologiche della parete
venosa, con sfiancamento della tonaca muscolare, dilatazione e tortuosità
delle vene superficiali, e perdita di efficienza della pompa muscolovenosa;
-
Gruppo sanguigno:
la TVP è più frequente nei soggetti con gruppo sanguigno A e più rara nei
soggetti con gruppo sanguigno 0. Questo fenomeno potrebbe dipendere dal fatto
che i soggettti di gruppo 0 presentano livelli più bassi di fattore VIII,
mentre nei soggetti di gruppo A è stata avanzata una ridotta concentrazione
plasmatica di antitrombina III, un inibitore fisiologico della coagulazione;
-
Massa corporea:
l'obesità viene indicata come un fattore di rischio per le TVP in quanto
limita l'attività fisica e ritarda la mobilizzazione dei pazienti dopo
interventi chirurgici. Inoltre i soggetti obesi presentano spesso alterazioni
del metabolismo lipidico ed in particolare ipertrigliceridemia, correlata a
sua volta a inibizione dell'attività fibrinolitica plasmatica;
-
Allettamento:
è largamente nota la correlazione tra TVP ed immobilizzazione prolungata a
causa del rallentamento del ritorno venoso, con conseguente stasi,
specialmente nel distretto degli arti inferiori. In letteratura sono descritti
casi di TVP verificatisi in soggetti predisposti rimasti a lungo al volante di
un auto o dinanzi al televisore. Il rischio di TVP aumenta quando alla
immobilizzazione si associa l'età avanzata;
-
Fattori nutrizionali:
numerose osservazioni confermano l'importanza dell'alimentazione nella
predisposizione alla TVP;
-
Variazioni stagionali:
alcuni autori hanno segnalato un aumento delle malattie tromboemboliche in
primavera e in autunno;
-
Contraccezione:
L'uso dei contraccettivi orali può favorire le TVP e l'embolia polmonare,
specialmente in soggetti predisposti; tuttavia, il rischio legato all'uso dei
contraccettivi orali sembra essere minore con l'impiego dei preparati più
recenti contenenti microdosi di estroprogestinici.
|
Che
fare
La terapia della TVP ha lo scopo di ripristinare la pervietà del circolo venoso
profondo mediante l'eliminazione del trombo prima che abbia compromesso il
sistema valvolare, riducendo quindi la sintomatologia e soprattutto prevenendo
l'embolia polmonare e le altre complicanze.
Fondamentalmente si basa su due tipi di trattamento: farmaci anticoagulanti (per
evitare la produzione di emboli) e la contenzione elastica (per evitare la
sindrome post-flebitica cioè l'insufficienza venosa cronica).
I farmaci antitrombotici possono agire con i seguenti meccanismi:
Contenzione elastica
Si effettua con bende elastiche che assicurano riduzione del gonfiore e
miglioramento del flusso venoso (vanno indossate prima di alzarsi dal letto dopo
aver drenato gli arti sopraelevandoli senza angolature). Quando l'edema si è
ridotto si prescrivono calze elastiche; la prescrizione può anche essere
continuativa. Il paziente può essere mobilizzato quando è "scoagulato"
sufficientemente e si è ridotto il gonfiore.
Filtro cavale
Si propone un filtro alla vena cava quando è controindicato il trattamento
anticoagulante o quando nonostante il trattamento farmacologico la TVP è
recidivante.
ARITMIE
"Batticuore" e "tuffo al cuore" sono le due espressioni con cui le persone
descrivono l'alterazione del ritmo dei battiti. Sono le cosiddette
aritmie che,
determinate da alterazioni della componente "elettrica" del cuore, danno luogo a
vari tipi di irregolarità del ritmo cardiaco. Sono dovute, infatti, a disturbi
della formazione e/o della conduzione dello stimolo cardiaco, sono diffusissime
e possono manifestarsi sia in cuori del tutto sani, sia nel corso di tutte le
cardiopatie note. La
loro gravità è in genere strettamente correlata con la cardiopatia di base, di
cui sono un epifenomeno.
Si distinguono aritmie ipercinetiche, in presenza di ritmi accelerati rispetto
alla norma, e ipocinetiche, nella condizione opposta.
I ritmi accelerati o tachicardici possono essere regolari o irregolari e vanno
dalla tachicardia sinusale (una frequenza cardiaca superiore a 100 battiti al
minuto), dovuta semplicemente ad una accelerata frequenza di scarica della
centralina deputata all'emissione dello stimolo (il nodo del seno) alle forme
tachicardiche che riconoscono fenomeni elettrogenetici anomali e diversi.
Una delle aritmie più frequenti, soprattutto in età avanzata, è la fibrillazione atriale, che è caratterizzata da una totale irregolarità del ritmo cardiaco e
può complicare, in maniera transitoria o stabile, il decorso delle più diverse
cardiopatie, ma può presentarsi anche in cuori sani. In genere, quando si
avvertono battiti in più o in meno si tratta di innocue extrasistoli, che
compaiono soprattutto nei momenti di stress o di tensione.
Nel caso della fibrillazione atriale, gli atri diventano la sede di
un'attivazione elettrica irregolare e caotica, non si contraggono bene e il
muscolo perde quel sincronismo che si realizza normalmente e che contribuisce al
riempimento dei ventricoli. Di questi numerosissimi microstimoli (oltre 1000 al
minuto) solo alcuni, per fortuna, riescono ad attivare i ventricoli impedendo
alla potenziale tempesta di impulsi di creare aritmie incompatibili con la vita.
Se il numero degli stimoli non è eccessivo infatti, anche se la sequenza dei
battiti è irregolare, l'attività cardiaca è sufficiente a garantire una
circolazione adeguata. La fibrillazione atriale può insorgere all'improvviso,
durare pochi minuti o qualche ora e cessare altrettanto rapidamente e non essere
correlata ad una malattia cardiaca. In altri casi può essere cronica, come
quando gli atri sono alterati (stenosi della valvola mitralica, sclerosi miocardica,
ipertiroidismo) e in tali casi l'obiettivo della terapia è di controllare la
frequenza ventricolare per ottenere una buona funzione cardiaca.
Una
temibile complicanza della fibrillazione atriale cronica è costituita dalla
formazione di trombi nella cavità del cuore con frequente distacco di emboli.
I meccanismi che generano le aritmie negli atri possono realizzarsi anche a
livello dei ventricoli e, dato che è proprio qui che avviene la vera funzione di
pompa, queste aritmie sono più pericolose. Esistono, però, aritmie ventricolari
benigne (come le extrasistoli ventricolari semplici) e si verificano quando un
battito si inserisce più precocemente del previsto nel ciclo cardiaco normale,
alterandone la cadenza e provocando una contrazione anticipata dei ventricoli.
L'extrasistolia può verificarsi anche per un banale eccesso di stimolazione
neurovegetativa come avviene nelle persone giovani, ansiose, facilmente
eccitabili e che spesso, proprio per la loro natura, tendono a creare un circolo
vizioso. Le extrasistoli ventricolari semplici sono in genere innocue. Quando il
fenomeno è associato ad una malattia cardiaca, le cose cambiano: se le sequenze
superano i 4-5 battiti consecutivi si realizza una tachicardia ventricolare
che, se persiste oltre i 30 secondi (tachicardia sostenuta), può preludere alla
fibrillazione ventricolare, aritmia gravissima e rapidamente letale. Per questo
è necessario distinguere bene ed in fretta le forme benigne da quelle pericolose
ed impostare un'adeguata terapia antiaritmica preventiva.
Tra le
aritmie "maligne" la fibrillazione ventricolare, fulminea ed imprevedibile è la
causa più comune dell'arresto cardiaco improvviso e qualche volta può insorgere
nelle prime fasi di un infarto miocardico acuto.
In caso di arresto cardiaco, la vita della vittima dipende dalla presenza di
qualcuno in grado di capire la gravità della situazione, di dare l'allarme e di
cominciare, entro 4-6 minuti, la rianimazione cardiopolmonare (massaggio
cardiaco, respirazione artificiale, ecc.) in attesa che sia possibile collegarla
al defibrillatore, strumento usato da 40 anni, che fornisce una scarica
elettrica salvavita. L'arresto cardiaco si presenta, infatti, come morte
apparente. Il paziente non respira, il cuore è fermo. Per 4-6 minuti può, però,
ancora ripartire. Minuti che con un buon massaggio cardiaco possono diventare
anche 10 o 15. Ma perché il motore riparta serve lo scoppio, quella che i medici
chiamano la defibrillazione.
Da 20 anni, oltre ai defibrillatori tradizionali ne esiste uno portatile, grande
come una valigetta 24 ore, dotato di un computer che può dare la scossa. Negli
USA e in Inghilterra la valigetta è usata perfino da pompieri e poliziotti, in
Francia è in molte ambulanze, in Australia è su tutti gli aeroplani. In Italia
solo un medico può decidere l'impiego del defibrillatore.
Le aritmie ipocinetiche comprendono la bradicardia sinusale ed i vari tipi di
blocco cardiaco.
Si
definisce bradicardia sinusale una frequenza cardiaca al di sotto di 60 battiti
al minuto, quando, comunque, lo stimolo sia prodotto nella sua sede fisiologica,
cioè il nodo del seno. Di per sé la bradicardia sinusale è un fenomeno del tutto
fisiologico soprattutto durante il sonno e negli sportivi allenati.
I blocchi cardiaci sono dovuti a processi degenerativi del sistema di conduzione
dello stimolo, che viene rallentato o arrestato a vario livello nella sua
progressione dalla sede di formazione fino alla periferia.
Si conoscono vari tipi di blocchi di varia gravità, fino al blocco avanzato, che
può dar luogo a lunghe pause dell'attività cardiaca con conseguenti disturbi
dell'irrorazione cerebrale e perdita di coscienza (sincope).
I blocchi cardiaci avanzati trovano oggi un trattamento ideale nell'impianto
degli stimolatori cardiaci (pacemaker), che si sostituiscono ottimamente e
fisiologicamente allo stimolo cardiaco spontaneo.
I blocchi di branca sono dovuti ad un arresto della progressione dello stimolo
lungo una delle branche di divisione del sistema specifico deputato alla
conduzione. Le branche del fascio di conduzione (Fascio di His) sono due, la
destra e la sinistra. In questi casi, a differenza di quanto avviene nei blocchi
completi, lo stimolo giunge ugualmente in periferia ed attiva tutto il cuore,
sia pure con un percorso più lungo ed in un tempo maggiore.
IPERTENSIONE
E' una
condizione caratterizzata da un innalzamento stabile dei valori della pressione
del sangue. Nell'adulto si considera ottimale una pressione di 80-120 mmHg. Si
parla di
ipertensione quando i valori sono uguali o maggiori di 90-140 mmHg. Dai
dati raccolti negli ultimi anni pare che siano oltre un miliardo nel mondo le
persone ipertese e che, di esse, solo un quarto abbia una pressione arteriosa
ben controllata.
Quali sono le cause?
Nella maggior parte dei
casi la causa è sconosciuta (ipertensione essenziale o primaria). A volte può
dipendere da altre patologie, per esempio un'insufficienza renale o alcuni tipi
di tumori che producono quantità eccessive di ormoni che alzano la pressione
(ipertensione secondaria).
Quali sono i fattori predisponenti?
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Obesità:
piuttosto che di obesità è meglio parlare di eccesso ponderale.
L'eccesso ponderale si accompagna con grande frequenza ad aumento della
pressione, della glicemia, dei grassi nel sangue, ed a riduzione
dell'attività fisica; inoltre, è un grosso fardello che affatica
inutilmente il cuore. Secondo dati recenti nel mondo occidentale circa il
30% della popolazione avrebbe un eccesso ponderale di varia entità. Va
precisato, a questo proposito, che si parla di obesità quando il peso
corporeo superi del 15% il peso ideale.
La determinazione del peso ideale si ottiene con varie formule. Un
criterio abbastanza diffuso definisce come peso ideale il numero di chili
pari ai centimetri oltre il metro di statura (quindi, per un uomo alto
1,80 m. il peso ideale sarebbe 80 chili), ma questo criterio è forse più
adatto al ventenne che svolga attività fisica; per un sessantenne
sedentario appare eccessivamente generoso, e sarebbe consigliabile una
riduzione di almeno il 10%.
E' stato anche sicuramente dimostrato che l'aumento del peso del 20%
rispetto a quello ideale nei soggetti di media età raddoppia l'incidenza
di malattie delle coronarie, e la triplica se l'obesità si accompagna a
ipercolesterolemia o ipertensione.
Gli obesi malati di cuore vivono in media 4 anni di meno del cardiopatico
di peso regolare. L'essere fortemente sovrappeso anticipa poi di 7 anni
l'inizio della malattia in chi è predisposto. Negli Stati Uniti è stato
anche calcolato che se si riuscisse a debellare il cancro la vita si
allungherebbe di meno di due anni, mentre se si eliminasse l'obesità si
allungherebbe di 5 anni.
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Diabete
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Stress:
L'importanza dello stress è generalmente sopravvalutata dai pazienti. In gran
parte ciò è dovuto al fatto che è un termine che ha trovato grande successo e
diffusione, essendo chiamato in causa per situazioni molto diverse.
Essendo utopistico e irrealizzabile l'intento di modificare positivamente
l'ambiente in maniera sostanziale, è chiaro che i nostri sforzi sono diretti
alla individuazione ed alla eventuale modificazione di quei tratti della
personalità che, sottoposti all'influenza ambientale, possano costituire un
fattore di rischio per gli eventi coronarici.
Numerosi ed approfonditi studi hanno individuato uno specifico atteggiamento
comportamentale, definito come personalità di tipo A, che costituisce un
sicuro fattore di rischio coronarico.
Gli elementi costitutivi del comportamento di tipo A sono rappresentati da una
costellazione di atteggiamenti caratteriali che contribuiscono nel loro
insieme a determinare uno specifico tipo di personalità.
In sintesi, i tratti distintivi del comportamento di tipo A sono la fretta,
l'impazienza, l'eccessiva competitività ed un certo grado di ostilità verso
l'ambiente sociale, lavorativo e familiare. Nell'ambito di una strategia
riabilitativa globale, in cui gli atteggiamenti psicologici hanno un ruolo
fondamentale, la ripresa graduale delle proprie attività, con un'ottica
diversa e con una mentalità diversa, favorisce il totale reinserimento
sociale, la chiusura di un periodo della vita difficile ed oscuro, culminato
con un grave "incidente", e l'inizio della ricostruzione psico-fisica del
paziente, su nuove basi.
Sul piano pratico è consigliabile adottare una serie di atteggiamenti di
difesa, che potrebbero essere riassunti nei seguenti consigli: eliminare
l'eccesso di lavoro; affrontare e risolvere un problema alla volta; crearsi se
è possibile un hobby.
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Sedentarietà:
Il tema della sedentarietà, intesa come ridotta attività fisica, è
strettamente connesso con quello dell'eccesso ponderale. Una riduzione del
dispendio calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un
accumulo di grasso ed aumento di peso".
Accurate indagini statistiche effettuate in un numero rilevante di pazienti
hanno consentito di verificare che l'attività fisica si traduce in una
diminuzione significativa del rischio cardiovascolare, sia nella prevenzione
primaria, cioè nell'evitare un primo infarto, sia, e soprattutto, nella
prevenzione secondaria, cioè nell'evitare un secondo infarto in chi ne abbia
già subito uno.
I meccanismi attraverso i quali l'attività fisica induce effetti benefici sono
ben noti, e sono sia diretti che indiretti.
Direttamente, l'allenamento fisico, cioè un'attività fisica regolare e
costante, produce effetti benefici mediante la riduzione della frequenza
cardiaca e della pressione arteriosa sotto sforzo, con conseguente risparmio
del consumo di ossigeno del muscolo cardiaco, una migliore utilizzazione
dell'ossigeno da parte dei muscoli scheletrici, un miglioramento della
capacità lavorativa globale, uno spostamento del controllo nervoso del cuore a
vantaggio del vago, sistema frenatore e di risparmio, a discapito del
simpatico, sistema acceleratore e dispendioso, un innalzamento della soglia a
cui compaiono ischemica ed angina durante lo sforzo, ed aritmie minacciose.
Indirettamente, l'attività fisica ha effetti benefici attraverso un aumento
del colesterolo protettivo HDL, una riduzione dell'aggregabilità delle
piastrine, una riduzione della pressione arteriosa, degli ormoni circolanti
che stimolano il cuore, della glicemia nel diabete e dei trigliceridi,
dell'obesità, dell'abitudine al fumo.
Non c'è dubbio, quindi, che l'attività fisica vada incoraggiata ed
incrementata e che al contrario la vita sedentaria vada evitata invertendo,
così, la radicata tendenza che imponeva periodi di lunga e pressoché completa,
e talora definitiva inattività agli infartuati.
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Alimentazione
ricca di grassi animali
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Consumo
cronico di alcol
-
Abitudine
al fumo di sigaretta
-
Precedenti familiari di infarti:
le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei
familiari, per cui si finisce con l'ereditare la predisposizione ad ammalare,
ed i discendenti di coronaropatici vanno guardati con particolare attenzione.
-
Età:
L'aterosclerosi coronarica, come quella degli altri distretti vascolari, è una
malattia di tipo degenerativo, dovuta essenzialmente alla inevitabile
senescenza dei vasi; per cui si dice comunemente, non a torto, che abbiamo
l'età dei nostri vasi; ed a dispetto di ogni disperata ricerca di
ringiovanimento esteriore ed estetico, nessuno può venderci la pillola della
giovinezza.
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Quali consigli agli ipertesi?
Il
1999 è stato l'anno in cui l'Organizzazione Mondiale della Sanità, d'intesa con
l'International Society of Hypertension, ha reso note le nuove linee-guida per
il trattamento dell'ipertensione. Le linee consigliano di iniziare la terapia antipertensiva attraverso modificazioni dello stile di vita (riduzione del peso
corporeo, riduzione dell'eccesso di sale nella dieta, maggior consumo di cibi di
natura vegetale, abolizione del fumo, correzione delle abitudini alcoliche,
incremento dell'attività fisica), prima di passare ad un trattamento
farmacologico. Le linee-guida apportano anche un "ritocco" verso il basso dei
valori pressori massimi consentiti nella norma: 130/85 e non più 140/90 mmHg.
Ciò significa allontanarsi quanto è più possibile dai rischi di complicanze. Si
pensi solo che, passando da una "minima" di 90 a una di 105, aumenta di 2,5
volte il rischio di eventi coronarici e di 4 volte quello di eventi
cerebrovascolari. Ai reduci da un infarto recente va sottolineato che
generalmente i livelli di pressione, anche se erano elevati o molto elevati
prima dell'infarto, tendono a normalizzarsi durante la degenza e per un periodo
più o meno lungo anche dopo la dimissione. Ciò è dovuto ad una serie di fattori,
che vanno dalla stessa lesione del muscolo cardiaco alla immobilità assoluta o
riduzione dell'attività fisica, alle terapie effettuate. E' inevitabile che la
pressione, se era alta prima, presto o tardi dopo l'evento infartuale tornerà a
crescere. E' molto importante, quindi, che dopo l'infarto la pressione sia
tenuta costantemente sotto controllo, poiché l'ipertensione è un importante
fattore favorente un ulteriore evento coronarico.
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Dieci comandamenti
per chi
soffre di pressione alta |
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-
conoscere la propria pressione e controllarla regolarmente
-
sapere quale deve essere il proprio peso ideale e conservarlo a
quel livello
-
non eccedere con il sale ed evitare cibi salati
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seguire una dieta povera di grassi
-
non fumare
-
assumere farmaci seguendo esattamente le prescrizioni del medico
-
seguire i consigli del medico per svolgere qualsiasi attività
fisica
-
cercare di condurre una vita normale
-
spingere parenti e figli a controlli regolari della pressione
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non disdire mai l'appuntamento con il medico
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Cos'è?
E' una
condizione caratterizzata da un innalzamento stabile dei valori della pressione
del sangue. Nell'adulto si considera ottimale una pressione di 80-120 mmHg. Si
parla di ipertensione quando i valori sono uguali o maggiori di 90-140 mmHg.
Dai dati raccolti negli ultimi anni pare che siano oltre un miliardo nel mondo
le persone ipertese e che, di esse, solo un quarto abbia una pressione arteriosa
ben controllata. In certi paesi, addirittura, gli ipertesi assistiti
terapeuticamente stanno diminuendo: in Inghilterra solo il 6% è trattato
correttamente. Questa situazione è in parte legata alla natura asintomatica
della malattia che per questo si può definire un perfetto "silent-killer".
L'iperteso non si sente ammalato. E' solo cosciente di un rischio, motivazione
spesso non sufficiente per indurlo a sottoporsi ad una terapia per
tutta la vita e fare una dieta adeguata.
Cos'è la
pressione massima?
La
pressione sistolica (massima) è la forza che il sangue esercita
sui vasi quando il cuore si
contrae e pompa.
Cos'è la
pressione minima?
La
pressione diastolica (minima) è registrata quando il cuore si
rilascia per riempirsi nuovamente di sangue.
Quale delle due è più pericolosa?
Sorprese dalla ricerca clinica: è la "massima" da tenere principalmente sotto
controllo. Rispetto alle convinzioni del passato, che indicavano nei parametri
della pressione diastolica (la "minima") il principale fattore di rischio, è
emerso con forza che l'attenzione che bisogna prestare alla "massima" viene
dall'importanza che si annette, tra i fattori di rischio, alla pressione
differenziale (i millimetri di mercurio che intercorrono tra la sistolica e la
diastolica). Infatti, man mano che aumenta l'età - spiegano gli ipertensiologi,
come intendono oggi definirsi quei medici che, oltre a far ricerca, abbiano
anche grande esperienza clinica nel campo dell'ipertensione - la pressione
sistolica continua a salire, mentre al contrario quella diastolica a ridursi.
Quanto è diffusa?
Secondo le statistiche, in Italia soffrono di ipertensione dieci milioni
persone, ma secondo gli esperti ne esistono altre cinquemila che, senza saperlo,
sono colpite dalla malattia.
Quali sono i sintomi?
Di
solito l'ipertensione non dà sintomi, e viene scoperta in occasione di un
controllo. A volte può dare: lieve dolore alla nuca, soprattutto al mattino,
affaticamento, sangue dal naso (epistassi), disturbi della vista, palpitazioni,
vertigini, stimolo frequente a urinare.
Quali sono le conseguenze?
La
responsabilità dell'ipertensione arteriosa nell'incidenza d'eventi
cardiovascolari è nota da molti anni, a seguito di approfondimenti
epidemiologici su popolazioni. Si calcola, infatti, che il rischio di essere
colpiti da una malattia coronarica sarebbe doppio negli ipertesi rispetto ai
normotesi, e che il rischio di accidenti vascolari cerebrali sarebbe addirittura
otto volte maggiore. L'ipertensione induce insufficienza cardiaca più spesso
nelle donne, negli obesi e nelle popolazioni di colore. Alla conclusione sono
giunti ricercatori dell'università dell'Illinois, Chicago, dopo aver esaminato
le cartelle di 680 pazienti con insufficienza cardiaca. Nei soggetti monitorati,
il 25% delle insufficienze cardiache avevano avuto come prima causa
l'ipertensione. Tra le donne, però, questa causalità ricorreva nel 34% dei casi
(contro il 21% degli uomini); il divario era ancora più netto tra afro -
americani e bianchi (40% contro 7%) e tra obesi e non (45% contro 18%). Ad ogni
modo, sicuramente l'alta pressione arteriosa è responsabile, da sola o in
concorso con altri fattori, di un diffuso danno delle pareti dei vasi e del cuore stesso
(l'ipertrofia del ventricolo sinistro)
e di un'accelerazione del processo aterosclerotico. Attraverso questi
meccanismi, essa è in grado di determinare o favorire le malattie coronariche,
come l'angina e l'infarto, l'ictus cerebrale, lo scompenso cardiaco, le aritmie,
l'insufficienza renale, la patologia ostruttiva
dei vasi degli arti inferiori, la patologia vascolare
dell'occhio. Dagli studi di popolazioni appare verificata anche la relazione
inversa: più è bassa la pressione, più aumenta la durata della vita e migliora
la sua qualità.
FARMACI IN GRADO
DI CONTROLLARE L'IPERTENSIONE ARTERIOSA
Diuretici, betabloccanti, calcioantagonisti, ACE inibitori, antagonisti
recettoriali dell'angiotensina II, Alfa bloccanti, farmaci ad azione sul sistema
nervoso centrale: sta al medico scegliere per ciascuno la cura più appropriata,
o eventualmente un'associazione.
L'impiego dei farmaci, i cui effetti collaterali possono rappresentare un
ostacolo per un'assunzione a lungo termine, e la realtà sanitaria di molti
paesi, che non favorisce l'instaurarsi di un prolungato rapporto medico-paziente,
sono fattori che costituiscono una condizione fondamentale per mantenere una
buona adesione del paziente stesso alla terapia.
Diuretici
Abbassano la
pressione diminuendo la quota di liquidi in circolo. Sono però sconsigliati a
chi soffre di diabete e gotta, perché tendono a far aumentare la glicemia e
l'uricemia, e a chi soffre di incontinenza urinaria, perché aumentano la
quantità di urina che viene prodotta.
Betabloccanti
Agiscono direttamente sulle terminazioni nervose, riducendo la contrattilità
de cuore e dilatando le pareti delle arterie. Sono controindicati se si soffre
di asma, perché favoriscono un restringimento dei bronchi.
Calcioantagonisti
Diminuiscono la pressione arteriosa favorendo la dilatazione dei vasi
arteriosi. Sono indicati in chi soffre di cardiopatia ischemica (malattia delle
coronarie).
ACE inibitori
Bloccano
l'attivazione da parte del rene di una sostanza che fa aumentare la pressione
(l'angiotensina II). Sono indicati, oltre che nell'ipertensione, nello scompenso
cardiaco e nel diabete. In alcuni casi possono provocare una tosse stizzosa.
Antagonisti recettoriali dell'angiotensina
II
Agiscono
bloccando il recettore dell'angiotensina II, sostanza ipertensivante prodotta
dal fegato ( angiotensinogeno) ed attivata da un enzima prodotto dal rene
(enzima di conversione). Sembrano essere del tutto privi di effetti collaterali.
Consigliati come gli ace inibitori soprattutto in chi ha ipertrofia cardiaca e
nefropatia diabetica come dimostrato da recenti studi.
Alfa bloccanti
Sono farmaci che provocano vasodilatazione, agendo sulle terminazioni
nervose periferiche vascolari. Impiegati anche nella terapia medica
dell'ipertrofia prostatica, possono provocare (specie alla prima assunzione)
brusche e spiccate riduzioni della pressione.
Farmaci ad azione sul sistema nervoso
centrale
Questi composti agiscono direttamente sulla regolazione della pressione
arteriosa a livello del sistema nervoso centrale. Possono interferire con
l'attività sessuale (impotenza) e provocare stanchezza e senso di "bocca secca"
(xerostomia).
Sta al
medico scegliere per ciascuno la cura più appropriata, o eventualmente
un'associazione.
CARDIOPATIA ISCHEMICA
Con il
termine di cardiopatia ischemica si intende l'insieme delle sindromi (insieme di
sintomi) che dipendono da una sofferenza del miocardio causata da un apporto
insufficiente di sangue rispetto al quantitativo necessario in quel momento.
Cenni di epidemiologia
Nel testo "Storia della Malattia Coronarica", Leibowitz J.O. scrive che l'angina pectoris veniva descritta nel 1866 come una patologia rara.
Quando, negli anni '20, comparve l'automobile e la popolazione divenne più
benestante e ben nutrita, comparve una "epidemia" di cardiopatia coronarica che
coinvolse sempre più soggetti anche in giovane età.
Oggi in Italia i dati ISTAT ci dicono che, tra le cause di 500.000 decessi
l'anno, circa il 45% sono di natura cardiovascolare di
cui la metà da attribuire alla cardiopatia ischemica.
In merito alla cardiopatia ischemica presentiamo una delle classificazioni più
semplici e più utilizzate nella pratica clinica sulla potenziale evoluzione del
quadro patologico verso le forme più gravi.

ANGINA
Il
termine indica alcune manifestazioni della ischemia miocardica prevalentemente
conseguenza dell'aterosclerosi, malattia che determina dei restringimenti
(stenosi) di diversa entità lungo le arterie coronarie dovuti alla formazione di
placche.
Questo
comporta un ridotto apporto di sangue, e quindi d'ossigeno e di nutrimento nelle
zone irrorate dal ramo malato.
Come si manifesta?
L'angina pectoris rappresenta il più frequente sintomo dell'aterosclerosi
coronarica. È un dolore intenso, transitorio, di durata variabile da 5 a 15
minuti localizzato al centro del torace, spesso irradiato lungo il braccio
sinistro ma anche al destro o ad entrambe le braccia. Meno frequentemente al
collo, alla mandibola ed alle scapole. Chi ne è colpito descrive il dolore come
un senso di costrizione, di peso, di compressione, di bruciore.
Nella maggior parte dei pazienti, l'angina si verifica sporadicamente, in genere
in rapporto con lo sforzo (angina stabile).
Una
seconda forma d'angina, definita "angina instabile" comprende vari quadri
clinici:
-
Angina ingravescente
in cui si manifestano episodi di dolore più intensi, protratti e più frequenti
in un paziente con storia di angina da sforzo stabile;
-
Angina di recente insorgenza,
quando si è sviluppata nei 2 mesi precedenti: può presentarsi esclusivamente
da sforzo (che è una forma più benigna) oppure con episodi ripetuti di
angina a riposo in particolare nelle ore notturne (ad alto rischio di
infarto miocardico);
-
Angina post-infartuale precoce
se si verifica a meno di 30 giorni dall'infarto miocardico acuto, di solito
entro 2 settimane; indica malattia coronaria in fase ancora attiva,
caratterizzata da elevata incidenza di reinfarto e da alta mortalità.
|
L'affezione pur essendo meno grave dell'infarto è caratterizzata
dall'imprevedibilità ed instabilità del quadro clinico: da qui il termine
"instabile". Essa è, infatti, espressione di uno stato di instabilità della
malattia che, in assenza di terapie adeguate da effettuarsi in ospedale, può
portare all'insorgenza dell'infarto. In tal senso le variazioni dei caratteri
della sintomatologia dolorosa possono preludere ad eventi più gravi. Si deve
tenere conto della frequenza delle crisi dolorose, della diminuita sensibilità
alle medicine, dell'insorgenza del dolore sia per sforzi lievi sia a riposo. In
questi casi va tempestivamente consultato un cardiologo. È una delle maggiori
cause di mortalità nei paesi occidentali.
A
cosa è dovuta?
A
differenza dell'infarto, nell'angina si verifica un'ischemia miocardica
temporanea dovuta al restringimento temporaneo di un'arteria coronaria
conseguente a spasmo o ad un iniziale e reversibile processo trombotico.
L'infarto si manifesta, invece, quando l'occlusione dura oltre 30 minuti
determinando la morte di alcune cellule cardiache.
Le sindromi coronariche possono peraltro avere una prognosi variabile: in altri
termini, alcuni pazienti hanno una bassa probabilità di eventi quali l'infarto,
l'angina persistente, la morte (1-2% nei tre mesi successivi all'inizio dei
sintomi). Altri pazienti hanno un rischio di eventi del 20-30%; ed è in questi
casi che le cure sono più efficaci. Di conseguenza è molto importante in fase
precoce identificare i soggetti con angina grave.
ANGINA STABILE
È la
manifestazione di cardiopatia ischemica più lieve ed è caratterizzata da episodi
dolorosi o silenti spesso di vecchia data, ormai stabili.
In altre parole gli attacchi ischemici transitori si producono ogni qualvolta si
ripresentano le condizioni che ne hanno permesso le prime manifestazioni.
Non esistono, quindi, in questa sindrome, importanti variazioni della soglia
ischemica cioè le condizioni che scatenano l'ischemia.
Alla base del fenomeno anginoso due sono gli elementi da considerare:
|
1- la
presenza di una placca aterosclerotica
riduce il diametro (stenotizza) della coronaria;
2- la
causa scatenante ( sforzo fisico, emozioni, stress etc.) che procura un aumento
delle richieste di ossigeno da
parte del muscolo cardiaco.
|
Come si manifesta
Il dolore è il sintomo cardine
e nei casi tipici viene avvertito dal paziente come:
Generalmente esso si estende (si irradia) dal centro del torace (sede
retrosternale) al braccio , all'avambraccio e alla mano sinistra ma anche al
collo, alla mandibola allo stomaco oppure
ancora ad entrambi gli arti superiori.
Il dolore insorge gradualmente, ha un acme per poi recedere nello spazio di 2/10
minuti in seguito alla sospensione della causa scatenante o tramite la
somministrazione di farmaci specifici (nitroderivati).
In alcuni casi il dolore può mancare e l'attacco ischemico si manifesta con
affanno, sudorazione fredda, o improvvisa stanchezza.
In altri casi l'ischemia può essere completamente asintomatica ed il riscontro
occasionale nel corso di accertamenti con esami strumentali (ischemia silente).
Quando si manifesta
Le condizioni che possono scatenare un attacco ischemico sono tutte quelle che
procurano un incremento del consumo di ossigeno da
parte del muscolo cardiaco e dunque richiedono un aumento dell'apporto di
sangue.
Ad esempio:
-
lo sforzo
(bisogna che il cuore pompi
più sangue ai
muscoli impegnati);
-
i rapporti
sessuali;
-
le emozioni
in genere che aumentano la frequenza cardiaca;
-
il freddo;
-
un pasto
abbondante
-
aumento
improvviso della pressione arteriosa;
-
stress metabolico (crisi ipoglicemica).
|
Come si fa la diagnosi
Il sospetto, ma in alcuni casi anche la certezza, della malattia è dato dalla
sintomatologia caratterizzata come detto dal dolore che insorge in contesti
specifici e recede con l'eliminazione della causa scatenante, che il paziente
impara a riconoscere limitando così la propria attività. In genere si accompagna
a sudorazione, dispnea, cardiopalmo.
Per la diagnosi strumentale
esistono diversi livelli di approfondimento classificabili in:
|
1- metodiche
non invasive
-
elettrocardiogramma di base;
-
elettrocardiogramma da sforzo;
-
elettrocardiogramma dinamico secondo holter delle 24 o 48 h;
-
ecostress;
-
scintigrafia
miocardica di perfusione;
2-
metodiche
invasive
|
Come va trattata?
Lo scopo della terapia è
quello di migliorare la qualità di vita del paziente e di evitare malattie
ischemiche più gravi che possano condurre ad infarto o peggio ancora alla morte.
Migliorare la qualità di vita significa ridurre gli episodi anginosi migliorando
la tolleranza allo sforzo ed alle altre situazioni scatenanti. Il trattamento
terapeutico insieme all'educazione comportamentale del paziente è in grado di
controllare tutti gli altri fattori di rischio consentendo di ridurre le
probabilità di eventi ischemici peggiori.
Trattamento farmacologico anti-ischemico
Gli strumenti a nostra disposizione sono:
-
Nitrati:hanno capacità di dilatare le arterie in particolare le coronarie aumentando
l'apporto di sangue. Essi possono essere somministrati per via orale oppure con
cerotti che rilasciano il farmaco facendolo assorbire attraverso la pelle.
Questa classe di farmaci viene anche consigliata per il trattamento di episodi
anginosi acuti somministrandolo per via sublinguale. Nel trattamento cronico si
consiglia di sospendere la terapia per
circa 10 ore al giorno per evitare fenomeni di tolleranza farmacologica.
Questi farmaci non vanno somministrati in caso di ipotensione, cardiomiopatia
ipertrofica e glaucoma grave. Possono provocare cefalea durante
la somministrazione (compare nel 20% dei pazienti).
-
Beta-bloccanti:iducono,
invece, le richieste di ossigeno da
parte del cuore abbassando
i valori pressori, la frequenza cardiaca, la contrattilità miocardica.
Sono controindicati in pazienti con asma bronchiale, blocchi della conduzione
intracardiaca, arteriopatie periferiche. Va posta attenzione nei diabetici,
pazienti con disfunzione sessuale, astenia.
Mai sospendere tale tipo di terapia improvvisamente.
-
Calcio-antagonisti:procurano
una vasodilatazione coronarica,
riducono (non tutti) la frequenza cardiaca e la contrattilità. Migliorano dunque
l'apporto di ossigeno e
ne riducono il consumo.
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Trattamento non farmacologico anti-ischemico
L'angioplastica percutanea coronarica ed il by-pass vanno
considerati in caso di insuccesso della terapia farmacologica
o di impossibilità alla terapia farmacologica. Va tenuto conto anche il tipo di
malattia (se interessa 1 o più vasi, quanto si estende) e l'età del paziente
(più giovane è, maggiore è il rischio di peggioramento).
ANGINA INSTABILE
Sindrome a gravità intermedia tra l'angina stabile e l'infarto. E' la
manifestazione di una transitoria ischemia miocardica conseguente a caduta della
disponibilità di ossigeno, senza aumento delle richieste.
L'angina instabile comprende un gruppo di quadri clinici nei quali è presente
una delle seguenti caratteristiche:
-
dolori anginosi insorti da meno di due mesi (di
cui quindi si ignora ancora la possibile stabilità);
-
angina ingravescente
(aggravamento di una angina prima
stabile che modifica i suoi caratteri);
-
angina che
si manifesta entro due settimane da un infarto (angina post-infartuale).
|
Sono varie le ipotesi che
possono giustificare l'insorgenza di tale sintomatologia:
Cosa fare?
All'insorgenza dei primi
sintomi è bene mantenere la calma e recarsi subito al Pronto Soccorso
dell'ospedale più vicino dove saranno attuate tutte le manovre terapeutiche
necessarie ad evitare l'instaurarsi di complicanze come:
-
Evoluzione in
infarto miocardio acuto
-
Scompenso
del ventricolo sinistro
con successiva evoluzione in edema polmonare
acuto
-
Insufficienza
mitralica acuta
-
Shock
cardiogeno
-
Blocco atrio ventricolare
completo
-
Aritmie
ventricolari maligne
|
Tra i
fattori di rischio noti vi è la durata e la frequenza degli episodi anginosi, la
comparsa di alterazioni elettrocardiografiche persistenti, il rilievo di un
aumento, nel sangue, della troponina (un enzima che
si libera in circolo dalle cellule cardiache danneggiate), la mancata risposta
alla terapia farmacologia.
Il ruolo diagnostico più importante è da attribuire alla Coronarografia, esame
che permette di visualizzare con un mezzo di contrasto i rami arteriosi che
portano il sangue al
cuore.
La terapia prevede
l'uso di Aspirina ed Eparina. Da pochi anni sono disponibili le eparine a basso
peso molecolare ed i trombolitici che pur avendo un notevole costo si sono
dimostrati di superiore efficacia. Insieme all'Aspirina, questi farmaci
rappresentano un primo approccio al problema, cui deve far seguito la
coronarografia, indagine che permette d'identificare i soggetti con lesioni che
possono essere trattate con l'Angioplastica (il cosiddetto "palloncino").
INFARTO MIOCARDICO
Si
verifica quando l'irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco (miocardio)
diminuisce o viene a mancare in seguito all'occlusione di una o più arterie
coronariche. L'infarto miocardico è una malattia che colpisce più di
duecentomila italiani all'anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte.
Quali sono le cause?
Le arterie coronarie normali
appaiono come dei tubi puliti. Ma vi sono dei fattori di rischio che predisporre
alla formazione di lesioni aterosclerotiche che alterano le arterie. Molti sono
i fattori che contribuiscono ad aumentare il rischio di infarto miocardico:
-
Età: l'aterosclerosi coronarica, come quella degli altri distretti
vascolari, è una malattia di tipo degenerativo, dovuta essenzialmente alla
inevitabile senescenza dei vasi; per cui si dice comunemente, non a torto, che
abbiamo l'età dei nostri vasi; ed a dispetto di ogni disperata ricerca di
ringiovanimento esteriore ed estetico, nessuno può venderci la pillola della
giovinezza.
-
Precedenti familiari di infarti:
le malattie cardiovascolari tendono ad aggregarsi in particolari nuclei
familiari, per cui si finisce con l'ereditare la predisposizione ad ammalare, ed
i discendenti di coronaropatici vanno guardati con particolare attenzione.
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Sesso: per quanto riguarda il sesso, le donne, soprattutto in età feconda, sono
relativamente protette rispetto agli uomini dalla aterosclerosi coronarica.
Gli indici tendono poi gradualmente a livellarsi dopo la menopausa.
Con una Ebct (tomografia a fascio di elettroni) sono state analizzate 541 donne
con età media di 48 anni. Quelle in cui l'esame aveva rivelato calcificazioni
iniziali (non visibili con esami radiografici tradizionali) dell'aorta e delle
arterie coronarie sono
andate incontro ad infarto od altra malattia coronarica nei 15 anni successivi
l'esame.
Un risultato inquietante questa capacità predittiva dell'esame che, proprio per
questo, è una formidabile arma di prevenzione. Tutte le donne che hanno
modificato il loro stile di vita a rischio (alimentazione ipercalorica e con
eccesso di grassi animali) e hanno riportato nei limiti di sicurezza i valori
di colesterolo cattivo
(LDL) ed elevato quelli del buono (HDL) hanno abbassato il rischio di malattia
cardiaca.
Va anche detto, però, che l'infarto nelle donne tende ad essere in genere più
grave rispetto a quello dei maschi.
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Livello di colesterolo elevato: i grassi sotto accusa sono il colesterolo totale,
la sua frazione LDL ei
trigliceridi, il cui tasso aumentato nel sangue è
un sicuro fattore di rischio; è un rischio anche la diminuzione del tasso di
un'altra frazione del colesterolo, l' HDL, che ha funzioni protettive.
L'ipercolesterolemia di per sé non è una malattia, ma solo un fattore di rischio
ed il colesterolo non
è un veleno, ma anzi è un costituente fondamentale di tutte le cellule
dell'organismo. Il guaio è che per cattive abitudini alimentari il suo livello
risulta abnormemente elevato; ciò, sul lungo periodo, può risultare dannoso. I
livelli desiderabili di colesterolo sono
intorno ai 200 mg/ml ed il dosaggio della colesterolemia rientra
in una buona prassi di medicina preventiva, soprattutto nelle fasce di età a
rischio (fra i 40 ed i 70 anni), anche se oggi sembra opportuno porsi il
problema del suo controllo fin dall'infanzia.
è dubbio, invece, se valga la pena di effettuare ripetute e frequenti
determinazioni del colesterolo in
soggetti ultrasettantenni e spesso ottuagenari, anche se è dimostrato che la
riduzione della colesterolemia è
utile anche in età avanzata.
Quello che va evitato è lo stato di ansia e
di preoccupazione con cui taluni soggetti in tarda età e spesso abbondantemente
di là del rischio "inseguono" affannosamente il loro tasso di colesterolo.
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Ipertensione – Diabete - Obesità: piuttosto che di obesità è meglio parlare di eccesso ponderale.
L'eccesso ponderale si accompagna con grande frequenza ad aumento della
pressione, della glicemia, dei grassi nel sangue, ed a riduzione dell'attività
fisica; inoltre, è un grosso fardello che affatica inutilmente il cuore.
Secondo dati recenti nel mondo occidentale circa il 30% della popolazione
avrebbe un eccesso ponderale di varia entità. Va precisato, a questo proposito,
che si parla di obesità quando il peso corporeo superi del 15% il peso ideale.
La determinazione del peso ideale si ottiene con varie formule. Un criterio
abbastanza diffuso definisce come peso ideale il numero di chili pari ai
centimetri oltre il metro di statura (quindi, per un uomo alto 1,80 m. il peso
ideale sarebbe 80 chili), ma questo criterio è forse più adatto al ventenne che
svolga attività fisica; per un sessantenne sedentario appare eccessivamente
generoso, e sarebbe consigliabile una riduzione di almeno il 10%.
E' stato anche sicuramente dimostrato che l'aumento del peso del 20% rispetto a
quello ideale nei soggetti di media età raddoppia l'incidenza di malattie delle
coronarie, e la triplica se l'obesità si accompagna a ipercolesterolemia o
ipertensione.
Gli obesi malati di cuore vivono
in media 4 anni di meno del cardiopatico di peso regolare. L'essere fortemente
sovrappeso anticipa poi di 7 anni l'inizio della malattia in chi è predisposto.
Negli Stati Uniti è stato anche calcolato che se si riuscisse a debellare il cancro la
vita si allungherebbe di meno di due anni, mentre se si eliminasse l'obesità si
allungherebbe di 5 anni.
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Fumo - Stress: l'importanza dello stress è generalmente sopravvalutata dai pazienti. In gran
parte ciò è dovuto al fatto che è un termine che ha trovato grande successo e
diffusione, essendo chiamato in causa per situazioni molto diverse.
Essendo utopistico e irrealizzabile l'intento di modificare positivamente
l'ambiente in maniera sostanziale, è chiaro che i nostri sforzi sono diretti
alla individuazione ed alla eventuale modificazione di quei tratti della
personalità che, sottoposti all'influenza ambientale, possano costituire un
fattore di rischio per gli eventi coronarici.
Numerosi ed approfonditi studi hanno individuato uno specifico atteggiamento
comportamentale, definito come personalità di tipo A, che costituisce un sicuro
fattore di rischio coronarico.
Gli elementi costitutivi del comportamento di tipo A sono rappresentati da una
costellazione di atteggiamenti caratteriali che contribuiscono nel loro insieme
a determinare uno specifico tipo di personalità.
In sintesi, i tratti distintivi del comportamento di tipo A sono la fretta,
l'impazienza, l'eccessiva competitività ed un certo grado di ostilità verso
l'ambiente sociale, lavorativo e familiare. Nell'ambito di una strategia
riabilitativa globale, in cui gli atteggiamenti psicologici hanno un ruolo
fondamentale, la ripresa graduale delle proprie attività, con un'ottica diversa
e con una mentalità diversa, favorisce il totale reinserimento sociale, la
chiusura di un periodo della vita difficile ed oscuro, culminato con un grave
"incidente", e l'inizio della ricostruzione psico-fisica del paziente, su nuove
basi.
Sul piano pratico è consigliabile adottare una serie di atteggiamenti di difesa,
che potrebbero essere riassunti nei seguenti consigli: eliminare l'eccesso di
lavoro; affrontare e risolvere un problema alla volta; crearsi se è possibile un
hobby.
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Sedentarietà: il tema della sedentarietà, intesa come ridotta attività fisica, è strettamente
connesso con quello dell'eccesso ponderale. Una riduzione del dispendio
calorico, se si mantengono costanti le entrate, si traduce in un accumulo di
grasso ed aumento di peso".
Accurate indagini statistiche effettuate in un numero rilevante di pazienti
hanno consentito di verificare che l'attività fisica si traduce in una
diminuzione significativa del rischio cardiovascolare, sia nella prevenzione
primaria, cioè nell'evitare un primo infarto, sia, e soprattutto, nella
prevenzione secondaria, cioè nell'evitare un secondo infarto in chi ne abbia già
subito uno. I
meccanismi attraverso i quali l'attività fisica induce effetti benefici sono ben
noti, e sono sia diretti che indiretti.
Direttamente, l'allenamento fisico, cioè un'attività fisica regolare e costante,
produce effetti benefici mediante la riduzione della frequenza cardiaca e della
pressione arteriosa sotto sforzo, con conseguente risparmio del consumo di ossigeno
del muscolo cardiaco, una migliore utilizzazione dell'ossigeno da parte dei
muscoli scheletrici, un miglioramento della capacità lavorativa globale, uno
spostamento del controllo nervoso del cuore a
vantaggio del vago, sistema frenatore e di risparmio, a discapito del simpatico,
sistema acceleratore e dispendioso, un innalzamento della soglia a cui
compaiono ischemia ed angina durante
lo sforzo, ed aritmie minacciose. Indirettamente, l'attività fisica ha effetti benefici attraverso un aumento del
colesterolo protettivo HDL, una riduzione dell'aggregabilità delle piastrine,
una riduzione della pressione arteriosa, degli ormoni circolanti che stimolano
il cuore, della glicemia nel diabete e
dei trigliceridi, dell'obesità, dell'abitudine al fumo.
Non c'è dubbio, quindi, che l'attività fisica vada incoraggiata ed incrementata
e che al contrario la vita sedentaria vada evitata invertendo, così, la radicata
tendenza che imponeva periodi di lunga e pressoché completa, e talora definitiva
inattività agli infartuati.
|
Nella
maggior parte dei casi, l'infarto miocardico è dovuto alla formazione di un
grumo di sangue (coagulo)
che ostruisce un'arteria coronarica. Si tratta in questo caso di una trombosi coronaria.
è più raro che la contrazione temporanea (spasmo), di un'arteria coronaria
possa scatenare un infarto.
Cos'è?
Si
verifica quando l'irrorazione sanguigna del muscolo cardiaco (miocardio)
diminuisce o viene a mancare in seguito all'occlusione di una o più arterie
coronariche.
L'infarto miocardico è una malattia che colpisce più di duecentomila italiani
all'anno e che in 1/3 dei casi conduce alla morte. Se l'infarto colpisce solo
una zona limitata del muscolo cardiaco, le conseguenze non sono gravi. Se la
lesione del muscolo cardiaco è molto estesa, può provocare la morte o
un'invalidità (di grado variabile).
Quando si verifica
L'infarto è in genere la conseguenza drammatica di una malattia che è iniziata
molti anni prima senza manifestarsi fino a quel momento; le cause scatenanti,
che in un determinato momento fanno bruscamente precipitare una situazione
mantenuta in equilibrio fino ad un istante prima sono assai variabili e non
sempre identificabili.
Talora il dolore si verifica durante un intenso sforzo fisico compiuto da un
soggetto non allenato: la partita di calcio "scapoli-ammogliati"
effettuata magari dopo un anno di lavoro a tavolino e magari sotto il solleone e
dopo abbondanti libagioni, è responsabile di molte precoci vedovanze.
A
volte, in associazione ad uno stress psicologico intenso e prolungato, come
conflitti o litigi nell'ambito familiare o lavorativo; talora si tratta di forti
ed improvvise emozioni a contenuto sgradevole, come aggressioni, rapine,
coinvolgimento in incidenti stradali ed in disastri come terremoti, alluvioni,
incendi, etc. In realtà, nella stragrande maggioranza dei casi non si riesce ad
individuare il meccanismo scatenante dell'evento infartuale, e va anzi ricordato
che studi ormai numerosi di cronobiologia hanno dimostrato in maniera
inconfutabile che il maggior numero di infarti si verifica nelle primissime ore
del mattino quando il paziente è in completo riposo.
Gli infarti fatali avrebbero, inoltre, una stagionalità tra dicembre e gennaio.
Quali sono i sintomi?
La
parola angina introduce
l'elemento soggettivo della sofferenza ischemica del muscolo cardiaco: il sintomo dolore.
Sia l'ischemia che l'infarto generalmente provocano dolore anginoso, ed in
genere il dolore dell'infarto è più intenso e soprattutto più prolungato.
Il primo sintomo dell'infarto
cardiaco è il dolore, si manifesta come un senso di fastidio al petto. La
sensazione di oppressione, compressione, dolore o peso nel centro del petto si
può irradiare alle spalle, al collo, alle braccia o alla schiena.
Spesso l'infarto si rivela con l'insieme dei seguenti sintomi:
Abbondante sudorazione fredda nella parte superiore del corpo, stordimento,
mancanza di fiato e nausea.
La
mancanza di fiato è dovuta all'impossibilità del cuore di
pompare in modo efficace e determina, in alcuni pazienti, una sensazione di
oppressione al petto come una corda che stringe. Se si è in grado di riconoscere
i sintomi dell'angina e dell'infarto, si potrà essere in grado di salvare la
vita a se stessi o agli altri. Se invece non si riconoscono i sintomi o si
attribuiscono ad un altro disturbo (un'indigestione…) il trattamento
dell'infarto arriverà troppo tardi.
Purtroppo, in una buona percentuale di casi, sia l'ischemia che l'infarto
possono non accompagnarsi a dolore: condizioni queste rispettivamente definite ischemia silente
ed infarto silente.
La prognosi, il decorso ed il rischio dell'ischemia e dell'infarto silente non
differiscono sostanzialmente dalle forme che si accompagnano a dolore; non si
tratta di forme "lievi" della malattia; anzi, l'assenza di un campanello di
allarme come il dolore può esporre in definitiva il paziente ad un rischio
maggiore.
Qual è la differenza tra infarto ed ischemia?
S'intende per ischemia lo
stato di sofferenza del muscolo cardiaco non sufficientemente irrorato. C'è una
differenza fondamentale tra infarto ed ischemia. L'infarto è un'interruzione
totale del flusso del sangue al
cuore, i cui sintomi durano più di 15 minuti, non scompaiono con il riposo o con
i farmaci (con la nitroglicerina sono
solo alleviati) ed una parte del muscolo cardiaco incomincia a morire. E',
quindi, una condizione stabile ed irreversibile. L'ischemia è transitoria e
reversibile; consiste in una temporanea interruzione del flusso di sangue ossigenato
al cuore; i sintomi durano pochi minuti e si possono alleviare con il riposo o
con i farmaci.
Ciò che determina il punto di passaggio fra ischemia ed
infarto è la durata dell'assenza di flusso; infatti, il muscolo cardiaco riesce
a tollerare l'assenza di irrorazione per un tempo limitato (meno di 30 minuti),
al di là del quale comincia ad andare in necrosi, a morire.
Nella maggioranza dei casi, l'ischemia si determina quando, a fronte di una
maggiore richiesta di ossigeno e
materiali nutritivi, e quindi di un aumento di flusso, determinata da
un'attività fisica più o meno intensa, questa richiesta non può essere
soddisfatta a causa dei restringimenti (stenosi) prodotti all'interno delle
arterie coronarie dalla
malattia aterosclerotica.
Si crea così una discrepanza transitoria fra necessità di apporto e possibilità
di adeguamento dei flussi; questa è la condizione detta "angina da sforzo".
Cosa succede nella zona del cuore in cui le cellule sono morte?
In
alcuni casi di infarto la porzione di parete del muscolo cardiaco non più
contrattile, cicatriziale ed assottigliata, protrude durante la contrazione (in
sistole), dando luogo a quello che si definisce aneurisma ventricolare.
Questa, comunque è una conseguenza abbastanza rara dell'infarto; generalmente,
invece, l'assottigliamento della zona infartuata, pur senza dar luogo
all'aneurisma, finisce col provocare un'alterazione più o meno grave della
geometria ventricolare, che risponde a precise e rigorose leggi fisiche, ed un
deterioramento della funzione meccanica della pompa.
E' intuitivo che le conseguenze "meccaniche" dell'infarto saranno tanto più
gravi quanto più estesa è la zona assottigliata e non contrattile; generalmente,
si ritiene che l'infarto sia più o meno grave in relazione alla sede (anteriore,
o posteriore o inferiore). Tradizionalmente si ritiene che l'infarto posteriore
o inferiore sia meno grave di quello anteriore; questo potrà anche essere vero,
ma la cosa più importante nel determinare la prognosi sia
immediata sia a distanza dell'infarto non è tanto la sua sede, quanto la sua
estensione. È meglio, quindi, sotto questo aspetto, distinguere infarti piccoli
e circoscritti da infarti estesi. Inoltre, i danni meccanici prodotti da un
eventuale secondo infarto, soprattutto se questo interessa una zona diversa dal
precedente, si sommano a quelli provocati dal primo.
Quando consultare il medico?
Ogni sintomo che
segnali l'inizio di un infarto impone l'immediata consultazione del medico. Se
il medico non è rintracciabile, chiamare un' ambulanza e raggiungere
immediatamente il pronto soccorso dell'ospedale più vicino.
Cosa fanno al pronto soccorso?
Una
volta chiarito che il confine fra ischemia ed
infarto è solo temporale, e che vi sono dei tempi, anche se ristretti, e dei
mezzi che consentono di arrestare l'evoluzione dell'ischemia in infarto, si
capisce bene l'importanza del fattore tempo. Gli specialisti del pronto
soccorso, dopo un elettrocardiogramma di
conferma, avvieranno subito le analisi del sangue per
dosare gli enzimi liberatisi durante l'infarto dal muscolo cardiaco (troponina,
GOT, GPT, LDH, CK,CKMB).
Qual è la terapia per l'infarto miocardico?
Fino a
poco tempo fa la terapia consisteva
essenzialmente nell'alleviare il dolore e nel trattare le complicanze precoci.
La moderna terapia della
malattia coronarica si basa su tre cardini: le cure mediche (nuovi farmaci,
conosciuti con il nome di trombolitici, permettono oggi di sciogliere
rapidamente i grumi di sangue all'origine
della maggior parte degli infarti), la chirurgia del
bypass aorto-coronarico, e la dilatazione con palloncino delle coronarie stenotiche
(angioplastica coronarica).
Come evitare l'infarto miocardico?
-
Smettere di fumare;
-
Mantenere il peso ideale;
-
Alimentarsi con cibi
poveri di grassi animali;
-
Praticare un esercizio
fisico regolare e senza eccessi;
-
Mantenere a livelli
normali la pressione arteriosa, il colesterolo e
la glicemia.
|
Si può ritornare ad una
vita normale?
Un
infarto piccolo non ha conseguenze gravi. La riabilitazione ed una terapia appropriata
permetterà al muscolo cardiaco di riprendere la propria funzione e lascerà solo
strascichi trascurabili.
Il 50% delle persone colpite da un infarto miocardico ritornano ad una vita
normale nel giro di pochi mesi.
|
I numeri del
CUORE italiano |
-
300: casi di infarto ogni 100.000
abitanti
-
80.000: infarti diagnosticati ogni anno
-
8%: casi di reinfarto ad un anno dal primo evento
-
200.000: persone con fibrillazione atriale … delle quali
-
il 5-7%: lamenta, ogni anno, embolie cerebrali con decadimento
delle funzioni cognitive sino alla demenza
-
250: casi di ictus ogni 100.000 abitanti
-
35-40%: casi di ictus in meno con la riduzione di 5-6 mmHg di
pressione sistolica
-
1.000.000: sopravvissuti ad almeno un infarto
(A cura del Centro per
la Lotta Contro l'Infarto) |
TERAPIA DELL'INFARTO
MIOCARDICO
TROMBOLISI
Com'è
noto, la mortalità ospedaliera dell'infarto miocardico acuto si è ridotta nel
corso degli ultimi anni grazie all'introduzione delle Unità di Terapia Intensiva
Coronarica e più recentemente della Trombolisi.
A
cosa serve
E'
ormai stato ampiamente dimostrato che la somministrazione della terapia trombolitica
nella fase iniziale di un infarto miocardico acuto riduce la mortalità e
migliora la funzione ventricolare.
Quando va eseguita
Studi
clinici hanno dimostrato che la trombolisi praticata entro le prime 4 ore
dall'inizio dei sintomi fornisce benefici maggiori rispetto ad un trattamento
tardivo. L'effetto terapeutico ottimale avviene entro le prime due ore.
Sfortunatamente, a causa di vari ritardi, solo pochi pazienti con infarto
ricevono la terapia trombolitica entro le prime 2-4 ore. Il tempo, quindi, tra
l'esordio dei sintomi e l'inizio della ricanalizzazione coronarica è il maggior
determinante del salvataggio del miocardio e della riduzione della mortalità.
|
Si definisce "Ritardo evitabile" il tempo tra l'inizio della
sintomatologia dell'infarto e l'inizio della trombolisi. Esso può essere
diviso in tre componenti: ritardo decisionale, ritardo organizzativo e
ritardo intraospedaliero. La riduzione del ritardo equivale comunque ad un
maggiore beneficio.
Da un'analisi del ritardo evitabile compiuta dal gruppo dei ricercatori
del GISSI (Gruppo Italiano Studio nella Sopravvivenza nell'Infarto) nel
1990, è emerso che il ritardo decisionale è il maggiore componente del
ritardo totale (23% nel gruppo dei pazienti che giunge in ospedale entro
le 2 ore e 80% nel gruppo che arriva dopo le 12 ore). Il ritardo
organizzativo ha un ruolo meno importante; il ritardo intraospedaliero
presenta un'ampia variabilità in relazione alla analoga variabilità dei
percorsi interni delle singole realtà ospedaliere. |
BYPASS AORTO-CORONARICO
La
chirurgia del bypass non si può definire una tecnica nuova, poiché i primi
interventi risalgono al 1969, anche se da allora vi sono stati molti progressi
tecnici. L'intervento consiste nello scavalcare il restringimento del vaso
coronarico inserendo un condotto vascolare a monte ed a valle del punto
ristretto, così da ripristinare un buon flusso al di sotto della stenosi.
Come si esegue?
I
condotti per l'innesto usati, sono sia segmenti di vena prelevati dalla gamba
dello stesso paziente (non soggetti quindi a rigetto), sia più recentemente,
un'arteria, la mammaria interna, che partendo dall'aorta decorre all'interno del
torace. I risultati degli innesti con la mammaria sono certamente migliori, in
termini di durata della loro pervietà; sopravvivenza, incidenza di nuovi eventi
coronarici; quindi,questo è oggi il condotto di scelta, ma quest'arteria non è
sufficiente per confezionare bypass multipli, per cui in questi casi, che sono i
più frequenti, si usano contemporaneamente sia la safena che l'arteria mammaria.
L'intervento comporta l'apertura del torace mediante la resezione dello sterno e
l'esposizione del cuore, che viene fermato, per cui si attua necessariamente,
con una macchina particolare, la circolazione extracorporea (CEC). E' un
intervento complesso, che richiede grande perizia da parte degli operatori, e un
grande lavoro di gruppo: infatti, in sala operatoria sono impiegate una dozzina
di persone, ognuna con i suoi compiti precisi; per questi motivi, è anche un
intervento di alto costo.
Come ogni tecnica nuova, il bypass ha suscitato un entusiasmo crescente sia
negli operatori che nei pazienti, al punto tale che qualche anno fa negli Stati
Uniti il bypass, con circa 500.000 casi l'anno, era divenuto un intervento assai
frequente. Nel nostro Paese, per molti anni, ha costituito il motivo principale
delle peregrinazioni dei cardiopatici verso le cattedrali della cardiochirurgia
europee o nordamericane.
Fortunatamente, col passare del tempo tutto è cambiato. La chirurgia del bypass
è divenuta routine anche da noi, le indicazioni sono diventate precise e
razionali, l'intervento si fa ormai dappertutto, abbastanza rapidamente e bene,
solo quando serve e tutte le volte che serve.
Quali sono le indicazioni al suo impiego?
Per
rispondere a questa domanda ci vengono in soccorso i dati dei grandi studi, che
hanno confrontato su migliaia di pazienti i risultati dell'intervento rispetto
alle cure mediche. Su queste basi si può ormai affermare con certezza che la
chirurgia dà risultati migliori delle cure mediche nell'alleviare i dolori
anginosi quando questi resistono ai farmaci, e nel prolungare la sopravvivenza
dei pazienti quando sia interessata da una stenosi critica la coronaria sinistra
subito dopo la sua origine o quando siano severamente ristretti tre rami
coronarici e la funzione contrattile del cuore sia compromessa.
Va detto, tuttavia, le indicazioni al bypass nel singolo paziente scaturiscono
dal suo attento esame e dai risultati di tutte le indagini statistiche
effettuate, e richiedono la massima esperienza, perizia e prudenza da parte
dello specialista chiamato a decidere.
Il bypass può essere indicato anche quando, pur in presenza di due rami
coronarici stenotici, o perfino di uno solo, il territorio di muscolo irrorato
da questi vasi è talmente esteso ed importante da esporre il paziente ad un
altissimo rischio in caso d'infarto o quando una buona rivascolarizzazione può
restituire la funzione contrattile a porzioni di muscolo ancora vitali ma inerti
perché non sufficientemente irrorate.
In conclusione il bypass non è certo una panacea, ma è un'opzione terapeutica
utile e sicura, quando vi sia una corretta indicazione.
Sicuro quanto?
Abbastanza, se si considera che la mortalità generale legata all'intervento, nei
pazienti a basso rischio con un'indicazione elettiva oggi supera di poco l'1%, e
la degenza media non supera gli 8-10 giorni. Vi sono delle condizioni che
aumentano sicuramente il rischio dell'intervento, sia in termini di mortalità
sia di possibili complicanze. Esse sono:
1- l'esecuzione dell'intervento in emergenza, 2- la grave insufficienza
cardiaca e respiratoria, 3- l'insufficienza renale, 4- il diabete.
L'età avanzata non è più considerata una
controindicazione assoluta, ed oggi sono molti gli ottuagenari che sono operati
con successo; tuttavia, la mortalità è più elevata, anche se accettabile, e la
ripresa del periodo post-operatorio è più lenta e complicata; da rilevare che in
questa fase sono frequenti, a qualsiasi età reazioni psicologiche di tipo
depressivo, che possono durare anche a lungo.
Cosa devo sapere?
Purtroppo non c'è garanzia che i bypass abbiano durata illimitata. Dopo
l'intervento, la malattia coronarica può progredire sia sui rami coronarici non
"bypassati" sia sugli stessi bypass, ostruendoli e rendendoli inefficaci; quello
che sappiamo con certezza è che a distanza di 10 anni dall'intervento sono
ancora pervi fra il 38% ed il 45% dei bypass venosi ed il 95% di quelli con
mammaria interna.
In questi casi, un secondo intervento è possibile, ma la mortalità è più
elevata.
ANGIOPLASTICA
L'Angioplastica
Coronarica Percutanea Transluminale (PTCA) è una tecnica di cardiologia interventistica
assai brillante, la cui introduzione nella terapia delle coronaropatie risale al
1977. Il suo ideatore fu il dottor Andreas Gruentzig. Si calcola che
attualmente nel mondo si effettuino fra 500.000 e 600.000 angioplastiche ogni
anno e che negli Stati Uniti, a partire dal 1990, con 300.000 procedure l'anno,
l'angioplastica abbia superato il numero degli interventi di bypass.
In Italia l'espansione della metodica ha visto una crescita più lenta dovuta a
motivi organizzativi: per far fronte a possibili complicanze acute legate alla
procedura, l'angioplastica deve essere necessariamente eseguita in presenza di
uno standby cardiochirurgico, con una sala operatoria cardiochirurgia pronta
all'occorrenza per l'immediata esecuzione di un bypass d'urgenza; ovviamente,
questo limita le possibilità operative dei vari centri.
L'Angioplastica Coronarica Percutanea Transluminale (PTCA) è una tecnica di
cardiologia interventistica assai brillante, la cui introduzione nella terapia
delle coronaropatie risale al 1977. Il suo ideatore fu il dottor Andreas
Gruentzig.
Come si esegue?
Il
primo tempo della sua esecuzione è la visualizzazione delle coronarie, mediante
la coronarografia; una volta evidenziato il tratto stenotico del vaso coronario,
si fa avanzare fino a quel punto un catetere munito alla sua estremità di un
piccolo palloncino gonfiabile. Il gonfiaggio del palloncino alla pressione di
diverse atmosfere induce un barotrauma, che schiaccia lungo le pareti del vaso
la placca aterosclerotica che ne ostruisce il lume, eliminando quindi la
stenosi del vaso e ripristinando un buon flusso a valle.
Si
tratta di una tecnica molto elegante e sofisticata, che richiede grande perizia
da parte degli operatori e rappresenta il frutto di un'altissima tecnologia
bioingegneristica nella progettazione e costruzione dei cateteri , strumenti di
alta precisione, molto sofisticati e molto costosi.
Inizialmente, l'angioplastica veniva eseguita in casi selezionati, che davano le
maggiori garanzie di successo: su un solo vaso, quando questo fosse facilmente
raggiungibile dal catetere, ed in presenza di stenosi non lunghe e non serrate.
In seguito, con il perfezionamento della tecnica e il miglioramento dei
materiali, la metodica è stata sempre più frequentemente impiegata, e con
successo, anche in situazioni difficili, cioè contemporaneamente su due o tre
vasi, ed anche su vasi completamente occlusi. Quando è possibile, l'angioplastica
viene utilmente impiegata anche nel trattamento dell'occlusione dei bypass
venosi.
Cosa devo sapere?
La
procedura si effettua in sala di emodinamica, non richiede l'uso della narcosi,
e comporta una degenza di sole 24-48 ore.
In generale, le percentuali di successo immediato della dilatazione sono molto
alte, superando nel complesso il 90% dei casi trattati; tuttavia, l'angioplastica
presenta un grosso problema, tuttora irrisolto: in una percentuale che si aggira
fra il 30% ed il 40% dei casi il risultato ottenuto inizialmente scompare nel
tempo, per cui la dilatazione ottenuta si annulla e ricompare nuovamente la
stenosi.
La più alta incidenza di restenosi si verifica in genere abbastanza
precocemente, entro i primi sei mesi dalla dilatazione. Oltre alle cure
farmacologiche, che si sono nel complesso dimostrate scarsamente efficaci, per
evitare o limitare l'incidenza di restenosi si sono tentate altre vie
interventistiche.
I
risultati migliori, sotto questo aspetto, si sono ottenuti con l'impiego di
impianti protesici come gli Stent, che sono piccole gabbiette o tubicini
fenestrati metallici e molto elastici che, sempre guidati dal catetere, vengono
introdotti nel vaso fino a raggiungere la stenosi ed ivi posizionati, dilatati e
lasciati in situ. L'impiego degli stent ha indotto una riduzione dell'incidenza
di restenosi ad un tasso inferiore al 20%; inoltre, gli stent si sono dimostrati
molto efficaci sia per ottenere risultati più soddisfacenti e stabili dopo la
dilatazione col palloncino, sia e soprattutto, per ovviare all'occlusione acuta
del vaso subito dopo l'angioplastica, complicanza, questa, assai rischiosa e
temibile.
A prescindere dall'eventuale impiego degli stent, in caso di restenosi è
generalmente possibile anche la ripetizione della procedura di dilatazione.
Quale delle due è più pericolosa?
Rischi
ve ne sono, ma sono nel complesso abbastanza bassi ed accettabili: si calcola
recentemente che il rischio di morte legato alla procedura si aggiri sullo 0,3%,
quello d'infarto intorno allo 0,9% e quello di dover presentare ricorso al
bypass d'urgenza è di circa l'1,8%.
La
scelta, nel singolo paziente, va fatta sulla base di un'esatta previsione dei
migliori risultati e dei vantaggi attesi con ciascuna delle opzioni
terapeutiche. Sull'altro piatto della bilancia vanno messe le difficoltà ed i
rischi specifici di ognuna delle scelte terapeutiche, come ad esempio:
inefficacia della terapia medica o impossibilità di eseguirla per grave
intolleranza; condizioni proibitive per il bypass a causa d'età molto avanzata o
gravi patologie concomitanti; alto rischio connesso con l'angioplastica o
prevedibili gravi difficoltà nella sua esecuzione.
Al
giorno d'oggi, non si può prescindere anche da valutazioni di ordine economico:
il bypass è certamente più costoso dell'angioplastica, tuttavia, l'eventuale
necessità di ripetere la procedura di dilatazione o l'uso degli stent possono
portare a costi molto vicini all'equiparazione.
ESAMI STRUMENTALI
È la
registrazione grafica delle variazioni elettriche che si verificano durante la
contrazione cardiaca, raccolte per mezzo di elettrodi. Introdotto da Einthoven,
che per questo si meritò il premio Nobel, costituisce il metodo diagnostico per
eccellenza di tutte le aritmie.
A
cosa serve
Grazie
alle informazioni che fornisce è possibile identificare la presenza di disturbi
del ritmo cardiaco o della propagazione dell'impulso elettrico che provoca la
depolarizzazione delle fibre muscolari (alterazioni della conduzione) e di
alterazioni miocardiche conseguenti a sofferenza ischemica (coronaropatie).
Quando si effettua
La
particolare morfologia dell'onda elettrica consente di mettere in luce
alterazioni della diffusione dello stimolo, localizzate in una delle branche
nelle quali il tessuto di conduzione si dirama a livello dei ventricoli.
Nell'infarto del miocardio l'ECG risulta alterato sia nella fase acuta, con
comparsa delle caratteristiche onde di lesione, sia nella fase post-acuta,
quando si evidenziano le onde di necrosi, espressione dell'avvenuta morte di una
porzione di cellule miocardiche. Infine l'ECG può essere utilizzato per valutare
lo stato del muscolo cardiaco (es. nella malattia arteriosclerotica,
nell'ipertensione arteriosa) o per mettere in luce piccoli disturbi metabolici
(es. squilibri elettrolitici, intossicazione da digitale).
Cosa si deve sapere
È
assolutamente indolore e per la sua esecuzione non si ricorre a farmaci. Non
esistono complicanze.
L'elettrocardiogramma basale a riposo dura pochi secondi ed analizza mediamente
circa 10 battiti cardiaci; l'ECG dinamico secondo Holter dura, invece, 24 ore o
più, ed analizza circa 100.000 battiti; è quindi intuitiva la grande differenza
del potere di analisi dei due test.
A
cosa serve
L'ECG
dinamico consente di monitorare l'attività elettrica del cuore nel corso delle
normali attività del paziente e quindi la correlazione fra attività ed eventuali
sintomi e/o alterazioni dell'ECG.
Quando si esegue
Nel
periodo post-infartuale, l'ECG dinamico fornisce importanti indicazioni a
proposito della comparsa di eventuali disturbi del ritmo cardiaco pericolosi o
minacciosi, nonché di eventuali episodi ischemici sintomatici, cioè accompagnati
a dolore anginoso, sia silenti, non accompagnati a dolore.
Cosa si deve sapere
È un
test utile, innocuo, ripetibile, di basso costo, e dotato di un buon potere
diagnostico e prognostico.
Il
test da sforzo consiste nella registrazione continua dell'elettrocardiogramma
(ECG), della frequenza cardiaca e della pressione arteriosa nel corso di lavoro
muscolare.
Come si svolge
Si
effettua generalmente o con una particolare cyclette, chiamata cicloergometro, o
con un tappeto rotante.
Questi strumenti consentono di applicare sforzi gradualmente crescenti, ed
esattamente valutabili in Watt.
A
cosa serve
In
breve, il test da sforzo consente di valutare accuratamente la funzionalità
cardiaca di un paziente reduce da un infarto, di stabilire se vi siano ancora
regioni del cuore mal irrorate, ischemiche ed a rischio per eventi futuri, e
quindi di stilare una prognosi più sicura e di scegliere la cura più idonea.
Inoltre, la conoscenza esatta dell'entità di lavoro sopportata dal paziente
senza problemi consente, anche mediante semplici tabelle di equiparazione, di
suggerire il tipo di attività consentite nel corso della riabilitazione dopo la
dimissione.
Quando si esegue
Il
test viene in genere eseguito 2 o 3 settimane dopo l'infarto, ma talora anche
più precocemente.
La ragione di questa scelta di tempo è che proprio in quel momento occorrono le
informazioni che il test è in grado di fornirci, necessarie per indirizzare la
migliore condotta terapeutica.
Nulla vieta, ovviamente, che dopo il test precoce se ne effettui un altro dopo
3-6 mesi, a riabilitazione conclusa.
Cosa si deve sapere
Talora, quando ad un paziente con un infarto recente si propone un test da
sforzo prima della dimissione, si nota in lui e nei suoi parenti un
atteggiamento di sorpresa, stupore, incredulità e timore, quasi che la proposta
del test da sforzo in quelle circostanze fosse un'idea bizzarra ed in qualche
misura pericolosa. In realtà il rischio è bassissimo e, a fronte di ciò, le
informazioni che se ne ricavano sono invece estremamente importanti, tant'è che
a tutt'oggi il test da sforzo nel periodo precoce post-infartuale è l'esame più
sensibile, accurato e sicuro, e che la stessa inidoneità ad effettuarlo è un
indice prognosticamente sfavorevole.
È
l'esame più preciso per valutare forma e calibro delle arterie. È una tecnica di
visualizzazione radiologica di un'arteria determinata mediante l'introduzione di
un mezzo di contrasto radiopaco.
A
che serve
Principalmente viene utilizzata per la diagnosi delle affezioni a carico de
cuore e dei grossi vasi (angiocardiografia) e delle arterie periferiche
(arteriografia). L'angiografia cerebrale, dopo l'avvento della TAC (Tomografia
Assiale Computerizzata) e della RMN (Risonanza Magnetica), ha perso importanza
per valutare l'esatta posizione ed il grado di vascolarizzazione di lesioni
intracraniche, ma rimane di primaria importanza per la diagnosi di stenosi o di
occlusioni delle arterie, di anomalie congenite o malformazioni dei vasi
cerebrali, di trombosi dei seni venosi della dura madre. L'angiografia è una
tecnica altamente sensibile in altri distretti corporei: consente di localizzare
con precisione tumori delle cellule del pancreas, di individuare emboli
polmonari, lesioni della vascolarizzazione renale (integrando i dati della TAC),
ischemie o emorragie nel tratto gastrointestinale o malformazioni del
tessuto epatico.
Come si esegue
L'angiografia viene effettuata incannulando, mediante speciali cateteri, le
arterie dell'organo da esaminare, introducendo il mezzo di contrasto (a base di
iodio) e registrando le immagini radiografiche ad un ritmo di circa 3-6 sec.; il
mezzo di contrasto viene poi eliminato per via renale.
Cosa devo sapere
Durante l'esecuzione dell'esame possono verificarsi transitori effetti
collaterali come sensazioni di calore, caduta della pressione sanguigna, nausea.
Reazioni allergiche al mezzo di contrasto (broncospasmo, edema della laringe,
orticaria) sono rare, mentre complicazioni più severe come aritmie cardiache,
reazioni anafilattiche e shock sono da considerare eccezionali ma possibili
(nell'ordine di 4 individui su 100.000). Nel 2% circa dei casi l'angiografia può
dar luogo ad insufficienza renale lieve. Poiché non si può prevedere l'eventuale
insorgenza di questi effetti collaterali, è indispensabile eseguire l'esame in
centri attrezzati e solo se è strettamente necessario. Recentemente
l'angiografia convenzionale è stata perfezionata per alcune indicazioni
utilizzando la tecnica a sottrazione digitale che, migliorando la qualità
dell'immagine, consente d'impiegare minori quantità di mezzo di contrasto e
cateteri di calibro ridotto.
Conviene dire innanzitutto che è un esame radiologico e non è un intervento
chirurgico, anche se, comportando la puntura di una arteria, viene definito un
test invasivo. Il problema è che, per quanti progressi abbia fatto la moderna
radiologia, con la TAC e la Risonanza Magnetica Nucleare, le arterie coronarie
non si riesce a visualizzarle con un normale esame radiologico esterno.
Come si esegue
Bisogna raggiungere le coronarie alla loro origine, iniettare all'interno di
esse una sostanza radiopaca e solo allora scattare una serie di radiografie (in
genere è un vero e proprio film) che consentono di visualizzare i vasi ed i loro
eventuali restringimenti.
L'esame coronagrafico comporta, quindi, un cateterismo cardiaco ed è proprio
questo che spaventa il paziente, per una sorta di paura nell'apprendere che un
corpo estraneo sarà introdotto e manovrato all'interno del proprio cuore,
violando ogni protezione di un organo vitale gelosamente custodito e protetto
all'interno del proprio petto.
Il cateterismo cardiaco non è certo una tecnica sperimentale nuova, essendo
praticato ormai da moltissimi anni, in milioni di pazienti.
La
coronarografia è un esame radiologico che si esegue con particolari
apparecchiature radiologiche in una sala ad hoc, che è la sala di emodinamica,
che somiglia molto ad una sala operatoria, ma non è una sala operatoria. Anche i
cardiologi emodinamisti che eseguono l'esame sono vestiti con berretti,
mascherine, guanti e gambali come i chirurghi, ma non sono chirurghi; infatti
non sono armati di bisturi e forbici; devono solo, come i colleghi chirurghi,
rispettare le norme di asepsi e sterilità.
La precisa conoscenza delle modalità di esecuzione dell'esame è molto utile per
ridurre le preoccupazioni e le ansie del paziente, ottenere un suo assenso
informato e la sua piena collaborazione: capire e razionalizzare è il modo
migliore per vincere la paura, perché molto spesso la paura è causata o
accresciuta dall'ignoto, cioè dalla mancanza di informazione.
È
necessario sottoporsi ad anestesia?
Per
l'esecuzione della coronarografia non è necessaria l'anestesia; anzi, al
contrario, il paziente deve essere ben sveglio e collaborare all'esame,
respirando profondamente trattenendo il respiro a comando del medico e riferendo
eventuali disturbi; i più coraggiosi possono addirittura seguire le varie fasi
dell'esame con i propri occhi su un apposito monitor.
L'introduzione dei cateteri (se ne adopera più di uno), che sono dei
sottilissimi tubicini flessibili, frutto dell'alta tecnologia bioingegneristica,
avviene attraverso l'inguine, dove passa una grossa arteria, l'arteria femorale.
La puntura del vaso è preceduta da un'anestesia locale, che si pratica con un
normale ago ed una normale siringa, proprio come l'anestesia che effettua il
dentista per l'estrazione o la cura di un dente. Questo è l'unico dolore che si
avverte, infatti la coronarografia non è un esame doloroso.
Ma
è pericoloso?
La
valutazione del rischio di una determinata procedura o terapia va sempre fatta
in relazione alla necessità della procedura stessa, alla sua opportunità, al
"guadagno" che ci si aspetta in termini di accuratezza diagnostica e scelte
terapeutiche e sulla base del contesto clinico generale. A fronte del rischio di
effettuare una determinata procedura, va esattamente, e con la stessa fermezza,
valutato quello di non eseguirla. Ne consegue che l'esatta e completa
valutazione del rischio sottintende un complesso processo logico che appartiene
interamente al medico e richiede grande esperienza, cultura, professionalità e
responsabilità.
Opinione diffusa da parte di pareri autorevoli è comunque che il rischio
specifico della coronarografia è molto basso e comunque di gran lunga inferiore
all'importanza delle informazioni che se ne ricavano, una volta che sia stata
correttamente postulata la necessità della sua esecuzione.
La
decisione di procedere alla coronarografia non è motivata, ovviamente, da pura
curiosità o sete di sapere. È ormai noto che oggi la cura dell'infarto non si
basa esclusivamente sui farmaci, ma che vi sono delle alternative alle cure
mediche: la chirurgia del bypass e la dilatazione del vaso ristretto col
palloncino (angioplastica). La Coronarografia è il punto di passaggio obbligato
per accedere alle cure non mediche.
Ne consegue che l'indicazione alla coronarografia viene posta laddove il
contesto clinico ed i risultati degli esami non invasivi precedentemente attuati
lascino prevedere che in quel determinato paziente le cure interventistiche, in
alternativa o in aggiunta a quelle mediche, potrebbero essere necessarie o
preferibili.
Dove eseguire l'esame?
È
assolutamente inutile recarsi all'estero per eseguire la coronarografia; è
inutile anche spostarsi in un'altra città del nostro Paese; è probabilmente
sufficiente recarsi all'ospedale o alla clinica situati a pochi chilometri dalla
propria dimora. Infatti in Italia, le Sezioni di Emodinamica sono circa 200, il
livello medio degli operatori è in genere più che sufficiente e talora molto
elevato, le apparecchiature ed i materiali impiegati sono di ottima qualità e
sono in genere gli stessi che si trovano nelle sale di Emodinamica di Parigi,
Londra, Lione, Houston, etc.
Gli emodinamisti che eseguono le coronarografie e le angioplastiche, in genere,
fanno parte di team internazionali di esperti, con scambi continui di
informazioni, dati, casistiche, aggiornamenti e miglioramenti delle tecniche.
Quindi, una volta superata la "curva di apprendimento", che è correlata al
numero degli esami effettuati e che, ovviamente, è un passaggio obbligato
dappertutto e per tutti, il livello di abilità delle varie équipes è
generalmente pari.
Una curiosità! Il primo cateterismo cardiaco su un uomo è stato effettuato da
Werner Forssman nel 1929 su … sé stesso. Ha introdotto un tubicino in una
vena del proprio braccio sino al cuore destro, quindi con il
catetere posizionato all'interno del cuore ha salito le scale sino alla
Radiologia per eseguire una radiografia e poter così documentare l'evento.
è un
metodo diagnostico usato per l'esame ecografico e che si basa sull'effetto
scoperto da J.C. Doppler (1842) sulla variazione di frequenza con cui si odono
le onde sonore quando la sorgente è in movimento.
A
che serve
Serve in medicina a determinare la velocità del flusso del sangue mediante
l'impiego di ultrasuoni. Viene impiegata nella diagnostica delle vasculopatie
funzionali od ostruttive, in condizioni sia ordinarie sia d'urgenza.
Come si esegue
Con un apposito strumento si invia un fascio di ultrasuoni in un dato distretto
circolatorio; l'onda riflessa viene elaborata in modo da calcolare la direzione
e la velocità del flusso ematico: ciò consente di determinare la sede e l'entità
di un'ostruzione a carico di un'arteria o di una vena.
Cosa devo sapere
È un esame indolore e veloce. Non ci sono complicanze poiché nell'effettuarlo
non si ricorre all'uso di farmaci.
L'ecocardiogramma
è una tecnica che si basa sull'impiego di ultrasuoni.
A
cosa serve
Consente di vedere dall'interno sia le pareti del cuore sia le sue strutture
interne, come le valvole, e di valutare esattamente la contrattilità
del cuore globale oppure di specifiche aree, lo spessore e l'ispessimento delle
pareti, la loro motilità nel corso dell'attività cardiaca.
Quando si esegue
Fornisce informazioni preziose sia nella fase acuta dell'infarto, sia nel
periodo post-infartuale. L'ischemia e l'infarto inducono evidenti alterazioni,
rispettivamente transitorie o stabili, della motilità delle regioni del muscolo
cardiaco interessate dal processo, consentendo così la conferma
della diagnosi di infarto o di ischemia, la valutazione esatta della sede e
dell'estensione, e la monitorizzazione delle alterazioni evidenziate e delle
loro eventuali modificazioni nel tempo.
Le informazioni ottenibili con l'ecocardiogramma sono state recentemente
accresciute dalla possibilità di eseguire l'esame in associazione a vari tipi di
stimolazione tendenti ad evidenziare meglio le zone del muscolo infartuate od
ischemiche, e che comprendono essenzialmente lo sforzo fisico (ecocardiogramma
da sforzo) o l'infusione nel corso dell'esame di particolari farmaci, come il
Dipridamolo o la Dobutamina (ecostress).
Attualmente è possibile controllare il cuore già dalle prime settimane di vita
del feto e individuarne eventuali malformazioni da correggere con interventi
dopo il parto. Una nuova tecnica, l'ecografia trans-addominale, consente, già
durante il primo trimestre di gravidanza, di evidenziare bene le strutture
anatomiche del cuore, mentre prima si doveva aspettare il 5°-6° mese.
Cosa devo sapere
è un test assolutamente innocuo e ripetibile.
Questa nuova possibilità diagnostica è importante soprattutto per
tranquillizzare le coppie che, per fattori ereditari, sono a più alto rischio di
avere un figlio con malformazioni cardiache o quelle che hanno già avuto un
figlio con questo problema. La diagnosi precoce permette un controllo tempestivo
ed apre la via ai primi interventi in età prenatale che sono stati recentemente
realizzati.
La
scintigrafia miocardica è un test di medicina nucleare, settore, questo, in
grande espansione negli ultimi anni in ambito cardiologico.
A
che serve
Consente di valutare la contrattilità del cuore, globale e/o di specifiche
regioni e di visualizzare le zone ischemiche o infartuate.
Cosa devo sapere
È un test innocuo, molto sensibile ed accurato; rispetto al test da sforzo,
consente di localizzare con maggiore accuratezza le aree ischemiche o
necrotiche. Tuttavia, è un test di alto costo, poiché comporta l'impiego di
apparecchiature sofisticate e costose, e dei radioisotopi. Per questo motivo,
non è disponibile in tutti i centri cardiologici, anche perché attualmente può
essere sostituito, con uguale accuratezza diagnostica, dalle tecniche
ecocardiografiche.
Come si esegue
Si effettua mediante l'impiego di radioisotopi, che sono il Tallio o il
Tecnezio. Si esegue in associazione al test da sforzo o a stress farmacologici.
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