|
PUBBLICITA' |
ADVERTISING |
|
ULTIMO AGGIORNAMENTO PAGINA 30 NOVEMBRE 2011 |

|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
DIABETE TIPO 2: MEGLIO ESERCIZI PIù LUNGHI E MENO INTENSI
Nei pazienti con diabete di tipo 2 la sensibilità all'insulina migliora maggiormente con un esercizio moderato in ipossia piuttosto che con un'attività più intensa: la durata dell'esercizio, cioè, è più rilevante della quantità totale del lavoro svolto. Lo sostiene il team di Richard Mackenzie, dell'università di Westminster (Londra, UK), che ha invitato 8 uomini con diabete di tipo 2 a svolgere 60 minuti di esercizio ipossico (soglia di lattato al 90%) e poi, sulla base del calcolo del lavoro totale compiuto, a effettuare il medesimo carico nel corso di due ulteriori esercizi, della durata rispettivamente di 20 e 40 minuti. A distanza di 24 e 48 ore da ogni test, i partecipanti dovevano recarsi al laboratorio per l'analisi della glicemia. I ricercatori hanno verificato che i soggetti, dopo gli esercizi da 20 minuti, non evidenziavano differenze nella concentrazione ematica di glucosio rispetto alla condizione precedente l'esercizio stesso. Al contrario, nel caso degli esercizi da 40 e 60 minuti, si sono rilevate significative diminuzioni della glicemia. Sono emersi ulteriori dati: i più alti valori di produzione endogena di glucosio si sono riscontrati dopo i test da 20 minuti, mentre la misurazione dei più bassi valori di glicemia a digiuno si è avuta 24 e 48 ore dopo gli esercizi da 40 e 60 minuti. Infine, il grado di insulinoresistenza (Homa-Ir) inferiore è stato rilevato 24 e 48 ore dopo il test da 60 minuti. Fonte: J Clin Endocrinol Metab, 2011 Oct 12. [Epub ahead of print]
INSULINO-RESISTENZA AL FEMMINILE
Esercizio fisico e dieta migliorano l’insulino-resistenza nelle donne esposte a rischio elevato di diabete. Lo confermano i risultati di uno studio nel quale due gruppi di donne adulte e anziane (media età 49-76 anni) obese o in sovrappeso sono state osservate per 6 mesi. In un gruppo erano comprese donne sottoposte a una dieta ipocalorica (n= 46) e nell’altro donne (n= 50) sottoposte alla stessa dieta ipocalorica abbinata a esercizio fisico aerobico. Tutte le partecipanti venivano sottoposte alle seguenti misure: antropometria, insulino-resistenza e test di tolleranza al glucosio. Si è così, nella sostanza, evidenziato che le donne sottoposte al programma d’intervento con dieta ipocalorica abbinata all’esercizio fisico, seppure intolleranti al glucosio, mostravano notevole miglioramento dell’insulino-resistenza se paragonate a quelle che erano sottoposte alla sola dieta. Fonte: Exercise with calorie restriction improves insulin sensitivity and glycogen synthase activity in obese post-menopausal women with impaired glucose tolerance - Am J Physiol Endocrinol Metab. 2011 Oct 18. [Epub ahead of print]
MANGIARE VELOCEMENTE FA INGRASSARE
La velocità nel mangiare è stata considerata un fattore potenziale dell'aumento di peso, ma i risultati in materia sono controversi. Per esempio, uno studio ha mostrato che la quantità di cibo introdotto cresce al crescere della velocità del pasto. L'analisi delle tecniche per rallentare la velocità, come fare pause tra un boccone e l'altro, posare le posate tra due bocconi, tagliare il cibo in porzioni piccole, ha però dato risultati controversi. Lo studio pubblicato sul Journal of the American Dietetic Association ha preso in esame due parametri: la velocità nel mangiare e il grado di obesità. In particolare, si è cercato di stabilire un rapporto tra l'autovalutazione della velocità del pasto e il BMI in un gruppo di donne tra i 40 e i 50 anni della Nuova Zelanda. Le partecipanti, in tutto 2.500, sono state selezionate a caso dalle liste elettorali. Il 66% ha risposto all'invito, compilando il questionario sulla velocità di consumo del pasto, le condizioni generali di salute, lo status menopausale, l'attività fisica, l'altezza e il peso. Dopo la correzione per l'età, lo status di fumatore e altri fattori, il BMI è risultato aumentato del 2,8% in modo statisticamente significativo per ogni aumento di categoria di velocità di consumo alimentare: molto lenta, lenta, media, veloce e molto veloce. L'autovalutazione della velocità del pasto è risultata associata al BMI in modo statisticamente significativo. Il prossimo passo, secondo i ricercatori, sarà la valutazione degli interventi per rallentare il ritmo del consumo alimentare. Fonte: Leong S.L., Madden C., Gray A., Waters D., Horwath C.: Faster self-reported speed of eating is related to higher body mass index in a nationwide survey of middle-aged women - J Am Diet Assoc. 2011 Aug; 111(8):1192-7.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Dottor Alessandro Parma
Il settore degli integratori alimentari è disciplinato dalla direttiva 2002/46/CE del 10 giugno 2002 del Parlamento e del Consiglio Europeo concepita con l’intento di uniformare le legislazioni delle Stati membri relativamente all’utilizzo di tali prodotti, garantire una loro libera circolazione all’interno dell’Unione Europea e assicurare un elevato livello di tutela della salute pubblica. Secondo tale direttiva per "integratori alimentari" s’intendono "prodotti alimentari destinati a integrare la dieta normale e costituenti una fonte concentrata di sostanze nutritive, quali vitamine e minerali, o altre sostanze aventi un effetto nutritivo o fisiologico, sia monocomposti che pluricomposti". Ci troviamo cosi di fronte, a tutti gli effetti, a dei veri e propri alimenti, soggetti necessariamente a tutte le regole e norme a essi applicabili, e commercializzati in forme predosate, cioè pianificate per essere assunte in piccole quantità, misurabili e misurate. Per quanto attiene al loro ruolo fisiologico ci riferiamo all’effetto "salutistico" volto a contribuire specificamente al benessere dell’organismo senza obiettivi di cura. In Italia questa direttiva è stata recepita e attuata con il decreto legislativo n. 169 del 21 maggio 2004, che ha normalizzato il ruolo e la finalizzazione degli integratori alimentari. Relativamente alla loro immissione in commercio l’azienda produttrice deve informare, mediante Notifica, il Ministero della Sanità, indicando il modello del prodotto e la relativa etichettatura. Per i prodotti provenienti da paesi terzi la commercializzazione è consentita 90 giorni dopo il ricevimento della notifica da parte del Ministero e in assenza di obiezioni di quest’ultimo. Siffatta procedura di notifica non è da intendersi come un fatto formale e scontato, ma ha da sempre rappresentato un valido sistema per accertare l’idoneità della composizione e delle indicazioni degli integratori. Pur comportando il solo onere della trasmissione dell’etichetta del prodotto al momento della sua immissione sul mercato, non esonera le aziende interessate dal tenere a disposizione tuta la documentazione necessaria a supportare le proprietà dell’integratore in oggetto. Il Ministero, infatti, ove ne ravvisa l’esigenza, può richiedere specifica documentazione su: il razionale alla base della composizione del prodotto stesso; i diversi costituenti (valutati non solo singolarmente ma anche per la possibilità di effetti tra loro interferenti; l’adeguatezza delle quantità di assunzione consigliate sui metodi di analisi; la sicurezza d’uso (compresi gli aspetti relativi alla purezza e alla presenza di specifici contaminati), conclusa tale procedura l’integratore alimentare verrà inserito nel REGISTRO INTEGRATORI. Anche la pubblicità sugli integratori è regolamentata e soggetta, secondo le vigenti norme, a due divieti fondamentali: il divieto d’ingannevolezza e il divieto di attribuire al prodotto proprietà atte a prevenire, curare o guarire malattie. Totalmente diverso è il pianeta "farmaco". Con tale denominazione viene identificata "ogni sostanza, o associazione di sostanze, che può essere utilizzata sull’uomo allo scopo di ripristinare, correggere o modificare funzioni fisiologiche, esercitando un’azione farmacologica, immunologica o metabolica, o allo scopo di stabilire una diagnosi medica". Il percorso che va dalla scoperta di un farmaco alla sua commercializzazione è molto lungo, mediamente 16 anni, ed è caratterizzato da più fasi, in ognuna delle quali vengono esaminate più caratteristiche per validarne l’efficacia e soprattutto la sicurezza. Queste fasi hanno una sequenza ben precisa: se solo una di esse non viene superata con successo, l’iter procedurale viene arrestato, gettando al vento energie dedicate, investimenti e speranze. Tale percorso si snoda dalla scoperta del principio attivo ai test pre-clinici in modelli in vitro e successivamente in vivo su animali, per arrivare poi ai test clinici in umano: studi di fase 1 ovvero di farmacologia clinica, studi di fase 2 ovvero studi di efficacia terapeutica e studi di fase 3 ovvero studi multicentrici in doppio cieco verso placebo. Se tutte queste fasi si concludono con successo, il farmaco viene approvato e messo in vendita al pubblico, ma il percorso di valutazione non è finito: anche dopo la commercializzazione il nuovo farmaco viene tenuto sotto controllo per rilevare effetti collaterali e/o problematiche eventualmente sfuggite ai test clinici precedenti, in quanto ad insorgenza molto rara oppure a comparsa a lungo/lunghissimo termine, o solo in determinate condizioni, per esempio in abbinamento ad altre sostanze ingerite. Quanto finora esposto non lascia dubbi sulle differenze esistenti tra integratori alimentari e farmaci. Tuttavia, nell’immaginario collettivo un integratore alimentare non viene accomunato con un componente della nostra dieta o con un alimento, bensi con un farmaco, per un duplice motivo, confondente e generante ambiguità. Primo: la vendita dell’integratore è spesso esclusiva in farmacia o parafarmacia. Secondo: la sua dispensazione avviene attraverso le tipiche forme farmaceutiche, ovvero polveri racchiuse in bustine o scatole con blister contenenti capsule o comprese. E tutto ciò influenza fortemente il pensiero del consumatore, riportando alla mente punti-vendita e formulazioni propri dei farmaci. In realtà non è assolutamente cosi: gli integratori sono alimenti e non farmaci. Parlare oggi di alimentazione non è facile, bombardati come siamo da messaggi pubblicitari contrastanti, sballottati tra informazioni ufficiali e continui allarmi scandalistici di contro-informazione. Il cibo oggi è un prodotto industriale gestito dal marketing che spesso risponde più a logiche commerciali che a logiche nutrizionali di benessere e prevenzione. Manca molto spesso una vera conoscenza e consapevolezza dei meccanismi più elementari che regolano la nostra alimentazione quotidiana. L’incontrovertibile impoverimento micro nutrizionale, figlio del nostro tempo, ci induce a consigliare assunzioni progressivamente crescenti di frutta e verdura con l’intento di apportare i corretti quantitativi di Sali minerali, vitamine e antiossidanti. A tale riguardo anche l’Organismo Mondiale della Salute raccomanda di assumere almeno cinque porzioni di frutta e verdura al giorno, ma tale obiettivo non è sempre facilmente raggiungibile per vari motivi, vuoi per la varietà di frutta e verdura fresca, per la qualità degli alimenti, il tipo di maturazione, lo stile di vita frenetico. Questo implica l’esigenza di introduzione nel nostro organismo, oltre che dei famigerati micronutrienti anche, di una quota di carboidrati, fibre insolubili e lipidi non necessariamente desiderati o non utili sotto il profilo calorico. In quest’ottica gli integratori vanno visti come alimenti vantaggiosi in quanto fonte concentrata e marcatamente ipocalorica di micronutrienti di plurima provenienza. È assolutamente erroneo pensare che l’utilizzo d’integratori esima da una corretta alimentazione (varia, bilanciata e complessa), da uno stile di vita salutare e dall’uso di farmaci, quando necessari.
Negli ultimi anni abbiamo assistito a un netto incremento del ricorso all’automedicazione, strettamente correlata a un miglioramento delle conoscenze sanitarie individuali e in un’ottica di crescente attenzione ai problemi di salute. Al pari, l’auto-somministrazione di un integratore richiede un certo livello di educazione alimentare e di conoscenza in merito alle proprietà intrinseche di un prodotto piuttosto che di un altro. Possedere un certo grado di cultura salutistica può consentire di scegliere e gestire autonomamente un "integratore-alimentare"; viceversa, in assenza di strumenti conoscitivi basilari ritengo opportuno e saggio affidarsi ai consigli del proprio Medico. Poiché il nostro benessere dipende dal tipo di aria che respiriamo, dal tipo di acqua che beviamo e dalla qualità del cibo che giornalmente mangiamo, approfondire il tema "alimenti", e conseguentemente il settore degli "integratori-alimenti", può rappresentare il punto di partenza per risvegliare nelle persone la consapevolezza del benessere come valore chiave per sviluppare una vita sana e completa. A tutti gli effetti gli integratori sono promotori della salute e rivolti a persone che godono di un buono stato di salute. I farmaci,viceversa, sono strumenti di cura rivolti a persone ammalate. Diversa natura, diversa normativa legislativa e diverse finalità.
Dottor Alessandro Parma Malattie Reumatiche - Specialista in Medicina Interna - Specialista in Nefrologia Direttore Sanitario Istituto Medico Eliakos-Trieste
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
LA "SPORCA DOZZINA 2011": I 12 FRUTTI E VERDURE PIù CONTAMINATE
è
vero che una mela al giorno toglie il medico di torno? Forse, ma
potrebbe anche essere piena di pesticidi
L'Environmental Working Group (EWG),
un gruppo di sensibilizzazione verso l'ambiente senza scopo di lucro, ha
diffuso l'ultima versione della sua lista
"Dirty Dozen", che elenca i 12 tipi di frutta e verdura
più contaminati da pesticidi, aggiornando così la classifica
del 2010. E chi
troviamo quest'anno al primo posto? Proprio le mele. Questo
frutto è riuscito a scalzare il sedano per il 2011 classificatosi
secondo.
Cerchiamo di capire ...
Quindi le indicazioni sembrano chiare e quasi scontate: comprate
frutta e verdura inserita nella lista dei buoni e non in quella dei
cattivi.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
SI MUORE PIù IN CASA CHE PER LA STRADA Di Valeria Tagni
Secondo i dati forniti dal Dipartimento di Medicina del Lavoro dell'Ispesl (Istituto per la prevenzione e sicurezza del lavoro) ogni anno circa 4,5 milioni di incidenti avvengono tra le pareti di casa di cui 8.000 mortali. Sempre secondo le ricerche Ispesl, emerge che ogni anno circa il 5% della popolazione è vittima di un infortunio domestico, percentuale che raggiunge il 7% per le donne, mentre scende al 3% per gli uomini. Confrontando il numero di morti per incidenti domestici con i quasi 2.500 morti per incidenti automobilistici (fonte: Polizia Stradale e Arma dei Carabinieri, 2010), si muore più in casa che per la strada.
INCIDENTI ROSA Da un'indagine condotta nel 2010 dall'Istituto Superiore per la Prevenzione e la Sicurezza del Lavoro (Ispesl) sono emersi dati inquietanti: il 66% degli incidenti domestici è "rosa", ma addirittura il 35% delle donne colpite sono casalinghe, spesso prive di assistenza previdenziale e assicurativa. Per questo la Confcasalighe ha imposto il premio assicurativo obbligatorio per gli infortuni domestici a tutte le donne tra i 18 e i 65 anni che hanno scelto il lavoro in casa come occupazione permanente. La cucina è l'ambiente a più alto rischio di incidenti. Oggi, infatti, disponiamo di una serie di aiuti tecnologici per semplificare il lavoro: la conoscenza superficiale degli elettrodomestici, unita alla frenesia con cui svolgiamo le mansioni – spesso col "pilota automatico" – è causa di disattenzioni che possono trasformarsi in infortunio.
QUANDO A CADERE è L'ANZIANO Considerati ad alto rischio di incidenti domestici, il 60% degli over 60 si fa male in casa, percentuale che aumenta al 70% quando a cadere è un over 70. I principali fattori di rischio sono rappresentati da condizioni di salute, stato dell'abitazione, inattività e atteggiamento psicologico negativo. Il problema più grave è rappresentato dalle cadute accidentali, spesso causa di fratture quando si cade in avanti, all'indietro oppure appoggiandosi alla mano per sostenersi – frattura del polso, femore e bacino – oppure di lato – frattura dell'anca. Arto estremamente a rischio è il femore, soprattutto in presenza di osteoporosi che rende le ossa più fragili e complica il lavoro dei chirurghi oltre ad allungare i tempi di guarigione . Complici i processi di degenerazione dell'apparato muscolo-scheletrico, una biologia ‘poco' reattiva ai processi di guarigione determinata dall'età, patologie concomitanti pur trattandosi di fratture ‘apparentemente semplici da gestire', nell'anziano possono rivelarsi fatali. Non dimentichiamo inoltre che cadute e fratture hanno sull'anziano conseguenze fisiche, ma anche psicologiche, contribuendo ad alimentare insicurezza e a minarne l'autostima. A CASA MIA SONO DAVVERO AL SICURO? Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, gli incidenti domestici non risparmiano nessuna categoria sociale. La casa, considerata il luogo sicuro per eccellenza, nasconde spesso insidie potenzialmente responsabili di traumi, cadute e danni di ogni genere; a volte bastano però alcuni accorgimenti per rendere l'ambiente in cui viviamo più sicuro. Disattenzione, eccesso di sicurezza, azioni compiute ‘in automatico'. Basta un attimo di sbadataggine ed è facile trovarsi con la frattura di un dito del piede oppure un arto fratturato a causa di una caduta dalla sedia mentre si appendono.. le tende alle finestre. Cadute dalle scale, scivoloni sul pavimento bagnato o nella vasca da bagno possono però portare a conseguenze ben più gravi: dalle fratture che possono richiedere lunghi tempi di guarigione e interventi chirurgici, fino ai traumi cranici o spinali che possono risultare invalidanti al 100% o addirittura letali. PER UNA CASA PIù SICURA Per scongiurare il più possibile il rischio di cadute domestiche – nell'anziano ma non solo – l'American Geriatrics Society in collaborazione con la British Geriatrics Society e l'American Academy of Orthopaedic Surgeons ha prodotto le linee guida per la prevenzione delle cadute nelle persone anziane (2001) documento che è stato preso a modello per avviare ‘strategie di prevenzione sul territorio'. Oltre a tenere ‘sotto osservazione' il fenomeno, il documento prevede interventi di rilevazione delle caratteristiche strutturali e impiantistiche delle abitazioni degli anziani, campagne informative, fornitura di dispositivi di sicurezza a basso costo. Utopia? In attesa di verificare se si tratti di utopia o realtà, potrebbe bastare un po' d'attenzione: rimuovere gli oggetti che possono intralciare il passo come tappeti, fili elettrici e prolunghe volanti, evitare i comportamenti a rischio come salire su sedie e scale pieghevoli, adottare tappetini antiscivolo in bagno.
Ufficio Stampa Orthopedika – Liana Zorzi 331 7552925 - lianazorzi@yahoo.it
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Di Liana Zorzi e Andrea Cacia
Walter Samuel, difensore argentino dell'inter, ha 32 anni. The Wall (il muro), questo l'appellativo che i tifosi gli hanno assegnato per la sua rocciosità e la difficoltà degli avversari a superarlo. Durante l'incontro Inter-Brescia del 6 novembre ha riportato una grave lesione del legamento crociato anteriore (LCA) e del collaterale esterno del ginocchio destro. Era difficile immaginare che un giocatore della sua forza fisica potesse incorrere in un tale infortunio.
COSA È IL LEGAMENTO CROCIATO ANTERIORE? Il Legamento Crociato Anteriore (LCA) è un cordone di tessuto fibroso molto resistente, situato al centro del ginocchio, teso tra il femore e la tibia. Quando il ginocchio si articola, la tensione del LCA evita che la tibia si allontani dal femore, fornendo in questo modo una importante funzione di stabilizzazione all'articolazione. La lesione LCA colpisce gran parte degli sportivi (84%) (Fonti: Humanitas e my-personaltrainer.it): - nel 90% dei casi: sesso maschile età dai 17 ai 50 anni - nel 52% dei casi: si associa lesione meniscale
MOLTI INFORTUNI Sembra una maledizione. Nella prima parte della stagione 2010-2011 di Serie A i calciatori non più giovanissimi sono finiti in infermeria. La diagnosi è stata spesso di lesione del legamento crociato anteriore e quindi la stagione calcistica può considerarsi conclusa. Numerose sono le critiche ai preparatori atletici ma "il problema principale" spiega il dottor Claudio Zorzi, specialista in traumatologia e ortopedia e Presidente SIGASCOT "è lo stress e la velocità a cui avvengono questi traumi in scontri di gioco o rotazioni di ginocchio".
VENT'ANNI A determinare l'elevata incidenza di lesione negli atleti professionisti, sostiene il nostro esperto, è il ritmo partita molto più veloce di vent'anni fa, che impedirebbe ai giocatori di controllare movimento e posizione dell'articolazione, e la frequenza degli incontri che arrivano, in molti, casi a tre alla settimana. "Quando la lesione è isolata - afferma Zorzi - il calciatore non prova grande dolore e in genere ha un tempo di ricovero di uno o due giorni dopo l'intervento che dura circa 45-70 minuti, ma che può raggiungere anche le due ore e mezza in presenza di particolari esigenze. Infine, il calciatore dovrà riacquistare il senso di stabilità nei movimenti con la riabilitazione accelerata e, trascorso il periodo di recupero, il momento più importante è il ritorno in campo. È molto importante la personalizzazione dell'intervento chirurgico. – spiega il Primario dell'Ospedale di Negrar - A seconda della muscolatura, della fisicità, brevilineo o longilineo, oltre allo sforzo a cui viene sottoposto l'atleta, la scelta dell'ortopedico può variare. Inoltre – sottolinea l'esperto – è possibile migliorare la mobilità articolare nel recupero grazie agli integratori che vengono consigliati dai preparatori atletici oppure dal medico sportivo". CONSIGLI PRATICI La lesione del LCA è molto comune (vedi tabella). La prudenza è la migliore arma per evitare di farsi male e dover rinunciare, anche solo temporaneamente, al proprio sport preferito. "Il rischio di lesione del LCA è molto più alto tra i non professionisti – conclude Zorzi dall'Ospedale di Negrar - poiché spesso ci troviamo di fronte a persone non più giovani ma che si sentono giovanissime e si lanciano in contrasti ed evoluzioni col pallone proprie dei ventenni. Spesso, non avendo una preparazione atletica sufficiente e avendo una capacità contrattile dei muscoli ridotta a causa dell'età, così come quella di risposta dinamica dell'apparato muscolo scheletrico, i legamenti vengono stressati. Un buon allenamento specifico sarà la miglior soluzione per prevenire i traumi nello sport amatoriale di contatto anche in età avanzata". (Claudio Zorzi è Primario di Ortopedia e Traumatologia all'Ospedale Sacro Cuore Don Calabria di Negrar, a Verona)
Ufficio Stampa Orthopedika – Liana Zorzi 331 7552925 - lianazorzi@yahoo.it
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
COME MANTENERSI IN FORMA E DARE IL MEGLIO NEL POKER SPORTIVO
Il poker è spesso associato a comportamenti malsani: ambienti fumosi, superalcolici in quantità industriale, cibo malsano. Con l'avvento del poker sportivo (texas hold'em nella sua versione da torneo) ci si è resi conto che per giocare al meglio è essenziale essere lucidi e sapersi auto-controllare. Nei tornei agonistici la concentrazione deve essere alle stelle, una mossa sbagliata o azzardata può portare in un baleno all'eliminazione. In quanto sport a tutti gli effetti - inserito nella tabella dal Comitato Internazionale Olimpico - il poker necessità dunque di comportamenti alimentari corretti e di una buona preparazione psico-fisica.
BEVANDE L'unico alcoolico che aiuta un giocatore di poker è quello ... bevuto dall'avversario. Non ispiratevi ai personaggi dei film western, saranno ricchi di fascino, ma le prestazioni al tavolo ne risentirebbero drammaticamente. Basta qualche bicchierino per rallentare i riflessi, per inficiare la capacità ad avvertire i "bluff" ed i "tells" (riuscire a prevedere cosa gli altri giocatori abbiano in mano) degli avversari o per scalfire la propria "poker-face" e rendersi più vulnerabili e trasparenti nelle intenzioni di gioco. Ci sono giocatori che per mantenere sempre al top l'attenzione si riempiono di beveroni energetici. L'utilità di queste bibite è un mito da sfatare, frutto di abili mosse di marketing. Le sostanze eccitanti contenute possono aumentare l'aggressività in momenti di gioco che non la richiedono, mentre i sali minerali che avrebbero un'utilità in caso di sforzo fisico non portano alcuna beneficio in un gioco che richiede di stare seduti attorno ad un tavolo.
Stare alla larga da cibi fritti e grassi è il secondo imprescindibile comandamento per dare il meglio nel poker sportivo. "Vade retro" patatine e snack! La digestione di questi cibi è lenta e porta il nostro organismo ad un senso di pesantezza o di sonnolenza destinati a scalfire la capacità di concentrazione. Mantenersi in forma con esercizio fisico prima e dopo le sedute al tavolo, giungere sempre riposati evitando i bagordi prima di un torneo è altrettanto importante per giocare al meglio delle proprie potenzialità.
(Articolo realizzato da PokerListings)
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
ANCHE I BAMBINI POSSONO USARE LE LENTI A CONTATTO
Anche gli occhi dei più piccoli, da qualche tempo e con sempre maggiore facilità, possono usufruire delle lenti a contatto. Una piccola rivoluzione per i bambini che soffrono di miopia, astigmatismo e ipermetropia, resa possibile dall'introduzione di materiali sempre più sicuri e tollerabili. Rispetto agli occhiali da vista, le lenti a contatto permettono infatti una visione migliore (viene annullata la distanza tra occhio e lente, l'occhio viene "seguito" in tutti i suoi spostamenti) oltre che un maggior comfort visivo durante le attività sportive. Secondo Elena Piozzi, Direttore dell'Oculistica Pediatrica dell'Ospedale Niguarda: «In certi casi l'indicazione della lente a contatto è d'obbligo, come ad esempio per il cheratocono, una malattia degenerativa che determina un progressivo sfiancamento della cornea. In questo caso la lente oltre a correggere l'astigmatismo conseguente, svolge un'importante funzione di contenimento, opponendosi allo sfiancamento». Per non parlare poi dei neonati che a causa di una cataratta congenita hanno subito la rimozione del cristallino a pochi mesi dalla nascita. In questo caso l'utilizzo di lenti a contatto protettive è una valida alternativa nei casi in cui si deve posticipare l'impianto di un cristallino artificiale. L'ambulatorio di contattologia nato all'Ospedale Niguarda di Milano nasce proprio per aiutare i genitori nel delicato compito di gestire l'utilizzo e la manutenzione delle lenti dei propri figli. Dopo aver raccomandato le pratiche basilari di igiene e i buona conservazione delle lenti, il personale specializzato passa in rassegna le tecniche corrette di posizionamento e rimozione, per poi ricordare la necessità di monitorare più volte al giorno la presenza delle stesse nell'occhio del bambino (che potrebbe averle perse o spostate a causa di uno strofinamento degli occhi).
(Fonte: http://www.ospedaleniguarda.it/content/news/contattologia-br-lenti-a-contatto-taglia-small.html)
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
CAMPAGNA PER LA DISOSTRUZIONE PEDIATRICA Provincia di Roma
L'iniziativa è stata presentata giovedì 15 luglio a Palazzo Valentini dall'Assessore Antonio Rosati e dal medico della Croce Rossa Marco Squicciarini. Alla conferenza stampa ha partecipato anche l'attore Alessio Di Clemente. Diffondere le linee guida sulla disostruzione pediatrica e le relative tecniche di rianimazione cardiopolmonare per salvare la vita dei bambini: questo il senso della campagna promossa dalla Provincia di Roma e dalla Croce Rossa Italiana e rivolta a medici e infermieri ma soprattutto a genitori, insegnanti, maestre e baby sitter. Ogni anno in Italia ci sono 50 famiglie colpite da una tragedia senza confini: 50 bambini perdono la vita per soffocamento da corpo estraneo (il 27% dei decessi accidentali secondo i dati della Società Italiana Pediatrica). In questi tragici episodi il bambino muore non solo per aver ingerito accidentalmente un gioco, una pallina di gomma o una caramella gommosa ma soprattutto perché chi li assiste nei primi drammatici momenti di solito non conosce le manovre di disostruzione e genera disastrose conseguenze. "Il non sapere – spiega l'assessore provinciale al Bilancio, Antonio Rosati – è causa di errori incommensurabili. Grazie all'incontro con il dottor Marco Squacciarini, il medico della Croce Rossa impegnato da anni nella divulgazione delle tecniche di rianimazione pediatrica, ho capito che in questi casi l'istinto può essere fuorviante perchè suggerisce azioni, come prendere per i piedi un bambino ostruito o peggio mettere le dita in bocca, che sono le prime due cose effettuate dal soccorritore occasionale non preparato e che di solito causano la morte del bambino. Per questo la Provincia di Roma ha deciso di promuovere insieme alla Croce Rossa Italiana una campagna di informazione che aiuti chiunque ad apprendere le giuste tecniche per evitare il peggio. Quello che vogliamo fare è sensibilizzare le persone e spingerle a visitare il sito www.manovredisostruzionepediatriche.com che spiega tutto quanto c'è da sapere sulla disostruzione infantile, guardare le immagini e il video e diventare, in questo modo, moltiplicatori di un messaggio di vitale importanza". "Ci auguriamo che questa nuova sinergia tra le istituzioni e gli operatori del settore – commenta il presidente della Provincia di Roma, Nicola Zingaretti – possa servire ad aumentare il numero di soggetti sensibili e informati. Non è concepibile che nel 2010 ci siano ancora tanti bambini, al momento circa uno a settimana, che muoiono per una tragica fatalità a cui si può porre rimedio semplicemente conoscendo e sapendo applicare le manovre giuste. Spesso anche solo leggere le testimonianze e guardare le immagini fa la differenza. In questo caso, davvero, sapere salva la vita. Siamo fiduciosi che questo progetto possa avere un notevole impatto sociale sul territorio anche perché questa è la prima iniziativa a livello nazionale sul tema della disostruzione infantile. Per il futuro stiamo pensando ad un coinvolgimento delle scuole della provincia: intanto è opportuno che in ogni scuola sia presente tutto il materiale informativo e poi si può pensare a lezioni interattive con i ragazzi e i genitori".
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
MAL DI SCHIENA, POSIZIONE SEDUTA ED IL CONFORT DEI SEDILI Dr. L. Perali
Al fine di studiare l'origine della sensazione di comfort, conviene dividere il corpo di una persona seduta in due segmenti, uno verticale e l'altro orizzontale. Su entrambi agisce la forza di gravità (F.G..) la quale provoca effetti sui muscoli scheletrici e sulla circolazione sanguigna. Per ottenere la sensazione di benessere è necessario contrastare gli effetti della F.G.. Il segmento corporeo superiore, in posizione verticale, è costituito dal bacino e dal tronco con le braccia e la testa: quello inferiore, dalle cosce in posizione orizzontale, le gambe in posizione verticale ed i piedi in posizione orizzontale. Il vantaggio di valutare il comfort in funzione dell'azione della F.G.. sull'apparato muscolare e sul sistema vascolare è che gli effetti su di essi sono misurabili e pertanto si può giungere a definire oggettivamente il comfort e di conseguenza a disegnare sedili corretti sotto il profilo ergonomico (del funzionamento) e quindi confortevoli: inoltre, gli effetti sui due sistemi possono essere analizzati separatamente e quindi diventa più semplice comprendere ciò che accade. La F.G. agisce negativamente soprattutto sui muscoli del segmento corporeo superiore mentre può ostacolare la circolazione sanguigna, in particolare la microcircolazione cutanea, prevalentemente nel segmento inferiore.
Il mal di schiena Il mal di schiena si può distinguere in due categorie. La prima, funzionale, dovuta all'affaticamento dei muscoli dorsali causato da un lavoro più o meno prolungato. La seconda, strutturale, provocata cioè da cause patologiche interessanti contemporaneamente uno o più elementi fra quelli che fanno parte dell'apparato di sostegno del tronco. Il mal di schiena del primo tipo insorge paradossalmente pochi minuti dopo aver assunto la posizione seduta per riposare. Ciò si verifica perché quando la persona si siede per esempio su uno sgabello, cioè su un sedile senza supporto lombare, tutti i muscoli scheletrici automaticamente tendono a rilassarsi: però, mentre quelli del segmento inferiore sono sostenuti dal sedile, quelli del tronco non lo sono e di conseguenza i visceri addominali, del torace e il capo tendono a far pendere il busto in avanti provocando la reazione dei muscoli dorsali che si contraggono per evitare lo sbilanciamento del busto; compaiono quindi rapidamente i segni dell'affaticamento sotto forma di una dolenzia localizzata prevalentemente alla regione lombare, cioè la lombalgia. Essa ha la caratteristica di scomparire con il movimento così rapidamente come è insorta. Il movimento del tronco infatti provoca il trasferimento "continuo" del lavoro da un gruppo muscolare all'altro in modo che essi possono usufruire alternativamente di periodi di riposo. Il mal di schiena del secondo tipo invece, essendo provocato da alterazioni strutturali patologiche, è presente in maniera continua, si accentua con i movimenti, con la pressione sulla parte malata e con una postura scorretta. Gran parte del disorientamento nel disegnare sedili ergonomicamente corretti dipende, a mio avviso, in primo luogo dal fatto che si ricorre per tentativi ai "rimedi" senza aver prima definito il comfort, cioè senza sapere che cosa si deve "curare": e secondariamente che si confondono in una sola categoria l'affaticamento muscolare e tutte le possibili alterazioni patologiche a carico di ognuno degli elementi di sostegno del busto (vertebre, dischi intervertebrali, nervi, legamenti e muscoli), tenendo presente però che una postura scorretta mantenuta per lunghi periodi di tempo può provocare modificazioni permanenti delle curve della colonna vertebrale (deformazioni professionali), alterazione della distribuzione del carico sulle vertebre e quindi il logorio precoce del tratto vertebrale interessato. Se vogliamo definire il comfort in maniera oggettiva al fine di trovare criteri condivisibili per disegnare dei sedili comodi, si deve prima analizzare il comportamento fisiologico dei muscoli scheletrici nelle varie posizioni del corpo (fig. 1) e quindi valutare l'importanza relativa della F.G. sui due sistemi (muscolare e circolatorio), lasciando lo studio delle affezioni strutturali ai medici.
Il vantaggio di definire il comfort attraverso l'azione della F.G. sulla muscolatura del tronco, è che si può spiegare facilmente perché la posizione eretta è la migliore e quali sono le conseguenze se detta postura viene variata: inoltre, l'effetto della F.G. sulla microcircolazione dorsale è ininfluente in questa posizione. Nel secondo segmento invece, assume prevalente importanza l'ostacolo alla microcircolazione cutanea. I continui cambiamenti di posizione cui è costretta una persona seduta su un sedile scomodo, cioè l'irrequietezza ("fidgeting" degli americani), è dovuta alla prevalenza di uno dei due fattori o – peggio - al concorso di entrambi in ugual misura a provocare il disagio.
Effetto della F.G. sui muscoli del dorso Quando il busto è in posizione eretta la pressione sulla schiena esercitata dal supporto lombo-dorsale (S.l-d) è minima per cui il microcircolo non è ostacolato. Un impedimento si può realizzare invece in presenza di uno schienale reclinato per la pressione esercitata dal dorso su di esso. Riporterò qui di seguito le parti salienti del saggio "Ergonomia della sedia" in cui ho studiato gli effetti della F.G. sui muscoli del tronco, esortando gli interessati però a leggere il testo completo nel sito www.katedra.it (1). Vorrei sottolineare inoltre che ho preferito analizzare la postura sull'utensile sedia perché essa è la progenitrice di tutti gli altri sedili i quali, pertanto, sono soggetti alle sue stesse leggi fisiche.
Comfort Per arrivare a disegnare un sedile confortevole dobbiamo in primo luogo stabilire cosa intendiamo per comfort e successivamente la posizione ideale del tronco quando si sta seduti. Nel significato comune del termine si intende per comfort l'insieme di sensazioni piacevoli derivanti da stimoli esterni o interni al nostro corpo, che ci procurano una sensazione di benessere in una determinata situazione cioè, nel nostro caso, quando stiamo seduti. Secondo questa definizione, il comfort sarebbe una condizione del tutto soggettiva e quindi non ci sarebbe alcuna possibilità di giungere ad una soluzione razionale del problema. Dobbiamo allora trovare il modo di rendere questo concetto obbiettivo e misurabile. Ciò diventa possibile se definiamo il comfort in termini di risparmio di energia muscolare. Il problema può quindi essere risolto stabilendo qual è la postura ideale del tronco in grado di far risparmiare al massimo il lavoro dei muscoli. Proviamo a sviluppare questo concetto. Comprendere che è sufficiente mettere un piano orizzontale sotto i glutei per far riposare le gambe dopo una corsa è intuitivo; non è altrettanto semplice capire cosa dobbiamo fare per far passare il mal di schiena che insorge dopo poco tempo che ci siamo seduti su un sedile senza schienale. Se applichiamo i principi della statica, vediamo subito che la posizione ideale del busto è quella verticale. Per la formula del lavoro di una forza LF = F x S = F x P1P2 x cosen alfa (ove la direzione della forza determina il valore di cosen alfa e quindi il valore del Lavoro della Forza), la posizione verticale della colonna vertebrale (c.v). è quella che permette ai muscoli del dorso di risparmiare energia. Infatti, il coseno dell'angolo formato dalla c. v. con il piano orizzontale (angolo alfa) è uguale a zero; ciò significa che se la c.v. fosse una matita, essa starebbe diritta senza bisogno di esser sostenuta. Ciò non avviene perché, come sappiamo, la c.v. è sinuosa per poter compiere movimenti complessi; inoltre sostiene il peso del capo e delle braccia ed è sottoposta alla trazione dei visceri toraco-addominali: pertanto la posizione verticale del busto, detta ortostatica (fig. 2), deve essere mantenuta attivamente, cioè spendendo energia. Per questo motivo è necessario applicare al sedile lo schienale in posizione verticale il quale fa sì che il lavoro della muscolatura del tronco sia ridotto al minimo.
Corollario Da quanto detto deriva che:
Siccome in ultima analisi è il S.l-d che sostiene il tronco è ovvio che, ai fini del comfort, esso dovrà essere disegnato correttamente con la forma, la superficie e l'inclinazione giusta. Infine si dovrà tener conto che il posizionamento in altezza del S.l-d diventa cruciale. Questo problema può esser risolto o scegliendo una posizione in altezza intermedia fissa che possa andar bene per la maggioranza delle persone adulte oppure progettando un S.l-d mobile e quindi regolabile in altezza.
Importanza del microcircolo nella posizione seduta L'effetto della F.G. sul lavoro della muscolatura delle cosce è nullo perché, nella posizione orizzontale, il piano del sedile la equilibra perfettamente: le gambe inoltre sono sostenute in posizione verticale dalle ginocchia e dai piedi i quali a loro volta poggiano sul pavimento. Il flusso del sangue invece può essere ostacolato a livello delle cosce dove i vasi possono essere compressi dal peso corporeo sul piano del sedile. Ciò può avvenire in maggior misura quando il piano è inclinato anche di poco verso l'alto e da dietro in avanti, espediente oggi usato comunemente allo scopo di far scivolare il corpo all'indietro affinché il tronco prenda contatto con lo schienale. In questa situazione il bordo anteriore del sedile può comprimere l'arteria femorale che si fa più superficiale verso la regione poplitea: inoltre il peso del corpo tende a concentrarsi indietro sui glutei con aumento della compressione del microcircolo cutaneo di quella zona. Ho detto in precedenza che gli effetti della F.G. sulla circolazione sanguigna sono misurabili. Riporterò di seguito la parte saliente del saggio "Prevenzione delle piaghe da decubito. Acqua o aria?" (2) dove ho analizzato questo problema, facendo ricorso al principio di Pascal per calcolare teoricamente la pressione del sangue nelle arteriole cutanee su un materasso ad acqua.
Il calcolo della pressione di contatto esercitata dal Materasso ad Acqua La pressione nelle arteriole capillari di soggetti sani, misurata il secolo scorso da Landis (3), è in media di 32 mm Hg/cm2. Il dispositivo antidecubiti ideale dovrebbe dunque esercitare una pressione molto inferiore a mm 32 di Hg/cm2 per non occludere il microcircolo, considerato il fatto che molti soggetti, per la loro stessa età, possono esser considerati cardiopatici e vasculopatici in senso lato ed avere quindi pressioni inferiori a mm 32 Hg nel microcircolo. Il peso in grammi di 1 mm Hg/cm2 è pari a 1,3596 grammi; quindi la pressione arteriolare cutanea, espressa in grammi/cm2, è pari a 43,5072 grammi/cm2. Possiamo provare a calcolare approssimativamente la pressione cui sono sottoposte le arteriole cutanee di una persona sana giacente su un materasso ad acqua (M.A). Prendiamo in esame un soggetto alto cm 170 x cm 50 di larghezza x cm 22 di spessore del peso di kg 80. La superficie cutanea totale del soggetto è di circa cm2 20.000. Dato che la superficie corporea che poggia sul M.A è pari circa alla metà inferiore di tutta la superficie corporea, quindi cm2 10.000, sulla cute del dorso si esercita una pressione di g 8/cm2. La pressione in mmHg esercitata dal M.A risulta essere circa 5 volte minore (mmHg 6) della pressione vigente nel microcircolo. Questo spiega perché è estremamente improbabile che sull'acqua si producano piaghe da decubito e perché il M.A è il mezzo migliore per il trattamento delle lesioni da decubito. Da quanto esposto sopra si ricava che:
In breve si può affermare che l'acqua diventa il "rivestimento" di scelta, contenuta in un cuscino sulle carrozzine per disabili, sia per la sua efficacia sia per il costo minimo. L'impiego invece su sedili di uso comune non è sostenibile per motivi estetici e funzionali fra i quali il peso e la possibilità di rottura del contenitore. Vorrei sottolineare l'importanza dell'inclinazione del sedile. Io raccomanderei di scartare l'inclinazione dall'alto verso il basso e dall'avanti all'indietro della seduta, che è adottata attualmente nella quasi totalità dei sedili, perché non ha senso indurre il corpo a scivolare verso l'indietro quando invece deve essere lo schienale in posizione verticale ad "avanzare" con il suo S.l-d verso la schiena della persona seduta. Inoltre, come abbiamo visto, l'inclinazione all'indietro del sedile tende a far concentrare il peso del segmento corporeo superiore sui glutei con accentuazione della compressione sul piccolo circolo di questa zona. Dunque la posizione corretta del sedile è quella orizzontale e non c'è nulla da obbiettare se viene usata nel disegnare un sedile. Però ritengo che sia ancora meglio inclinare di poco il sedile dall'indietro in avanti e dall'alto verso il basso:
Conclusioni Coerentemente con quanto esposto fin qui si può affermare che la posizione seduta può essere mantenuta per lungo tempo se la sedia è disegnata correttamente – certo non indefinitamente - senza sentire il bisogno di variarla; certamente più a lungo che su una sedia disegnata in maniera sbagliata sotto il profilo ergonomico. A mio parere, quando si avverte la necessità di cambiare posizione in una sedia con lo schienale disegnato in maniera corretta, è possibile che ciò avvenga soprattutto a causa della diminuzione della circolazione nelle arteriole cutanee dei glutei e delle cosce piuttosto che al mal di schiena. L'intervento di tale fattore, insieme al sostegno corretto del tronco, va tenuto presente nel progettare un sedile confortevole. Da ultimo i designers dovrebbero finalmente convincersi che la posizione seduta confortevole è una sola per quanto riguarda il tronco, mentre il segmento corporeo inferiore può riposare confortevolmente su un sedile orizzontale o in posizione obliqua dall'indietro all'avanti e dall'alto verso il basso. In altre parole, i designers si dovrebbero convincere che il sedile deve esser disegnato sulla persona seduta correttamente secondo i criteri esposti sopra e non secondo visioni ergonomiche personali obbligando chi si siede ad adattarsi al sedile. Bisogna però dire che questa ultima soluzione lascia più spazio alla creatività della forma e alla ingegnosità nella progettazione di congegni meccanici sofisticati allo scopo di fornire agli utenti la possibilità di trovare il comfort seguendo le istruzioni sull'uso dei meccanismi di cui il sedile è dotato. Però mi chiedo: quanti utenti leggono le istruzioni e se le leggono, quale comfort otterranno? Poiché l'estetica del sedile è il fattore che determina l'impulso all'acquisto, verosimilmente ciò spiega perché si continua ad indire ostinatamente concorsi - lanciando disperati appelli ai giovani designers - dedicati solamente alla ricerca di forme nuove mentre il requisito del comfort viene completamente ignorato. A mio avviso è venuto il momento di riconoscere che la vera innovazione della sedia deve mirare al comfort. Infatti, se si riconoscesse correttamente che la sedia è un utensile che deve dare la possibilità ad una persona affaticata di recuperare le forze, ecco che i designers sarebbero indotti a disegnare in primo luogo sedili oggettivamente confortevoli e secondariamente – per me che sostengo che la forma deve nascere per sublimazione della funzione – con l'aspetto attraente del quale pure necessitano.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
SPIEGATA LA RELAZIONE FRA RESTRIZIONE CALORICA E INVECCHIAMENTO
Anche se da tempo si teorizza
che restrizioni caloriche diminuiscono gli effetti dell'invecchiamento e delle
malattie, il meccanismo alla base di questo fenomeno era finora sconosciuto.
Per approfondimenti: http://www.plosbiology.org/article/info%3Adoi%2F10.1371%2Fjournal.pbio.1000245
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
a cura di Educazione Nutrizionale Grana Padano
L'intolleranza al lattosio è una condizione comune che può essere diagnosticata sulla storia clinica e trattata con semplici misure dietetiche. Il test utilizzato per fare diagnosi di intolleranza al lattosio è il breath test (H2 Breath Test). La lattasi è un enzima che permette la digestione del lattosio, zucchero disaccaride costituito da glucosio e galattosio, presente nel latte e latticini. Il malassorbimento di lattosio è causato da deficit o da mancanza di lattasi. I sintomi da intolleranza al lattosio includono dolore addominale, gonfiore, diarrea e flatulenza. Il deficit di lattasi può essere primario o secondario ad altre malattie. Nel deficit di lattasi primario la severità dei sintomi dipende dalla quantità di lattosio ingerito e dal grado di intolleranza. Brevi periodi di intolleranza al lattosio sono comuni dopo episodi di diarrea infettiva, malattia infiammatorie intestinali acute o dopo interventi di tipo gastroenterico (deficit di lattasi secondario). L'obiettivo sarà di fornire una dieta adeguata dal punto di vista nutrizionale e di ridurre i sintomi.
RACCOMANDAZIONI DIETETICHE Le raccomandazioni dietetiche per l'intolleranza al lattosio variano da individuo a individuo: 1. Ridurre la quantità di lattosio ingerita fino alla scomparsa dei sintomi. 2. Definire la dose massima tollerata. 3. Piccole quantità di alimenti contenenti lattosio sono meglio tollerati se distribuiti nell'arco della giornata e se consumati insieme ad altri alimenti. 4. Lo yogurt è spesso meglio tollerato perché il lattosio è parzialmente idrolizzato da batteri. 5. L'enzima lattasi è disponibile in commercio e può essere addizionato al latte. 6. In commercio sono disponibili confezioni di latte senza lattosio.
DOVE SI TROVA IL LATTOSIO
INOLTRE: è importante leggere le etichette perché il lattosio può essere aggiunto a prodotti conservati o già pronti quali:
DOVE NON SI TROVA LATTOSIO
Alcuni farmaci e vitamine possono contenere piccole quantità di lattosio generalmente ben tollerate.
Nota: Il Medico valuterà eventuali carenze nutrizionali. Integrazioni di calcio potranno essere prese in considerazione nei bambini e negli adolescenti e nelle donne in menopausa qualora non siano graditi gli alimenti privi di lattosio, ma ottimi fonti di calcio, quali i formaggi stagionati e il latte delattosato.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
L'esercizio fisico sembra essere al centro di un nuovo "paradosso" scientifico, dopo quello francese, "il paradosso dello sport". Infatti, a seconda di come viene svolto, esso può essere sia potente arma preventiva che causa di patologia. Così, se una corretta attività fisica migliora la qualità della vita e contribuisce a ridurre la morbilità e la mortalità per cardio-vasculopatie, tumori e numerose malattie cronico-degenerative, un esercizio fisico incongruo altera il normale bilancio ossidativo, predisponendo all'invecchiamento precoce ed alle cosiddette patologie da stress ossidativo, dall'ictus cerebrale all'infarto del miocardio, dal diabete mellito all'obesità, dal morbo di Parkinson alla malattia di Alzheimer, dal morbo di Crohn all'artrite reumatoide, dall'AIDS al cancro e così via. Lo stress ossidativo è una particolare condizione indotta da un'accentuazione in senso pro-ossidante dell'equilibrio dinamico fra processi ossidativi e antiossidanti che hanno luogo continuamente in ogni cellula, quale espressione fisiologica delle complesse trasformazioni biochimiche del metabolismo terminale degli alimenti. Questa condizione di squilibrio si manifesta sostanzialmente attraverso l'accentuazione della perossidazione (danno – distruzione) dei substrati organici (lipidi, amminoacidi, proteine, nucleotidi, etc.) da parte delle specie reattive dell'ossigeno (ROS-radicali liberi). A subirne i danni, nel corso di un'attività fisica incongrua, possono essere muscoli, tendini, articolazioni ed ossa. Appare oggi chiaro che chiunque pratichi attività sportiva con regolarità ed impegno dovrebbe sottoporsi periodicamente ad una valutazione biochimica dello stress ossidativo, allo scopo di ottimizzare e personalizzare il proprio programma di allenamento e, eventualmente, raggiungere migliori prestazioni grazie ad una migliore comprensione della propria fisiopatologia muscolare, senza correre i rischi delle lesioni da radicali liberi. In tale ambito, può essere utile sottolineare che atleti sottoposti a trattamento antiossidante mostrano una più rapida tendenza al recupero dei valori basali di ossidanti dopo sforzo. Anche l'alimentazione ha una sua importanza, chi di noi metterebbe un carburante non idoneo nel serbatoio della propria automobile? Allo stesso modo gli alimenti che scegliamo ogni giorno, hanno un ruolo determinante per la funzionalità della macchina chiamata organismo. Alimenti ad esempio ricchi di carboidrati raffinati, con carico e indice glicemico alto, possono rallentare la resa energetica se assunti prima dell'attività fisica, in quanto sono consumati velocemente. Al contrario, alimenti che presentano un carico glicemico e un indice glicemico basso danno scorte di zuccheri disponibili nel tempo, utili per le gare di endurance (resistenza). Alimenti ricchi di acidi grassi dannosi per la salute, (grassi idrogenati derivanti da margarine, barrette alimentari contenenti oli e grassi idrogenati, olio di colza, di palma, carne rossa in eccesso, alimenti arrostiti o troppo cotti, alcool) sono chiamati in causa come sostanze scatenanti le infiammazioni. Alla causa delle difficoltà legate a frequenti crampi, dolori muscolo-tendinei, fatica cronica, difficoltà a recupero muscolare, ci possono essere delle intolleranze alimentari, con possibile aumento dei valori legati allo stress ossidativo. Bisogna combattere l'accumulo di acido lattico per combattere la fatica muscolare. Un eccesso di scorie nell'organismo sposta il pH di sangue e tessuti verso valori troppo acidi, scatenando o esacerbando l'infiammazione. Per riportare il pH verso valori più alcalini, oltre a contenere l'apporto di proteine animali, eliminare alcol e bibite gassate (contengono acido orto fosforico) e bere abbondante acqua minerale naturale, occorre abbondare in frutta, uva inclusa, che è il migliore alcalinizzante naturale, e in verdura in generale, soprattutto in patate, barbabietola rossa, cavoli, lattuga, insalata. Utili anche cicli di integrazioni con prodotti alcalinizzanti in polvere prima e dopo la prestazione sportiva.
Direttore Sanitario di Imbio – Istituto di Medicina Biologica
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
UNITà DI PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE E DI PRESCRIZIONE DELL'ESERCIZIO FISICO
Studi epidemiologici, clinici e di laboratorio hanno fornito evidenze definitive sulla capacità dell'attività fisica di ridurre la morbilità e la mortalità delle malattie cardiovascolari e di migliorare le prestazioni fisiche e la qualità di vita di chi la pratica. L'attività fisica, inoltre, sembra in grado di ridurre significativamente il rischio di sviluppare altre malattie croniche, quali l'obesità, l'osteoporosi, il diabete, alcune neoplasie e la depressione. Per tale ragione, l'esercizio fisico si propone come mezzo preventivo e terapeutico fisiologico, efficace ed a basso costo. Il mondo scientifico e quello politico si stanno accorgendo dell'enorme significato di tali premesse: linee guida e protocolli di intervento sulle principali patologie croniche mettono in primo piano l'esercizio fisico sia in Europa che in Nord America.
Quest'anno una Task Force costituita dalle principali società scientifiche che si adoperano in ambito cardiologico e medico-sportivo (FMSI, SIC Sport, SIC, ANMCO, ANCE, GICR) ha prodotto un documento sul ruolo della attività fisica nella prevenzione delle malattie cardiovascolari: "La Prescrizione dell'Esercizio Fisico in ambito Cardiologica" (scaricabile gratuitamente dal sito della SIC SPORT - Società Italiana di Cardiologia dello Sport). Al contempo, il Ministero della Salute ha prodotto linee guida sulla prevenzione primaria e secondaria delle cardiopatie e, al suo interno, certifica l'utilizzo della riabilitazione cardiologica nel trattamento di alcune cardiopatie. A fronte di ciò ancora solo una minoranza della popolazione italiana pratica regolarmente una attività fisica e centri sportivi e medici territoriali idonei a prescrivere e monitorare l'esercizio fisico sono pochi o addirittura assenti. Peraltro, lo stesso mondo medico deve migliorare le conoscenze e la sensibilità a tali problematiche. Sulla base di tali premesse, è stata istituita a Roma, presso l'Istituto di Medicina e Scienza dello Sport "ANTONIO VENERANDO", l'UNITà DI PREVENZIONE CARDIOVASCOLARE E DI PRESCRIZIONE DELL'ESERCIZIO FISICO. Tale unità ha lo scopo di:
(Per informazioni e appuntamenti: Istituto Medicina e Scienza dello Sport "ANTONIO VENERANDO" - Tel. 06 36859106)
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Vista l'esplosione delle informazioni riguardanti l'allarme "febbre suina", medicItalia.it consiglia la visione dei comunicati ufficiali del Ministero della Salute alla pagina http://www.ministerosalute.it/dettaglio/phPrimoPianoNew.jsp?id=238&area=ministero&colore=2
Quanti sono i virus dell'influenza
suina? L'influenza suina può infettare
l'uomo? Quali sono i sintomi dell'influenza
suina nell'uomo? Quanto à grave l'influenza suina
nell'uomo? Come si trasmette l'influenza suina? Il virus di quest'epidemia in Messico
e USA è contagioso? Come si può diagnosticare l'infezione
da virus influenzali suini nell'uomo? Quali farmaci possono essere usati per
trattare le infezioni da virus influenzali suini nell'uomo? Quante epidemie di influenza suina si
conoscono?
(Fonte: CDC e Ministero Lavoro, Salute e Politiche Sociali - Direzione generale Prevenzione sanitaria)
FEBBRE SUINA, L'ALLARME DELL'OMS "LA PANDEMIA è IMMINENTE"
In Italia 20 casi sospetti "ma arriverà anche da noi".
Numero verde sommerso di telefonate.
ROMA - L'Oms lancia l'allarme: "La pandemia è
imminente. Il grado di allerta passa da 4 a 5 sui
6 totali: "Il tempo per completare
l'organizzazione, la comunicazione e la messa in
atto delle previste misure di attenuazione è breve".
Il direttore generale dell'Organizzazione mondiale
della sanità, Margaret Chan, ha esortato tutti i
Paesi ad attivare i piani di preparazione alla
pandemia e ha chiesto alle ditte farmaceutiche di
aumentare la produzione di antivirali: "Il virus si
estende senza alcun segnale di rallentamento. Il
numero di casi umani di influenza suina
ufficialmente notificati all'Oms e confermati da
analisi di laboratorio è salito a 148 distribuito su
un totale di nove Paesi nel mondo. (29 aprile 2009)
PER SAPERNE DI PIù: - http://italian.cri.cn/241/2009/04/30/224s120211.htm - http://www.adnkronos.com/IGN/Cronaca/?id=3.0.3259971380
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
PRIMAVERA: TEMPO DI GRAMINACEE ... (Fonte: UNIVADIS)
Primavera e allergia: quasi un "binomio" indivisibile. Nuvole di polline sembrano quasi annunciare la primavera e aprirgli le porte. La maggior responsabile di questi fenomeni è una famiglia di piante rappresentata su tutta la superficie terrestre da oltre 9000 specie: le graminacee ("Gramineae" o "Poaceae"). Una specie vegetale largamente diffusa e che rappresenta la maggiore componente erbacea di innumerevoli ambienti. I fiori delle Graminacee, presenti in grande quantità nelle nostre colline e nei nostri parchi, sono disposti in infiorescenze dette "spighette", a loro volta sono riunite in strutture più complesse ("pannocchie" o "spighe"). Sono vegetali ubiquitari capaci
di sopravvivono
a condizioni climatiche estremamente variabili, al mare e in montagna, dall'equatore
alla fascia sub-polare. L'immissione dei pollini in atmosfera è abbondante
proprio nel periodo stagionale di pollinazione delle Graminacee (Aprile- Giugno), nelle giornate calde
e con un'umidità del 60-90%. Tra i
fattori che influenzano la produzione di pollini di queste piante
erbacee o arbustive, oltre che alla temperatura e all'umidità,
appaiono importanti anche le precipitazioni e l'intensità luminosa. Preferibile quindi evitare le gite nelle ore mattutine, specie in giorni di sole particolarmente ventilati. è importante, inoltre, prestare attenzione alle giornate piovose ed in particolare alle ore successive alla pioggia: non è vero che la pioggia diminuisce sempre l'effetto degli allergeni nell'aria! La pioggia infatti frantuma il polline in una miriade di particelle che mantenendo intatto il loro potere allergizzante e trasportate dal vento, raggiungono più in profondità le vie respiratorie. Meglio quindi viaggiare in auto con i finestrini chiusi e non andare in motorino o in bicicletta; evitare i luoghi in cui l'erba è stata tagliata di fresco. Nei periodi critici l'ideale
sarebbe trascorrere alcuni giorni di vacanza in zone marine o di montagna:
a 600/1000 metri di
quota le stesse piante liberano i pollini circa un mese più tardi
rispetto alla pianura.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
S.O.S. POLLINE: IL CALENDARIO DEI POLLINI
Gli allergeni entrano in contatto con l'organismo soprattutto attraverso l'aria respirata. I più comuni e noti sono i pollini delle piante e delle erbe presenti nell'aria da metà gennaio a fine settembre. Tra le principali specie, causa di "nuovi" fenomeni allergici troviamo: ambrosia, artemisia, betulla, cipresso, graminacee, nocciolo, olivo e parietaria. Un valido aiuto per la prevenzione consiste nel consultare il calendario pollinico e il bollettino della densità pollinica forniti ogni anno dall'Associazione italiana di Aerobiologia. Questa, a seconda delle varie zone d'Italia e dei periodi mensili, rileva nell'aria le diverse concentrazioni dei 16 pollini più allergizzanti.
I sintomi più comuni sono i seguenti: - Sintomi nasali: starnuti ripetuti, secrezioni acquose nasali, naso chiuso, prurito. - Sintomi oculari: prurito, arrossamento, gonfiore, lacrimazione, fastidio alla luce. - Sintomi respiratori: senso di mancanza d'aria, tosse di origine irritativa, respiro affannoso e accorciato. - Sintomi cutanei: prurito, gonfiori, arrossamenti, ponfi. - Stanchezza. - Irritabilità. I sintomi possono associati in modo vario, nelle situazioni più gravi, o singolarmente, soprattutto in quelle persone che presentano allergie stagionali da molti anni. è importante ricordare gli "allergeni da casa", presenti ovviamente nel corso di tutto l'anno, che danno gli stessi sintomi di quelli stagionali. Essi sono: - Prodotti che si trovano sulla desquamazione della cute di animali presenti nelle nostre case come cani, gatti, uccelli, conigli, cavie. - L'acaro che vive negli ambienti polverosi e umidi, specialmente nei materassi di lana, nei tappeti e nelle moquette ed è causa ricorrente di congiuntivite allergica.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
"AUSTRALIANA" IN AZIONE ... SAREBBE STATO ESSENZIALE VACCINARSI IN TEMPO
Ogni anno colpisce da trecento milioni a un miliardo di persone nel mondo, di cui tre - cinque milioni sono casi gravi e 250-500 mila i decessi; nella Ue le vite perse variano da 40 mila a 220 mila e quest'anno è arrivata una pandemia dovuta alla circolazione di tre virus completamente nuovi rispetto a quelli della stagione precedente, tanto che per la prima volta l'Oms ha deciso di modificare il vaccino in tutte le sue tre componenti. Sarebbe stato indispensabile quest'anno, dunque, vaccinarsi in tempo. è un monito pressante: in Italia ogni anno l'influenza causa tra i 7.500 e gli 8.500 decessi e circa mille di questi 8.500 decessi sono dovuti alla polmonite da influenza, mentre gli altri sono riconducibili a cause diverse, sempre correlate alla stagione influenzale. è dunque indispensabile per le categorie a rischio - gli over 65, i bambini di età superiore a 6 mesi, le persone affette da diabete o malattie cardiovascolari - vaccinarsi ogni anno. Quest'anno "c'è una grossa novità - esordisce Giancarlo Icardi, responsabile del Dipartimento di igiene dell'Università di Genova - circoleranno tre virus influenzali completamente nuovi rispetto a quelli della stagione precedente, tanto che l'Oms ha deciso di modificare il vaccino in tutte le sue tre componenti". Il vaccino antinfluenzale è trivalente, è cioè costituito da tre tipi di virus influenzali: il tipo A-H3, l'A-H1 e il B. Quando il vaccino viene modificato "in genere - spiega Icardi - se ne sostituisce un ceppo, al massimo due. Quest'anno invece il vaccino sarà composto da due ceppi Brisbane e dal ceppo Florida, per quanto riguarda il B". è in arrivo infatti un nuovo ceppo A-H3N2 isolato a Brisbane che è stato il principale responsabile di un aumento dei casi di influenza stagionale in Australia nel 2007 pari a tre volte rispetto agli ultimi cinque anni. Le previsioni sono che il nuovo A-H3N2 potrà colpire l'Europa e causare una grave epidemia influenzale: per questo l'Oms ne ha raccomandato l'introduzione nel vaccino di quest'anno, oltre ovviamente a spingere i Paesi membri a sollecitare, soprattutto nelle categorie a rischio, la vaccinazione preventiva. "Purtroppo in Italia il livello di vaccinazione è ancora basso - aggiunge Icardi, - solo un italiano su quattro si è vaccinato contro l'influenza nella stagione 2006-2007, evidenziando così una copertura vaccinale solamente nel 20 per cento circa della popolazione". Un livello estremamente basso rispetto a quel 75 per cento, il target minimo, fissato dall'Oms per i Paesi membri, fino a raggiungere l'ottimale del 95 per cento. In Italia, non essendoci dati disponibili sulle categorie a rischio, "si proietta il dato di copertura della popolazione generale - precisa Icardi - che parla di un venti per cento circa: una copertura insufficiente anche riferita alle popolazioni target, vale a dire i soggetti che indipendentemente dall'età hanno patologie che li pongono a maggior rischio di sviluppare le complicanze dell'influenza, come diabete e malattie cardiovascolari". La strategia, insomma, è quella che gli specialisti definiscono "strategia di controllo" con la quale ridurre il rischio di malattia, di ospedalizzazione e di morte nei soggetti a rischio e anche ridurre i costi connessi alla morbosità e alla mortalità. Oltre al nuovo ceppo virale, la ricerca sta facendo sì che il vaccino possa essere somministrato per via intradermica oltre che alla classica via intramuscolare. In attesa comunque del picco della possibile pandemia, gli esperti hanno formulato un decalogo per una corretta vaccinazione e definito alcuni consigli antiinfluenza: se si è un soggetto a rischio, eseguire la vaccinazione tra metà ottobre e fine dicembre; evitare ambienti chiusi e sovraffollati; non fumare.
(Fonte: AGI Salute - 2008)
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Frutta in grandi quantità, acqua, esercizio fisico ... e dovremmo stare bene e in forma. E invece ...
1- FRUTTA E VERDURA FANNO BENE ALL'INTESTINO PIGRO Se si tratta di una stipsi cronica non solo non fanno bene, ma possono anche peggiorare l situazione. In alcuni casi infatti le fibre si accumulano nell'intestino provocando dolori e gonfiore addominale. 2- PASTA E PANE FANNO INGRASSARE è sempre una questione di quantità. I carboidrati non devono mai mancare in un corretto regime alimentare, anche se si è a dieta, e devono costituire il 50% circa delle calorie introdotte giornalmente. Se viene a mancare questa riserva di zuccheri (i carboidrati sono zuccheri complessi) l'organismo deve trovare le energie da altre parti. Inoltre, se non si mangiano passa e pane, si abbassa troppo il tasso glicemico e può scattare la voglia di zucchero. E magari ci si butta sui dolci, molto più calorici di un piatto di pasta condito senza troppi grassi. 3- QUANDO SI è A DIETA MEGLIO UN'INSALATONA A PRANZO Una porzione di sole verdure contiene troppe poche calorie ed espone al rischio che a metà pomeriggio venga una fame da lupo, soddisfatta con snack fuori pasto dannosi per la linea. Anche chi resiste indenne al pomeriggio, però, finisce per eccedere a cena, quando invece bisognerebbe tenersi più leggeri perché la sera l'organismo brucia meno. 4- SALTARE IL PRANZO FA DIMAGRIRE è uno degli errori più grandi che si possa fare. Quando non si mangia infatti il metabolismo rallenta e così l'organismo non brucia più calorie ma le accumula. Per mantenere attivo il metabolismo è necessario fare 5 pasti al giorno, tra pasti principali (colazione, pranzo e cena) e spuntini (a metà mattina e a metà pomeriggio). 5- PESARSI OGNI GIORNO è un'abitudine inutile che a volte diventa una vera ossessione. Il peso infatti non dipende solo dall'alimentazione ma anche da altri fattori, ad esempio quelli ormonali. Per verificare davvero i risultati della dieta, i medici suggeriscono di pesarsi una volta a settimana. Se poi ad esempio, state andando in palestra, anche se siete a dieta il vostro peso potrebbe salire. Questo non vuol dire che abbiate messo grasso, anzi è probabile che il grasso sia diminuito ma sia aumentata la massa muscolare, più pesante. 6- GLI SPINACI SONO RICCHI DI FERRO Non ne hanno più di tante altre verdure. Tutto è nato nel 1980 quando alcuni nutrizionisti americani pubblicarono il contenuto di ferro negli ortaggi. Quando toccò agli spinaci, per un errore di stampa, una virgola al posto sbagliato, si attribuì agli spinaci una quantità di ferro superiore di 10 volte quella reale. 7- L'ACQUA FRIZZANTE FA DIGERIRE L'anidride carbonica con cui è addizionata l'acqua frizzante non ha alcuna proprietà digestiva. Le bollicine dilatano lo stomaco e favoriscono l'espulsione del gas, ma questo non significa digerire. 8- BERE TANTO AIUTA A COMBATTERE LA RITENZIONE In realtà quello che causa la ritenzione idrica, e di conseguenza la cellulite, è la quantità di sali e zuccheri che introduciamo con l'alimentazione. Questi due elementi infatti attirano e trattengono l'acqua. Bere tanto e spesso senza controllare zuccheri e sali che si mangiano non serve a eliminare la "buccia d'arancia". 9- FARE TANTI ADDOMINALI AIUTA A ELIMINARE LA PANCETTA Gli esercizi addominali non eliminano i tessuti adiposi, cioè lo strato di grasso, ma tonificano quello che sta sotto, i muscoli. Il risultato quindi, anche dopo mesi di addominali, a volte è che non solo l'odiosa pancetta non se ne è andata, ma sembra persino più sporgente, spinta in avanti da muscoli più tonici. 10- LA FRUTTA NON FA INGRASSARE La frutta è senza dubbio meno calorica e più sana di tanti altri spuntini, ma contiene comunque zuccheri e calorie. E non solo banane, fichi e cachi, come spesso si crede. Ricordatevi che 4-5 frutti hanno complessivamente le stesse calorie di un piatto di pasta, ma saziano di meno.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
TELEFONI CELLULARI, RADIAZIONI E RIPERCUSSIONI SULLA SALUTE (Newsletter di Pagine Mediche.it - 2 dicembre 2008)
Il nostro cervello viene quotidianamente bombardato da onde elettromagnetiche provenienti dai telefoni cellulari e da altri dispositivi senza fili. Fanno male oppure no? I risultati sono controversi e la scienza continua a tenere i telefonini sotto stretta osservazione per verificare se il loro utilizzo possa causare danni al cervello. Intanto, sono state accertate alcune condizioni in cui il cellulare effettivamente interferisce con la nostra salute: l'attività dei telefonini crea problemi ai portatori di pacemaker, ad esempio, così come sembra "eccitare" il sistema nervoso, creando problemi al sonno e alla concentrazione.
TELEFONI CELLULARI, RADIAZIONI E RIPERCUSSIONI SULLA SALUTE
Il telefono cellulare provoca un forte campo elettromagnetico proprio all'altezza del cervello causando, dopo una lunga conversazione, un aumento di uno o due gradi della temperatura dell'encefalo, con ripercussioni sulla salute non ancora ben chiarite.
Il telefono cellulare fa male al cervello? La scienza si interroga tra colpevolisti e innocentisti Il nostro cervello viene continuamente bombardato da onde elettromagnetiche provenienti da dispositivi senza fili. Dal telefono cellulare al cordless, fino all'I-Phone che la Apple si appresta a lanciare sul mercato e che è già oggetto di allarme da parte di Greenpeace per il suo contenuto di sostanze tossiche: la scienza continua a osservare, sotto la lente di ingrandimento, i più comuni strumenti senza fili per verificare se il loro utilizzo possa causare danni al cervello. Fino a qualche tempo fa i risultati delle ricerche erano confortanti: l'uso del cellulare non sembrava collegato ad un aumento del rischio di tumore al cervello. A smuovere le acque è stato, nei giorni scorsi, uno studio svedese condotto da due ricercatori dell'Università di Orebro e Umea che hanno riesaminato undici ricerche condotte negli anni scorsi per verificare se l'uso decennale di cellulari e cordless potesse aumentare il rischio di tumore al cervello. Il risultato è stato davvero
impressionante e ha suscitato un vortice di opinioni e critiche da tutto
il mondo scientifico e non solo. Secondo la ricerca, infatti, utilizzare
il telefono cellulare un'ora al giorno per dieci anni aumenta il rischio
di sviluppare il GLIOMA del 30% e il NEUROMA ACUSTICO del
20%. Gli scienziati svedesi ne sono certi: non si tratta di un allarme
ingiustificato ma di una realtà, visto che il tempo minimo perché si
possa studiare lo sviluppo di un tumore è proprio dieci anni e le
ricerche condotte prima di questo anniversario sarebbero da considerarsi
incomplete. In altre parole, l'uso del cellulare si è diffuso circa
dieci anni fa e in questo decennio il cellulare è diventato uno
strumento utilizzato da milioni di persone ogni giorno: per questo
motivo uno studio serio che indagasse sui rischi dell'utilizzo del
cellulare poteva essere condotto solo adesso.
Gettano acqua sul fuoco gli esperti riuniti a Roma nei giorni scorsi in occasione del convegno su campi elettromagnetici e salute organizzato dal consorzio Elettra 2000: secondo Anders Ahlbom del Karolinska Institutet di Stoccolma, migliaia di ricerche condotte in tutto il mondo negli ultimi anni e finanziate con 250 milioni di dollari non hanno dimostrato alcuna evidenza certa di rischio.
La problematica relativa al
possibile rapporto tra utilizzo dei telefonini e aumentato rischio di
tumori non ha una chiave di lettura univoca. C'è, innanzi tutto, un problema temporale: sono relativamente ancora pochi gli anni trascorsi dall'inizio diffuso ed intensivo dell'utilizzo dei cellulari e, quindi, non è possibile escludere danni in senso oncologico che, per definizione, richiedono tempi biologici lunghi. L'altra variabile è quella legata al fatto che negli ultimi anni c'è stata, in contemporanea all'incrementato uso dei telefoni cellulari, una esplosione di fonti, casalinghe e non, di onde elettromagnetiche (forni, cordless, asciugacapelli ...). Ultima considerazione: il peso ingombrante degli interessi economici rende in questi casi molto difficile la vita alla ricerca indipendente.
Conclusione Come in tanti campi della Medicina vale il consiglio della prudenza; usare con moderazione e raziocinio le fonti di onde elettromagnetiche, conducendo una vita il più possibile ... a misura d'uomo.
CELLULARI E RADIAZIONI
Gli apparecchi cellulari
emettono delle radiazioni, o microonde radio, che si espandono in
orizzontale dal telefono verso tutto quello che c'è attorno. Più si è
vicini all'apparecchio, ovviamente, maggiore è l'intensità di queste
onde. Queste radiazioni sono dette non ionizzanti, cioè sono al
di sotto del milione di GHz (Giga Hertz, cioè un miliardo di Hertz).
Inoltre, si tratta di radiazioni ad alta frequenza, come quelle
delle antenne della televisione e della radio. Il rischio maggiore
legato a questo tipo di onde è quello dell'innalzamento della
temperatura, che può arrecare danno ai tessuti circostanti. La
batteria, invece, emana onde di bassa frequenza e la sua pericolosità
dipende strettamente dall'intensità di queste onde. Le stesse onde
vengono emanate soprattutto dalla rete di distribuzione dell'energia
elettrica; chi abita nei pressi di installazioni di questo tipo rischia
parecchio. C'è, infatti, una maggiore incidenza di malattie tipo
sclerosi multipla, morbo di Alzheimer, tumore al seno, leucemia, tumore
al cervello.
L'INQUINAMENTO ELETTROMAGNETICO IN CASA
1- fattori esogeni: la casa si trova vicino (meno di 2 km) a linee elettriche ad alta tensione, impianti radar ad alta potenza, ripetitori (televisivi, radiofonici o di telefonia mobile) e stazioni di alimentazione elettrica per le ferrovie e le case 2- fattori endogeni: l'impianto elettrico della casa (e degli apparecchi in essa presenti) non è adeguatamente schermato. Nello scegliere una casa nuova,
fare attenzione a questa distanza di sicurezza dalle grandi fonti di
emissione elettromagnetica.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Il latte vaccino è stato considerato per lungo tempo una
fonte di disturbi gastrici e di altri problemi tra cui l'orticaria
(formazione di acne su diverse parti del corpo). Questi disturbi erano
dovuti sia all'intolleranza al lattosio che a forme allergiche verso le
proteine del latte. Intolleranza al lattosio e allergia alle proteine
del latte possono manifestarsi anche nei neonati per i quali il latte è
la prima fonte di proteine, nonché una fonte molto importante di
nutrienti; essendo tale, il latte non può essere eliminato dalla loro
alimentazione.
Alcuni prodotti etichettati come "non caseari", come ad
esempio la crema in polvere per caffè, potrebbero anche contenere
ingredienti derivati dal latte e quindi lattosio. Da:
Fonte: www.food-info.net
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
La celiachia è una malattia cronica causata dall'intolleranza al "glutine", una proteina contenuta in molti cereali. Oggi la percentuale di popolazione mondiale che è a conoscenza di tale patologia e del quadro clinico che la caratterizza è molto più elevata rispetto agli anni '80, in cui furono diagnosticati i primi casi. Ciò è dovuto non solo ad un aumento del numero di casi, ma anche ad un maggior numero di persone che effettua test diagnostici, e ad una maggiore precisione nelle metodiche diagnostiche. Nei soggetti intolleranti il glutine opera un'azione tossica sulle cellule della parete intestinale, alterandone profondamente struttura e funzionalità. In effetti nel corpo si innesca una risposta immunitaria diretta contro componenti antigeniche presenti sul glutine stesso, con una serie di gravi sintomi. Nella maggior parte dei casi si verifica una drastica riduzione dell' assorbimento delle componenti nutritive dagli alimenti, e questa mal nutrizione – nel caso di uno sportivo – diventa una grave patologia. Inoltre bisogna sottolineare che la celiachia si può manifestare nei bambini generalmente entro i due anni di età e negli adulti prediligendo il sesso femminile e con un picco di insorgenza tra i 30 ed i 40 anni. I sintomi più evidenti sono diarrea copiosa con scariche frequenti, spesso associata a dolori addominali e vomito, perdita di peso e rallentamento della crescita. Nei bambini i sintomi sono più marcati. Negli adolescenti e negli adulti la sintomatologia può essere più blanda, con assenza di diarrea. In questi soggetti l'attenzione va posta su scompensi ed anomalie quali anemia da carenza di ferro, stanchezza permanente, afte, gonfiori a gambe e palpebre, disomogeneità nello smalto dei denti e piccoli sanguinamenti cutanei.
Negli ultimi anni la ricerca ha fatto grossi passi in avanti e notizie incoraggianti arrivano dal campo della biotecnologia; secondo un lavoro pubblicato sul Journal of Immunology (Rossi M., Maurano F., Luongo D. – Istituto di Scienze dell'Alimentazione, CNR, Avellino, Italy) si è visto che i processi infiammatori causati dalla reazione al glutine da parte dei linfociti intestinali sono attenuati dalla produzione, da parte di cellule regolatorie, di una citochina ad azione antiinfiammatoria quale l'interleuchina 10. Quindi in futuro tale molecola potrebbe essere inserita in cocktail terapeutici per una migliore gestione o risoluzione di casi anche in ambito sportivo. Secondo un altro studio pubblicato su Chemistry and Biology (Chaitan Khosla – Università di Stanford, California), la scomposizione delle molecole allergeniche le rende più digeribili e tollerabili; a tal proposito è stato sintetizzato un enzima che modifica l'enzima deputato al catabolismo del glutine, rendendolo per l'appunto più digeribile e tollerante, senza tra l'altro alterarne le proprietà nutritive. Per uno sportivo la celiachia diventa ancora più gravosa. Infatti, come è stato già accennato, si verifica un ridotto assorbimento di elementi importanti quali ferro, calcio, magnesio, cloro, di vitamine quali acido folico e vit. B12, inoltre le frequenti e copiose scariche diarroiche determinano disidratazione del soggetto e perdita ulteriore di altre importanti componenti nutritive. Molte vitamine e minerali entrano nella composizione di enzimi coinvolti nel metabolismo energetico, costituiscono cofattori energetici o costituiscono cofattori energetici (catalizzatori) che velocizzano le reazioni enzimatiche. In un soggetto che pratica sport queste deficienze vitaminiche e minerali vanno fortemente ad incidere sul rendimento nella prestazione sportiva, soprattutto se si tratta di un atleta professionista o che pratichi agonismo. Infatti il metabolismo energetico e la fase di costruzione di muscolo ex novo o di ripristino della massa muscolare perduta (rispettivamente durante le fasi "anabolica" e "catabolica"), che sono stimolati in seguito ad uno sforzo muscolare, necessitano di un apporto molto più elevato di tali componenti rispetto a soggetti che non praticano sport. Infine, non è da sottovalutare, la componente acqua, visto che le frequenti scariche diarroiche determinano una ingente perdita di liquidi; infatti l'atleta ha bisogno di introdurre quantità di acqua decisamente più elevate rispetto ad un soggetto sedentario, per raffreddare i muscoli in contrazione, per conservare adeguati equilibri acido-base (funzionali ad una più efficiente attività degli enzimi coinvolti nel metabolismo energetico), e per tenere alto il rapporto massa muscolare costruita/massa muscolare persa (poiché il muscolo è costituito in grosse percentuali da acqua e, quindi perdite di acqua vanno ad influire sia sulla perdita che sull'acquisizione della massa muscolare).
In sintesi possiamo dire che per un atleta celiaco, all'obbligo di seguire un prontuario nella scelta degli alimenti, si aggiunge la necessita di seguire un regime alimentare equilibrato ed eventualmente un'integrazione al fine di determinare un quadro fisiologico che sia funzionale ad un rendimento massimale.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
ALLENARE IL CERVELLO RENDE PIù INTELLIGENTI (Fonte: UNIVADIS)
Roma, 6 giugno 2008 - Più intelligenti grazie a un allenamento "ad hoc" Proprio come i muscoli, l'intelligenza aumenta grazie all'esercizio. E se fino a poco tempo fa si credeva che il QI (quoziente d'intelligenza) dei piccoli Einstein fosse fissato alla nascita, una nuova ricerca condotta da Susanne Jaeggi e Martin Buschkuel dell'Università del Michigan (Ann Arbor, Usa) suggerisce che le cose non stanno proprio così. E che almeno un aspetto del nostro QI può essere accresciuto allenando un certo tipo di memoria, quella detta "di lavoro". La maggior parte dei test svela - QI cerca di misurare due tipi di intelligenza, quella cristallizzata e quella fluida. La prima sfrutta conoscenze ed esperienza per risolvere i problemi, grazie alle informazioni recuperate negli archivi della memoria a lungo termine. La seconda, invece, indica l'abilità di comprendere le relazioni tra concetti, indipendentemente dalle conoscenze precedenti, per risolvere nuovi problemi. Lo studio mostra che proprio questa "fetta" del QI può essere allargata, con un allenamento mirato della memoria di lavoro. "Quando si tratta di aumentare l'intelligenza, molti ricercatori hanno pensato che non fosse possibile - dice Jaeggi - I nostri dati chiaramente mostrano che non è così. Il cervello, infatti, è più plastico di quanto noi stessi pensassimo". I ricercatori, insieme al collega Walter Perrig dell'Università di Berna (Svizzera), hanno pensato che se l'intelligenza cristallizzata lavora sulla memoria a lungo termine, quella fluida sfrutta le memoria a breve termine o di lavoro, che viene rievocata in modo più accurato. Si tratta del tipo di memoria che sfruttiamo per ricordare un numero di telefono da utilizzare per fare una chiamata, o un indirizzo mail, ma solo per poco tempo. Insomma, per manipolare e usare informazioni che vengono solo brevemente accumulate nella nostra mente. Per svelare i segreti dell'intelligenza, i ricercatori hanno arruolato quattro gruppi di volontari, allenando la loro memoria di lavoro con un complesso sistema di test, che sfrutta stimoli visivi e uditivi. Le "cavie umane" hanno eseguito mezz'ora di allenamento al giorno per 8, 12, 17 o 19 giorni. Poi, dopo ogni fase di allenamento, i ricercatori hanno monitorato l'intelligenza fluida dei partecipanti, confrontandola con quella di alcuni gruppi di controllo che non si erano allenati. "I nostri risultati chiaramente mostrano che l'allenamento di un certo tipo di memoria si trasferisce all'intelligenza fluida", dice Jaeggi. Non solo. "Le persone con un punteggio più basso di intelligenza fluida prima dei test, potrebbero beneficiare in modo particolare dell'allenamento". E alla fine l'aumento dell'intelligenza fluida ottenuto con l'esercizio, può migliorare anche il QI generale di una persona. Un elemento importante, ricordano i ricercatori, per determinare il successo negli studi, la performance sul lavoro e i progressi di carriera.
Starà allenando il suo cervello ...? (Rita Levi Montalcini - by controc@nto )
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
RIPOSARE, DORMIRE: IL LETTO ... O ALTRO? Luigi Perali
Quando ci sentiamo stanchi dopo una lunga camminata basta una sedia per far riposare le gambe: ma se ci sentiamo spossati dopo una attività fisica prolungata allora sogniamo il letto per sdraiarci, per poter riposare e dormire. Eppure il letto non si dimostra il posto migliore per recuperare le forze a giudicare almeno dal numero delle volte che dobbiamo cambiare di posizione durante il sonno e dal dolore alla schiena e al collo che spesso ci affligge al risveglio. Il letto sembra adatto per tutto tranne che per dormire.
IL COMFORT NELLA POSIZIONE SUPINA Per analizzare gli effetti della forza di gravità (FG) sui muscoli scheletrici di una persona in posizione supina prendiamo in esame un materasso virtuale con la superficie duro-elastica e disposto orizzontalmente. Per ottenere una sensazione di comfort oggettiva, condivisibile cioè dalla quasi totalità delle persone sane, è necessario equilibrare la FG affinché la muscolatura scheletrica riduca al minimo il suo dispendio energetico. Poiché il lavoro muscolare può esser misurato mediante la formula del lavoro di una forza ( LF= F x S (Spostamento)= F x P1P2 x coseno α (ove la direzione della forza determina il valore di coseno α e di conseguenza il valore del Lavoro della Forza) ricaviamo che nella posizione supina il lavoro dei muscoli del tronco è massimo e che dunque per equilibrare la FG è necessario un giaciglio: ma il giaciglio di per sé non basta perché, in analogia a quanto succede alla muscolatura del tronco nella posizione seduta (1), è necessario sostenere la lordosi lombare con un supporto sagomato in maniera appropriata al fine di ridurre ulteriormente il lavoro muscolare. Infatti, nella posizione supina, la FG, agendo ortogonalmente al corpo, fa flettere verso il basso la lordosi lombare mettendo di conseguenza in tensione i legamenti e i muscoli di quel tratto di schiena. Anche il lavoro dei muscoli del collo diventa massimo nella posizione supina. Invece, nella posizione eretta il lavoro muscolare per mantenere in equilibrio la testa è minore di quello dei muscoli del tronco perché l'arco cervicale, nonostante sia composto da 7 vertebre invece di 5, ha raggio (cm 1.5) ed altezza minori di quello lombare: inoltre sostiene un peso minore rispetto a quello complessivo della tratto lombare e la testa appare meglio centrata sul collo. La colonna cervicale pertanto si flette per effetto della FG poiché si trova sospesa, per così dire, fra la T1 e la C1 (l'atlante) che fa da fulcro e l'occipite che rappresenta la resistenza (fig. 1); in tal modo la testa ruota di alcuni gradi in senso antiorario, i muscoli del collo e della nuca si mettono in tensione (fig. 2) provocando il dolore cervicale al risveglio.
Figura 1
Figura 2
Da ultimo, dobbiamo menzionare il tono dei muscoli scheletrici che è sempre presente durante il sonno. Esso è il risultato dell'attività di piccoli fasci di fibre dei muscoli scheletrici, che entrano alternativamente in tensione isometrica per contrastare la FG e mantenere pronta la muscolatura a mettersi in azione in caso di necessità, analogamente al circuito "stand by" dell'apparecchio TV: ma il dispendio di energia per mantenere i muscoli scheletrici all'erta durante il sonno è minimo e perciò trascurabile. RIMEDI: IL MATERASSO, DURO O SOFFICE? Per quanto detto sopra, per equilibrare correttamente la FG il materasso dovrebbe avere in teoria due supporti incorporati o liberi sulla sua superficie; uno per la lordosi lombare e l'altro per la lordosi cervicale. Giustamente non esistono materassi con i supporti incorporati perché la distanza relativa fra le lordosi lombare e cervicale varia da persona a persona, come anche variano frequentemente le posizioni di questi tratti vertebrali sul materasso durante il sonno. Esistono però dei materassi in materiale plastico (schiuma, lattice) in grado di assumere la conformazione del corpo e quindi, teoricamente, di sostenere in estensione entrambe le lordosi nella posizione supina. Poiché nella posizione seduta il raggio della lordosi lombare è in media di cm 2.5, sia il materasso in materiale plastico o il supporto libero sul materasso a superficie rigida, dovrebbero mantenere stabilmente la curvatura lombare in estensione con quel raggio anche nella posizione supina al fine di evitare la tensione dei muscoli dorsali. In commercio esistono dei supporti lombari da letto, gonfiabili a bocca o che possono esser riempiti d'acqua; essi trovano indicazione prevalentemente in situazioni patologiche, come per esempio nei casi di lombalgie di diversa natura ma che, grazie alla loro versatilità, potrebbero essere usati comunemente. Vorrei sottolineare infine che è indispensabile che i supporti disposti liberamente sul materasso poggino su una superficie rigida perché altrimenti non potrebbero esercitare costantemente la contro pressione nel tratto della colonna vertebrale interessata. Non a caso, ancora oggi è usanza popolare mettere una tavola di legno sotto il materasso di coloro che soffrono di mal di schiena; vista la diffusione del rimedio, qualche beneficio è possibile che ne risulti. Verosimilmente, la superficie rigida del materasso impedirebbe la flessione della lordosi lombare, la distensione massima dei muscoli e dei legamenti dorsali e quindi il loro affaticamento, prevenendo così il dolore lombare anche senza l'ausilio di un supporto. Per quanto riguarda il sostegno del collo nella posizione supina, da sempre esiste il cuscino. Dobbiamo notare però che la colonna cervicale non si può giovare della rigidità della superficie del materasso poiché si trova "sospesa" fra T1-C1 e l'occipite; perciò è consigliabile usare sempre un cuscino sagomato per evitare l'insorgenza dei dolori al collo. Da alcuni anni si trovano in commercio dei cuscini in lattice o in schiuma opportunamente disegnati proprio per sostenere la lordosi cervicale (fig. 3). Questi cuscini, nella posizione supina e orizzontale, funzionano egregiamente. In mancanza di dati sperimentali favorevoli, non si può affermare che la plasticità del materasso in schiuma o in lattice è in grado di impedire la flessione del tratto lombare nella posizione supina prolungata: proprio la loro plasticità fa propendere per il no e perciò, fin quando le ricerche sperimentali non daranno risultati certi, il materasso a superficie duro-elastica sembra funzionare meglio perché è in grado al meno di ridurre l'affaticamento dei muscoli dorsali. Ma a complicare ulteriormente il problema del comfort durante il sonno e quindi a far passare in secondo piano la scelta fra il materasso rigido o soffice, interviene un altro fattore: la circolazione sanguigna arteriolare cutanea.
Figura 3
RUOLO DELLA FG SULLE ARTERIOLE CUTANEE Il valore della pressione vigente nelle arteriole della cute fu misurata nel secolo scorso (1930) e risultò essere in media di mmHg 32/cm2 in individui sani (2). Nel secolo scorso fu misurata anche la contro pressione esercitata sul microcircolo periferico da materassi di varia natura: essa risultò essere superiore ai mm Hg 32/cm2 in tutti i casi (2, tab.II, pag. 3) e sorprendentemente, quella del materasso ad acqua era la più alta di tutte (mmHg/cm2 = 58). Poiché il valore della contro pressione del materasso ad acqua riportato nella tabella è di molto superiore a quello che si può calcolare con il principio di Pascal, è lecito dubitare della validità del metodo di misura utilizzato da quei ricercatori e quindi dei risultati da loro ottenuti. I valori massimi riportati in tabella sarebbero cioè in assoluto inattendibili: escludendo ovviamente il valore massimo di contro pressione esercitato dal materasso ad acqua, i valori assoluti massimi riscontrati negli altri supporti esaminati potrebbero conservare una certa validità solo se confrontati fra di loro. Secondo il principio di Pascal, il peso del corpo su un materasso ad acqua si distribuisce in maniera uniforme su tutta la superficie cutanea dorsale perché l'acqua è incompressibile; si può calcolare quindi che un materasso ad acqua esercita una contro pressione di mmHg/cm2 = 6, pari ad un quinto della pressione arteriolare cutanea (mmHg/cm2=32) (2, pag. 2). Questo spiega perché è estremamente improbabile che sull'acqua si producano piaghe da decubito e perché il materasso ad acqua è il mezzo migliore per la prevenzione e il trattamento delle piaghe da decubito. Contro l'attendibilità dei dati riportati nella tabella n. 2 del lavoro citato, entra in campo non solo il principio di Pascal ma anche l'esperienza dei medici della mia età che ricordano la validità dei materassi ad acqua nella prevenzione e nel trattamento delle piaghe da decubito. I materassi ad acqua andarono in disuso solo perché erano ingombranti e difficili da impiegare. A mio avviso dunque, l'esigenza di evitare l'ischemia delle parti prominenti del corpo è il fattore principale che costringe coloro che riposano a cambiare di posizione più volte sul giaciglio. Se un individuo giovane e sano giacesse immobile supino per un tempo prolungato si potrebbero sviluppare delle piaghe da decubito prima in corrispondenza dei suoi glutei e successivamente, dei calcagni, dei gomiti e delle scapole, cioè in quelle zone ristrette sulle quali grava principalmente il peso del corpo. La necessità di cambiare posizione frequentemente per evitare la rapida formazione di piaghe diviene ancora più evidente nelle persone anziane in cattive condizioni generali o con problemi cardiocircolatori, situazioni in cui la pressione nel microcircolo diminuisce. I materassi in lattice o di altro materiale, esercitano certamente una contro pressione superiore a quelli ad acqua, per non parlare di quelli ad aria che hanno bisogno di una struttura cellulare interna complicata e di compressori computerizzati che hanno lo scopo di gonfiare alternativamente le celle del materasso e quindi di scaricare di volta in volta il peso corporeo su zone cutanee differenti. I materassi ad aria più sofisticati funzionano abbastanza bene ma hanno un costo elevatissimo ed altri inconvenienti che non giustificano il loro prevalente impiego attuale negli Istituti di Cura (2, pag. 3). Il materasso ad acqua dunque sicuramente elimina la necessità di cambiare la posizione dovuta alla ischemia cutanea: non è però in grado di sostenere le lordosi vertebrali e di evitare quindi i dolori dei tratti lombare e cervicale. Pertanto neanche il materasso ad acqua rappresenta la soluzione ideale per rendere il sonno tranquillo. Possiamo concludere dunque che allo stato attuale non esiste il materasso ideale in grado di contrastare contemporaneamente gli effetti combinati della FG sui muscoli del tronco e del collo e sulla circolazione arteriolare cutanea.
... CHE ALTRO? In attesa che la tecnologia renda disponibile a prezzi accettabili il materasso ideale, cosa estremamente improbabile, ci conviene cercare la soluzione in una direzione diversa. Il problema del riposo e del sonno tranquillo diventa risolvibile se, rompendo con gli schemi tradizionali, pensiamo di far dormire la persona in posizione seduta. La condizione essenziale è che il sedile sia disegnato correttamente, con il supporto dorso lombare avanzato, opportunamente inclinato, in modo che possa sostenere la schiena dritta (1). Se analizziamo gli effetti della posizione seduta sul microcircolo troviamo che, cominciando dal basso, le gambe sono sostenute dai piedi e non dai soli talloni: le cosce e i glutei dal sedile: il peso della parte superiore del corpo grava sui glutei e parte delle cosce, cioè su superfici più grandi rispetto a quelle interessate nella posizione supina: inoltre, il sedile potrebbe esser ricoperto da un cuscino ad acqua, maneggevole per le dimensioni limitate ed il peso scarso (3-4 Kg), al fine di preservare la microcircolazione cutanea delle persone anziane e/o ammalate. Per quanto riguarda il lavoro dei muscoli del tronco, già di per sé minimo in posizione verticale, viene ulteriormente diminuito dal supporto lombo-dorsale correttamente posizionato e - possibilmente - regolabile in altezza (1) (3). Rimarrebbe da ultimo la necessità di sostenere il capo: il problema può esser risolto facilmente aggiungendo un poggiatesta al sedile. Come si vede, nella posizione seduta è possibile risolvere contemporaneamente il compito di minimizzare il lavoro muscolare e quello di evitare l'ischemia dei glutei e delle cosce. Il flusso ematico nel microcircolo cutaneo di questi distretti può esser favorito inoltre scegliendo l'imbottitura più idonea da applicare al sedile. Per le persone anziane costrette alla posizione seduta prolungata c'è, come è stato già detto, il cuscino ad acqua da posizionare sul sedile.
COMMENTO Le riflessioni precedenti ci indurrebbero a concludere che si potrebbe sostituire la poltrona al letto per riposare e dormire bene. La conclusione di per sé è giusta; tuttavia sarebbe stolto pensare di eliminare in futuro il letto dal momento che esso ha altre funzioni vitali da assolvere. Per quanto riguarda la scelta del materasso, ritengo che anche in avvenire si dovrebbe preferire il materasso a superficie duro-elastica in quanto appare capace di sostenere, seppure parzialmente, il tratto lombare della colonna vertebrale. Se dunque è vero che per dormire bene ci vuole una poltrona, si possono individuare dei settori commerciali che si gioverebbero moltissimo dello sviluppo di modelli innovativi di "poltrone da sonno" progettati secondo criteri ergonomici corretti e con caratteristiche estetiche tali da armonizzarli agli ambienti per i quali sono disegnati. Mi riferisco in modo particolare al settore sanitario e a quello dei trasporti con i treni, gli aerei e i pullman che percorrono lunghe distanze di notte: ma a questi possiamo aggiungere l'ambiente domestico dove siamo soliti approfittare dei pochi minuti di pausa disponibili per appisolarci sulla poltrona prediletta. Negli Istituti di Cura, l'esigenza di posizionare correttamente il paziente sul letto è nota da tempo, tanto è vero che il letto da ospedale si articola in sezioni mobili con lo scopo di riprodurre la posizione seduta. Mentre è estremamente difficile trasformare il letto in poltrona, è possibile invece, a mio avviso, disegnare una "poltrona da ospedale" secondo criteri ergonomici corretti sì da renderla ottimale per la postura del paziente e complementare al letto. Ne trarrebbero grande giovamento i pazienti affetti da malattie cardiache e polmonari, dato che nella posizione seduta corretta i volumi polmonari sarebbero uguali a quelli che si hanno nella posizione in piedi, come pure altre persone con affezioni meno critiche ma altrettanto tormentose, come ad esempio il reflusso gastro-esofageo che è molto improbabile possa verificarsi quando il tronco è in posizione eretta. Nel settore dei trasporti, il vantaggio di avere sedili ergonomicamente corretti si tradurrebbe prima di tutto nel comfort del viaggiatore e poi nel guadagno di spazio, dato che il sedile potrebbe essere ridotto in lunghezza - in generale 40 cm sono sufficienti (3, pag. 2) - e lo schienale dovrebbe rimanere posizionato a 90 gradi. Infine, è possibile che il sedile costi di meno giacché potrebbero essere eliminati alcuni meccanismi come ad esempio quello per reclinare lo schienale.
CONCLUSIONI Abbiamo visto che i materassi di vario tipo disponibili sul mercato non sono in grado di assicurare il riposo e il sonno ottimali per la presenza di più fattori negativi da dover fronteggiare contemporaneamente. La poltrona invece appare essere più adatta allo scopo, purché progettata con il poggiatesta e soprattutto secondo criteri ergonomici corretti. Così si profila la possibilità di innovare il mercato delle poltrone nei settori indicati e che si possa in futuro riposare e dormire serenamente.
BIBLIOGRAFIA
Poltrona Frau
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
CAFFè E ANZIANI, POCHE TAZZE AL GIORNO PER UNA MENTE PIù FRESCA (Fonte: Bollettino d'informazione sui farmaci - Anno XIV - N. 4 2007)
Il consumo di caffeina è stato associato ad un rischio inferiore di malattia di Alzheimer
Il caffè rappresenta, insieme all'acqua e al tè, una delle bevande più consumate al mondo. Gran parte degli occidentali inizia la loro giornata con una tazza di caffè. Grazie al contenuto di caffeina, il caffè è un noto stimolante [1], e migliora la funzione cognitiva [2]. Oltre a questi effetti a breve termine, la caffeina può avere anche effetti benefici a lungo termine sulla funzione cerebrale [3]. Sebbene alcuni studi presentino risultati inconsistenti circa l'effetto della caffeina sulla funzione cognitiva [4], vi sono in letteratura studi cross‑sectional che, al contrario, forniscono evidenze a sostegno dell'associazione tra il consumo di caffeina [5], o di caffè [6], e il miglioramento della funzione cognitiva. Una possibile spiegazione potrebbe essere che la caffeina entra in circolo nel sangue e agisce quale antagonista dei recettori dell'adenosina A2a nel cervello, che di conseguenza stimola i neuroni colinergici [1]. Questi neuroni proteggono contro la neurotossicità indotta da ß‑amiloidi, che sono precursori del declino cognitivo [7]. Se il consumo di caffè ritarda effettivamente il declino cognitivo, ciò ha delle forti implicazioni di salute pubblica dato che il declino cognitivo è molto comune negli anziani. A questo proposito, uno studio europeo, al quale ha preso parte anche l'Istituto Superiore di Sanità, ha analizzato, nel corso di 10 anni, l'associazione tra consumo di Caffè e declino cognitivo negli uomini anziani di Finlandia, Italia e Paesi Bassi. Si tratta dello studio di coorte prospettico FINE [8] (Finland, Italy, and the Netherlands Elderly), di cui presentiamo una sintesi. L'analisi è stata condotta seguendo per 10 anni 676 uomini sani nati tra il 1900 e il 1920 provenienti da Finlandia, Italia, e Olanda. Gli esami sono stati effettuati tra il 1990 e il 2000. Si trattava dei sopravissuti della coorte del Seven Counties Study esaminata per la prima volta nel 1960 che all'epoca era costituita da persone di età compresa tra 40 e 59 anni. La funzione cognitiva è stata valutata utilizzando il test Mini-Mental State Examination. Il punteggio assegnato variava da 0 a 30 punti; il punteggio più alto indicava una migliore capacità cognitiva. Il consumo di caffè è stato stimato in tazze per giorno. È stato impiegato un modello longitudinale misto per studiare l'associazione tra consumo di caffè alla linea di base e il declino cognitivo nel corso di 10 anni. Sono stati fatti aggiustamenti multipli. I modelli sono stati aggiustati per le possibili variabili di confondimento: età, nazione di provenienza, educazione, fumo, alcol e attività fisica. La tabella I mostra le caratteristiche di consumatori e non consumatori di caffè in Finlandia, Italia e Paesi Bassi. Nel complesso, non ci sono differenze sostanziali tra le caratteristiche dei consumatori e dei non consumatori dei tre diversi paesi. Tuttavia, si nota che i consumatori di caffè italiani tendono ad essere fisicamente più attivi rispetto ai non consumatori italiani (tabella I). Alla linea base, aggiustando per i possibili confondenti, la funzione cognitiva non variava tra coloro che consumavano e coloro che non consumavano caffè. Tuttavia, nel corso di 10 anni, gli uomini che consumavano caffè presentavano un declino cognitivo di 1.2 punti e gli uomini che non consumavano caffè presentavano un declino addizionale di 1.4 punti (P<0,001). È stata osservata anche l'associazione tra il numero di tazze di caffè consumate e il declino cognitivo (tabella II): il minore declino è stato osservato con un consumo di 3 tazze di caffè al giorno (0.6 punti). Questo declino è stato 4.3 volte inferiore rispetto al declino dei non consumatori (P<0,001) (tabella II). Il caffè è una delle maggiori fonti di caffeina: una tazza di caffè ne contiene circa 85 mg, quasi due volte la caffeina contenuta nel tè (circa 45 mg). La caffeina sembra essere il principale componente del caffè responsabile dell'associazione inversa tra consumo di caffè e declino cognitivo. Il consumo di caffeina è stato associato ad un rischio inferiore di malattia d'Alzheimer [3] e può migliorare le funzioni cognitive come memoria, apprendimento, controllo e stato d'animo.
Tabella I ‑ Caratteristiche selezionate della popolazione in studio alla linea di base, stratificate per paese e consumo di caffè (n=676)
Tabella II ‑ Caratteristiche della popolazione in studio secondo categorie di consumo di caffè
Oltre alla caffeina, il caffè contiene molte altre sostanze, come il magnesio e gli acidi fenolici, dei quali l'acido clorogenico è quello presente in maggiore quantità [9]. Il consumo di caffè aumenta le proprietà antiossidanti nel plasma [10, 11], le quali forniscono un effetto protettivo contro i radicali liberi che causano danni ossidativi ai neuroni [12].
Conclusioni
Lo studio mostra che negli anziani il consumo di caffè è stato associato ad un declino cognitivo inferiore rispetto ai non consumatori. Consumare 3 tazze di caffè per giorno corrisponde al declino cognitivo minore. Dati il consumo mondiale di caffè, l'aumento della popolazione anziana e il declino cognitivo ad essa associato, i risultati dello studio potrebbero avere importanti implicazioni di salute pubblica se confermate da ulteriori studi prospettici.
Bibliografia
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
FARMACI EQUIVALENTI E CORRETTO USO DEI FARMACI La prima campagna di comunicazione ai cittadini dell'AIFA
Ha preso avvio e proseguirà per tutto il 2007 la prima campagna di comunicazione promossa dall'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), dal titolo Usa bene i farmaci. Farmaci equivalenti, un vantaggio per tutti. La campagna, che si inserisce fra le attività di comunicazione istituzionale dell'Agenzia volte alla diffusione di un'informazione corretta e indipendente per orientare i cittadini ad un uso consapevole e responsabile dei medicinali, persegue due obiettivi principali: restituire al farmaco equivalente la propria identità, evidenziandone la pari efficacia, qualità e sicurezza rispetto alle specialità corrispondenti "di marca"; promuovere un uso appropriato dei farmaci, relativamente alla loro prescrizione, consumo e conservazione. La campagna è rivolta a tutti i cittadini, con particolare riguardo alle donne, in quanto punti di riferimento nella famiglia per l'acquisto, la somministrazione e lo smaltimento dei farmaci; e agli anziani, poiché più esposti a problemi di salute e quindi maggiori consumatori di medicinali.
Gli strumenti Un opuscolo informativo, in distribuzione presso gli studi medici, le farmacie e in occasione di eventi sul territorio, illustra i messaggi della campagna attraverso un linguaggio chiaro e divulgativo. In esso sono contenute indicazioni sintetiche sui comportamenti più opportuni da adottare nell'assunzione dei medicinali, su quali informazioni è bene fornire al medico e al farmacista e quali domande rivolgere loro per ridurre i possibili rischi legati ad interazioni tra farmaci e per acquisire maggiore consapevolezza sulle terapie farmacologiche cui si è sottopoti. Sono poi descritte le caratteristiche dei farmaci equivalenti, dei quali viene sottolineata la bioequivalenza e la pari qualità e sicurezza rispetto ai corrispondenti farmaci "griffati". Viene, inoltre, rimarcata l'importanza del risparmio generato dal consumo di farmaci equivalenti, venduti ad un costo inferiore di almeno il 20% rispetto ai medicinali di marca, che consente al Servizio Sanitario Nazionale di dispensare gratuitamente un numero sempre maggiore di farmaci innovativi e per la cura di malattie gravi e croniche. Presso le farmacie e gli studi medici sono poi esposte le locandine che riprendono i temi e i visual della campagna, riportati anche su due Camper itineranti che toccheranno le principali località italiane. Un gadget "porta‑ricette" per contenere e conservare certificati e prescrizioni sarà inoltre distribuito negli studi medici.
In partnership con la RAI, sono poi previsti spazi redazionali con interventi di esperti selezionati dall'AIFA all'interno di alcune trasmissioni delle reti televisive e radiofoniche dell'emittente nazionale, e la messa in onda di tre pillole filmate, che raccontano scene di vita quotidiana per dare concreta rappresentazione ai singoli messaggi. Un sito ad hoc (www.usabeneifarmaci.rai.it ) sulla campagna, accessibile dal portale Rainet, rende poi disponibili i contenuti principali e il materiale multimediale, insieme ad un test ori line per verificare le conoscenze degli utenti sui farmaci equivalenti e sul corretto uso dei medicinali. I contenuti, gli obiettivi e i materiali divulgativi e multimediali della campagna sono disponibili anche nella sezione dedicata sul sito AIFA (www.agenziafarmaco.it ). Infine, attraverso il numero verde AIFA 800 571661 i cittadini che lo desiderano possono ricevere aggiornamenti e delucidazioni sulla lista dei farmaci equivalenti disponibili e su tutti gli aspetti legati all'uso dei medicinali.
La campagna è stata realizzata con il coinvolgimento di una pluralità di attori: tutte le iniziative, infatti, sono state progettate in collaborazione sia con alcune associazioni di medici (Simg, Fimmg) e di farmacisti (Federfarma, Assofarm), in considerazione dei ruolo che svolgono nella prescrizione e dispensazione dei medicinali e dei rapporto diretto che instaurano con i pazienti, sia con associazioni di Consumatori (Altroconsumo, Cittadinanzattiva, Codacons, Federconsumatori, Federanziani, Movimento Consumatori), che grazie alla foro presenza capillare sul territorio raggiungono i cittadini mediante iniziative ed eventi seminariali e formativi a livello locale.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Marco Piumetti
Che cosa sono le Aflatossine? Le aflatossine sono un gruppo di micotossine estremamente tossiche, mutagene e cancerogene che si trovano prevalentemente sui vegetali e sono prodotte principalmente da due funghi. Il più diffuso è l'Aspergillus flavus, presente in zone con clima caldo umido, che è in grado di produrre le aflatossine di tipo B, mentre l'Aspergillus parasiticus, che ha un'estensione più limitata, è in grado di produrre aflatossine di tipo B e G.
L'aflatossina B1 ed i suoi danni L'aflatossina di tipo B1 (AFB1) è la più diffusa e presenta un'elevata tossicità. Essa, infatti, è stata inserita nel gruppo 1 dall'Agenzia Internazionale per la Ricerca sul Cancro che considera le aflatossine come sicuramente cancerogene per l'uomo. L'AFB1 è un epatocancerogeno, attivo per ingestione, altamente potente. Da alcune ricerche è emerso che all'inalazione dell'AFB1 (contenuta per esempio nella polvere del grano) si associa un aumento dell'incidenza del tumore al polmone. I risultati degli studi epidemiologici, inoltre, indicano che con l'esposizione contemporanea all'AFB1 ed al virus dell'epatite B si amplifica di circa 60 volte il rischio di contrarre l'epatocarcinoma.
Come causano il danno L'azione dannosa che si produce per effetto delle aflatossine nasce dai suoi epossiderivati elettrofili che, essendo molto reattivi, tendono a legarsi covalentemente con il DNA epatico e polmonare. L'AFB1 causa, inoltre, delle mutazioni del gene p53 il più importante gene soppressore dei tumori. Uno studio condotto in Cina su oltre 18000 persone ha evidenziato l'incremento del rischio di cancro al fegato nei soggetti che presentavano la presenza di metaboliti di aflatossine nelle urine. Nella Figura sottostante è riportata sia L'AFB1 sia il suo metabolita AFM1 prodotto a livello epatico.
Quali sono le principali vie di esposizione umana? L'esposizione umana all'AFB1 avviene principalmente attraverso il consumo di mais e arachidi pistacchi, mandole, fichi secchi e alcune spezie (peperoncino). L'accumulo di AFB1 nelle carni animali è trascurabile mentre il metabolita prodotto a livello epatico (l'AFM1) lo si trova nelle urine e nel latte; tale metabolita presenta, tuttavia, una cancerogenicità inferiore rispetto all'AFB1. La quantità di metabolita AFM1 presente nel latte dipende ovviamente dalla quantità di AFB1 presente nei foraggi destinati agli animali. Tra i foraggi che possono essere maggiormente contaminati si trovano il mais, i semi di cotone, le farine di soia, di girasole e di lino.
Quali sono le condizioni climatiche che favoriscono il proliferare delle aflatossine? Il clima caldo ed umido favorisce lo sviluppo di aflatossine sui vegetali nei campi mentre per quanto riguarda lo stoccaggio in magazzini tali micotossine proliferano in condizioni di grande umidità delle materie prime ed assenza di ventilazione.
Esistono dei limiti di tollerabilità? La comunità Europea ha stabilito come valori massimi ammissibili per AFB1 (nei diversi alimenti destinati agli animali lattiferi) 5 ppb e un limite massimo tollerabile di AFM1 nel latte pari a 0,05 ppb. Per quanto riguarda invece i limiti di tollerabilità umana esistono delle stime ottenute da dati epidemiologici, tuttavia è bene considerare che qualunque dose giornaliera può essere dannosa per l'uomo e quindi i limiti delle aflatossine vanno fissati al livello più basso possibile.
Per la prevenzione della contaminazione
Sono inoltre possibili vari interventi chimici, fisici o biologici sugli alimenti per poter assicurare la decontaminazione.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
AUTISMO: PARLARE DI "RECUPERO" Steve Edelson (Direttore dell'Autism Research Institute)
C'è una linea di divisione emergente nella
comunità dell'autismo: un'idea che definisca quella che è la nostra convinzione
sulla vita con la malattia.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
LA PREVENZIONE DEL CANCRO DELL'UTERO: IL VACCINO ANTI HPV Il ruolo del medico di famiglia nel sensibilizzare alla vaccinazione anti HPV e agli screening (da un articolo di Mauro Marin)
La recente disponibilità di un
vaccino Anti Papillomavirus (HPV), efficace per la profilassi della
displasia e carcinoma della cervice uterina e dei condilomi genitali
responsabilizza direttamente i medici di famiglia nel sensibilizzare
alla vaccinazione le donne che ne possono beneficiare (Am Family
Physician 2007, 75, 9). Il rischio infettivo L'infezione da HPV è solitamente asintomatica. Sono noti circa 100 tipi di HPV di cui circa 40 infettano l'area anogenitale. Tutti i condilomi genitali sono causati dall'HPV e circa il 90% è associato ai tipi di HPV 6 e 11. Tuttavia non tutte le persone affette dai tipi di HPV 6 o 11 sviluppano condilomi genitali. L'intervallo medio di sviluppo di nuovi condilomi dopo il contagio da tali tipi di HPV è di circa 2-3 mesi I condilomi genitali possono regredire spontaneamente ma anche ripresentarsi dopo terapia. Il rischio oncogeno Aspetti medico-legali La profilassi delle malattie a
trasmissione sessuale è regolata ancora dalla legge n. 837 del 25.7.1956
e dal DPR del 27.10.1962. Conclusioni
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
DIECI REGOLE D'ORO PER UNA ABBRONZATURA SICURA
Con l'estate cresce la voglia di sole, e con essa il rischio di abbronzarsi in maniera sbagliata. Le conseguenze sono molto pericolose: ogni anno si registrano in Italia circa 8 mila casi di tumore alla pelle e, di questi, l'80% è imputabile a una cattiva esposizione ai raggi UV. Le raccomandazioni per una tintarella senza rischi arrivano direttamente dal Ministero della Salute che, accogliendo l'invito della Commissione Europea, ha aderito alla campagna 2007 per la corretta esposizione al sole. Le regole da seguire sono
queste:
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
LA CAROTA: COME USARLA E PERCHè di Flaminia Savelli (Giornalista Pubblicista)
è originaria dell'Afghanistan, ma già 2000 anni fa veniva coltivata nel bacino del Mediterraneo, mentre oggi è diffusa in Europa, Asia e Nord Africa.
Solo intorno al 1400, però, scoperte le sue qualità benefiche, si iniziò a coltivarne diverse varietà. Stiamo parlando della carota, oggi elemento essenziale della dieta mediterranea, nota anche per le sue molteplici applicazioni, non solo in cucina … Per la pelle: è ricca di Beta Carotene (Vitamina A) necessario per la corretta crescita e riparazione dei tessuti corporei e utile per mantenere l'epidermide liscia, morbida e sana. Questa sostanza, inoltre, previene l'invecchiamento ed ha un effetto tonificante grazie alla sua azione antiossidante che contrasta gli effetti nocivi dei radicali liberi. La polpa si utilizza per curare dermatiti, eczema, sfoghi cutanei, rughe e per sanare piaghe, scottature, foruncoli, dermatosi e screpolature della pelle, mentre la radice fresca, finemente triturata, si può utilizzare come maschera di bellezza per nutrire il viso. Per la salute: protegge contro gli agenti inquinanti le mucose della bocca, del naso, della gola e dei polmoni, riducendo così la suscettibilità alle infezioni. Sollecita la formazione di ossa e denti ed è fondamentale per una buona vista perché contrasta la cecità notturna e la vista debole. La ricerca medica, negli ultimi anni, ha dimostrato come i cibi ricchi di Beta Carotene aiutino a ridurre i rischi di tumore ai polmoni, soprattutto nei fumatori che "bruciano" letteralmente molta vitamina A. Questa radice è anche indicata per combattere le affezioni polmonari e gastro‑duodenali e l'insufficienza epatobiliare. Fra le altre molteplici proprietà curative la carota ha anche quelle di tonificare il fegato, regolare il colesterolo, facilitare la diuresi e aiutare i reni. Per bambini e anziani: la carota contiene vitamine dei gruppo B, PP, D ed E oltre ad altri principi utili. Per questo motivo è importante per quanti necessitano di un elevato apporto vitaminico, come bambini, anziani e convalescenti.
La carota non sempre ha avuto la tipica colorazione arancione. Si pensa infatti, che inizialmente la sua polpa fosse biancastra e fibrosa e la sua buccia molto dura.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Per anni ha subito critiche e duri attacchi. Ora, sempre più ricerche confermano: il caffé protegge le arterie e il cuore, soprattutto degli anziani
Negli ultimi decenni ha dovuto
fronteggiare critiche e sospetti: su tutti, quello di far salire
eccessivamente la pressione e addirittura di favorire lo sviluppo di
cardiopatia ischemica, anticamera dell'infarto. Oggi, invece, si prende
la sua bella rivincita.
Gli over 65 senza problemi di ipertensione che bevevano regolarmente caffé sono risultati in qualche modo protetti, visto che la mortalità per cause cardiovascolari è risultata più bassa di quella dei coetanei che non consumavano caffé. E i benefici aumentavano con la quantità di caffeina assunta: il rischio di morte per malattie cardiache si abbassava del 32% negli ultra-sessantacinquenni che prendevano 2 o 3 tazzine al giorno e addirittura del 53% in quelli che ne consumavano 4 o più tazzine.
Per saperne di più: Il Caffè
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Dr. L. Perali
Da secoli le sedie sono disegnate secondo i medesimi principi ergonomici fondamentali e sebbene oggi siano dotate di imbottiture sofisticate, ancora non sono soddisfacenti sotto il profilo del comfort. Scopo di questo saggio è quello di vedere se, ai nostri giorni, si può fare qualcosa di meglio che in passato.
Per arrivare a disegnare un sedile confortevole dobbiamo in primo luogo stabilire cosa intendiamo per comfort e successivamente la posizione ideale del busto quando si sta seduti. Nel significato comune del termine si intende per comfort l'insieme di sensazioni piacevoli derivanti da stimoli esterni o interni al nostro corpo, che ci procurano una sensazione di benessere in una determinata situazione: nel nostro caso, quando stiamo seduti. Secondo questa definizione, il comfort sarebbe una condizione del tutto soggettiva e quindi non ci sarebbe alcuna possibilità di giungere ad una soluzione razionale del problema. Dobbiamo allora trovare il modo di rendere questo concetto obiettivo e misurabile. Ciò diventa possibile se definiamo il comfort in termini di risparmio di energia muscolare. Il problema può quindi essere risolto stabilendo qual è la postura ideale del tronco in grado di far risparmiare al massimo il lavoro dei muscoli. Proviamo a sviluppare questo concetto. Comprendere che è sufficiente mettere un piano orizzontale sotto i glutei per far riposare le gambe dopo una corsa è intuitivo; non è altrettanto semplice capire cosa dobbiamo fare per far passare il mal di schiena che insorge dopo poco tempo che ci siamo seduti su un sedile senza schienale. Se applichiamo i principi della statica, vediamo subito che la posizione ideale del busto è quella verticale. Per la formula del lavoro di una forza (L= F x S = F x P1P2 x cosen alfa), la posizione verticale della colonna vertebrale (c.v) è quella che permette ai muscoli del dorso di risparmiare energia. Infatti, il coseno dell'angolo formato dalla c.v. con il piano orizzontale (angolo alfa) è uguale a zero; ciò significa che se la c.v. fosse una matita, essa starebbe diritta senza bisogno di esser sostenuta. Ciò non avviene perché, come sappiamo, la c.v. è sinuosa per poter compiere movimenti complessi; inoltre sostiene il peso del capo e delle braccia ed è sottoposta alla trazione dei visceri toracoaddominali: pertanto la posizione verticale del busto, detta ortostatica (fig. 1), deve essere mantenuta attivamente.
Per questo motivo è necessario applicare al sedile, in posizione verticale, lo schienale il quale fa sì che il lavoro della muscolatura del tronco sia ridotto al minimo. Schematicamente lo schienale è costituito da due montanti laterali che sostengono una superficie di supporto di forma, grandezza e inclinazione variabile che nella sedia veniva chiamata in passato "spalliera", oggi supporto lombare ma che dovrebbe invece esser denominata "supporto lombo-dorsale" (s.l-d) perché questo è il tratto della colonna vertebrale (c.v.) che, come vedremo, deve esser sostenuto.
Da quanto detto deriva che: - quando il busto è in posizione ortostatica il s.l-d deve avere una estensione in altezza di circa 20 cm, quanto il tratto che va da L3 a D8, in modo da impedire al busto di reclinare e quindi di squilibrarsi - che le posizioni intermedie dello schienale, interposte fra quella verticale e l'orizzontale, fanno aumentare il lavoro della muscolatura e perciò sono sbagliate, a meno che il sedile non sia studiato per impieghi speciali - che la posizione orizzontale del busto richiede la superficie massima di sostegno, poiché in tale posizione il coseno dell'angolo alfa è uguale 1 e, pertanto, il lavoro dei muscoli è massimo. Difatti, in posizione sdraiata, che è quella che siamo soliti assumere quando vogliamo riposare o per dormire, il corpo deve essere sostenuto interamente e cioè è necessario usare un giaciglio - è il s.l-d che deve esser posizionato a contatto del busto quando questo è in posizione ortostatica. Ciò significa che lo schienale, diversamente da quanto si osserva generalmente nei sedili di oggi, deve esser portato in avanti ed entrare, in proiezione, all'interno del piano del sedile (fig. 2)
Se vogliamo ottenere il massimo comfort non possiamo variare il posizionamento dello schienale mentre gli altri parametri che concorrono alla confortevolezza del sedile, come l'altezza del suo piano dal pavimento o il tipo del rivestimento, possono cambiare.
Nella maggior parte dei sedili attuali lo schienale si alza dal bordo posteriore del sedile con una inclinazione verso l'indietro di circa 12°, cosicché il busto è costretto a reclinare per trovare l'appoggio (fig. 1). Le posizioni oblique dello schienale presentano i seguenti svantaggi: - il busto (fig. 3), come qualsiasi oggetto su un piano inclinato, scivola verso il basso perdendo il sostegno a livello della lordosi lombare; ciò a sua volta provoca l'incurvamento della colonna e quindi una serie di conseguenze sgradevoli, come la tensione dei legamenti e dei muscoli del dorso nonché l'apertura degli spazi intervertebrali all'indietro specie a livello lombare, condizione questa che favorisce l'insorgenza dell'ernia del disco.
Per ovviare a questi inconvenienti si ricorre all'espediente di inclinare verso l'alto di alcuni gradi il piano del sedile, in modo che il busto ed i glutei scivolino, per gravità, a contatto dello schienale. Tale misura peggiora la situazione poiché obbliga il corpo a mantenere una posizione scorretta, come già spiegato. Le conseguenze dirette di tale soluzione sono: - più il busto reclina, più il collo si flette in avanti per sorreggere il capo, con conseguente rapida comparsa di algie cervicali - gli arti superiori devono estendersi in avanti per raggiungere il piano di lavoro, ragion per cui i muscoli della spalla ed i bicipiti si affaticano rapidamente - se il supporto non è sufficientemente esteso in altezza, si forma una coppia di rotazione fra il bordo superiore del s.l-d, che fa da fulcro, e la parte superiore del busto. Ciò provoca dolore nel punto dove il bordo superiore del supporto tocca la schiena (fig. 4)
- infine il busto deve percorrere un arco di cerchio maggiore nell'atto sia di sedersi che di alzarsi (fig. 5); tale operazione diventa oltremodo faticosa se lo schienale è molto reclinato, il sedile è basso e se l'individuo è anziano o sovrappeso o convalescente da interventi chirurgici al torace, all'addome, o al dorso.
Vorrei far notare che il busto può assumere un atteggiamento reclinato anche in presenza di uno schienale posizionato correttamente e sagomato a regola d'arte; ciò si realizza quando il sedile è molto lungo. In tale situazione infatti l'individuo è portato ad occupare solamente la parte anteriore del sedile, per cui il busto è costretto a reclinare per raggiungere lo schienale (fig. 6).
La soluzione del problema consiste dunque nel collocare lo schienale, opportunamente sagomato, all'interno del piano del sedile facendo in modo che il s.l-d vada a contatto della schiena (fig. 7).
Non so per quali motivi si perseveri nel produrre sedili con siffatto "errore costituzionale". Le possibili spiegazioni a tal riguardo possono essere: - che anche un sedile prettamente da lavoro sia ritenuto un luogo o un mezzo per riposare. La sua forma scaturirebbe quindi non dall'analisi razionale della sua funzione ma dal desiderio inconscio di ritrarre l'archetipo della confortevolezza e della protezione che l'uomo associa alla posizione fetale e che è solito raffigurare in posizione più o meno obliqua e con la c.v. arcuata; questo stereotipo romantico sarebbe talmente radicato da non essere stato più messo in discussione - come pure potrebbe esser stata determinante l'influenza di grandi architetti e designers moderni, con le loro interpretazioni personali del concetto del relax, ad avviare il sedile in direzione di un miraggio estetico più che verso una meta funzionale - che esistano possibili difficoltà costruttive che potrebbero portare ad un aumento dei costi di produzione - che lo schienale dovrebbe essere modellato seguendo le curve della schiena di ciascun individuo, se fosse collocato in avanti. Questa è una obiezione fondata. L'ostacolo però può essere superato, dato che è sufficiente sostenere solo quella parte della schiena che si estende da L3 a D8 per impedire al tronco di reclinare all'indietro e per ridurre il lavoro muscolare. Poiché la sedia ha per definizione, i suoi componenti fissi, questo problema potrebbe esser risolto costruendo sedie di almeno due misure diverse; una per persone alte da cm 160 a cm 170 e l'altra per persone di cm 170-180 di altezza. Si potrebbe infine ipotizzare la produzione di sedie "su misura" per le persone molto al disotto o al di sopra di quelle misure. Oppure, rompendo con la tradizione, studiare la possibilità di realizzare il s.l-d, sia in legno che in metallo, regolabile in altezza.
è un fatto che, specialmente ai nostri giorni, la sedia si è rivelata quella che è: un vero e proprio "strumento di lavoro", considerando come lavoro anche la breve permanenza su una sedia per la frettolosa colazione del mattino. Per questo motivo, a mio parere, dovremmo concepire "il sedile" come dotato di un "dinamismo virtuale", nel senso che, anche privo di meccanismi e nella sua forma più semplice, quale potrebbe essere una panca da chiesa, esso "aiuti" l'individuo a mettersi seduto, a mantener desta la sua attenzione e infine ad alzarsi. Questo risultato si ottiene sia avanzando lo schienale come già detto, sia inclinando di poco in avanti il piano del sedile ed aumentando l'altezza del sedile da terra, tenendo conto dell'aumento di statura delle persone verificatosi negli ultimi decenni. Personalmente ritengo che una sedia riuscita debba possedere ben equilibrati i requisiti atti a soddisfare le esigenze derivanti dalle tre azioni suddette.
Possiamo concludere quindi che in futuro bisognerà porre maggiore attenzione, durante la progettazione, ad essere coerenti con i principi della statica e che, seguendo l'indirizzo funzionale, potremo disegnare sedie con forme nuove e sorprendentemente comode.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Andrea QUAGLIOZZI (Dottore in Ingegneria Meccanica Indirizzo Bio-Medica) Francesco TROPEA (Dottore in Ingegneria Meccanica Indirizzo Bio-Medica) Michele TORRUSIO (Dottore in Scienze Motorie, Chinesiologo, Membro Attivo della SIRER - Direttore Centro Scoliosi Istituto Grecas, Catanzaro) Collaboratori: Pirkko MÄNTYSALO - Paola CHIODI - Andrea CANTELMI - Giacomo Luca PEREZ - Salvatore PROCOPIO
Riassunto La scoliosi giovanile è soggetta all'irrigidimento delle curve a causa delle retrazioni muscolo-legamentose. Ciò ostacola la chinesiterapia e l'azione correttiva dei corsetti. Per prevenire e ridurre la rigidità è opportuno mobilizzare il rachide con adeguate attrezzature e tecniche. A questo scopo abbiamo costruito uno strumento idoneo, che permette di ottenere il risultato. Parole chiave: scoliosi, mobilizzazione, chinesiterapia, traslazioni.
Introduzione La gran parte delle scoliosi evolutive, a causa della progressiva riduzione della mobilità e, quindi della correggibilità, trae limitati benefici dalla chinesiterapia tradizionale e dai busti ortopedici. La chinesiterapia tradizionale si basa su esercizi di tonificazione muscolare, posturali e di equilibrio, per ripristinare l'assetto perduto e prevenire i peggioramenti. Ma la rigidità riduce o impedisce i benefici di queste tecniche. E' quindi opportuno effettuare una mobilizzazione preventiva. In passato si è tentato di ottenere quest'obiettivo mobilizzando l'intera colonna, con il risultato che si è verificata una destabilizzazione dannosa e controproducente, con l'aggravamento, spesso della scoliosi. Trovando, invece, il modo di effettuare una mobilizzazione localizzata, si possono eseguire, di conseguenza, esercizi attivi, in modalità isometrica, di traslazione laterale delle vertebre deviate, che preferiamo ai tradizionali esercizi di tonificazione muscolare o posturali o di equilibrio, in quanto si crea un più raffinato controllo delle posizioni e dei movimenti e si possono ottenere correzioni maggiori. Inoltre, in coloro che usano il corsetto, migliora la sua tollerabilità e si produce un maggiore guadagno angolare.
Materiali e metodi Lo strumento usato per la mobilizzazione (Fig. 1) è costituito da un basamento che sorregge un appoggio imbottito a forma di clessidra, una sagoma che si adatta al profilo laterale del torace o del fianco; da un arco che sorregge una mentoniera per la sospensione occipitale e una cintura che si applica intorno al bacino. Per la mobilizzazione del tratto toracico il soggetto poggia il torace sulla clessidra dal lato della convessità, si sospende per la mentoniera ed esercita una trazione laterale sul bacino tramite una cintura. In quest'azione si sfrutta la trazione per gravità e la deflessione con l'ausilio della cintura.
Fig. 1
Per la mobilizzazione del tratto lombare poggia il fianco sulla clessidra dalla parte convessa, blocca il bacino con la cintura e flette il tronco estendendo la curva. Ogni azione viene eseguita per una durata media di 5', con intervalli di riposo quando il soggetto li richiede e con un'intensità progressiva. Alle mobilizzazioni fanno seguito esercizi isometrici di traslazione laterale. Guadagnando una progressiva mobilità e acquisendo un più sofisticato controllo dei movimenti, si possono effettuare, contemporaneamente, anche azioni di derotazione e di ripristino delle curve sagittali. La ripetizione costante delle mobilizzazioni e delle traslazioni producono modificazioni che tendono a stabilizzarsi. Si cerca di ottenere ipercorrezioni per contrastare la tendenza, della colonna scoliotica, al ritorno nella posizione iniziale. Le sedute, della durata di un'ora, sono trisettimanali, per nove mesi all'anno. Sono stati controllati, in collaborazione con il loro medico di fiducia, i soggetti da 11 a 13 anni, di ambo i sessi, con curve singole o doppie di valore medio di 15°, che hanno frequentato per almeno l'80% delle lezioni, per un arco di due anni.
Discussione Nella fig. 2 si osserva la mobilizzazione di una curva dorsale convesso-destra Nella fig. 3 si osserva l'effetto della mobilizzazione: a sinistra in ortostatismo, a destra durante l'azione
Nella fig. 4 un esempio di traslazione laterale della stessa curva
Nella fig. 5 la mobilizzazione di una curva lombare sinistro-convessa Nella fig. 6 un esempio di traslazione laterale della stessa curva
Nella fig. 7 un esempio di traslazione laterale di due curve contemporaneamente Nella fig. 8 lo stesso esercizio visto in radiografia
Nelle figg. 9 e 10 due esempi di risultati
Conclusioni I soggetti selezionati secondo i criteri descritti sopra sono stati 28. Di questi, 16 portatori di corsetti di vario tipo e 12 senza corsetto. Alla fine dei due anni sono stati riscontrati questi risultati:
I dati presentati in questo studio dimostrano, se confrontati con quelli ottenuti con altri metodi, che la mobilizzazione delle curve scoliotiche, mediante attrezzature e tecniche adeguate, predispone favorevolmente al trattamento con chinesiterapia e con corsetto, facendo ottenere risultati migliori e in un maggior numero di casi.
Bibliografia 1 - M. Torrusio: LA MOBILIZZAZIONE SEGMENTARIA PROGRESSIVA E LE TRASLAZIONI LATERALI ALL'EXTENSOR TORRUSIO NELLA CHINESITERAPIA DELLA SCOLIOSI – Résonances Européennes du Rachis - Avril 1998 – n. 18, 791-796 2 - A.Quagliozzi, M.Torrusio: LA MOBILIZZAZIONE DEL RACHIDE SCOLIOTICO IN PREPARAZIONE ALLA CHINESITERAPIA, AL CORSETTO E ALLA CHIRURGIA - Il Rachide – Italian Journal of Spinal Disorders,2003 - Vol.III – Fasc. 2, 303-310.
L'altezza si eredita dal padre, il peso dalla madre: i risultati di una ricerca britannica
"Se siete insoddisfatti del vostro peso prendetevela con vostra madre, se, invece, desiderate essere alti qualche centimetro in più la colpa è tutta di vostro padre": sono queste le bizzarre conclusioni alle quali sono giunti gli scienziati del Royal Devon and Exeter Hospital che stanno portando avanti una ricerca in proposito.
Sembra, infatti, che il peso di un bambino e, poi, di un
adulto si "erediti" dalla madre, mentre è ininfluente quanto pesi il
padre; al contrario, se il papà è alto, il figlio avrà maggiori
probabilità di essere alto a sua volta.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
I bambini italiani "rischiano grosso": è proprio l'obesità essenziale, quella che affligge circa il 36% dei bambini italiani di età compresa tra gli 8 e i 12 anni, portandoli al primo posto tra i Paesi europei e industrializzati.
Un primato che davvero non vorremmo. Per giunta, si
tratta della forma che non è secondaria a cause endocrine o genetiche,
ma ha più fattori determinanti: socioculturali, ambientali, abitudini
alimentari e stili di vita familiari scorretti. Alla fine dell'indagine emergeranno anche molte altre informazioni sugli indicatori di rischio dell'obesità infantile come: le modalità e i tempi di allattamento e svezzamento, l'atteggiamento delle madri al momento della "proposta del pasto" e le conseguenti risposte comportamentali dei loro figli (Nutrizione & Territorio).
Gli adulti, invece, "resistono": in Italia,
complessivamente, la tendenza all'incremento del peso corporeo è meno
pericolosa che nella maggior parte dei Paesi più sviluppati. Tuttavia,
nel nostro Paese attualmente vivono circa 15 milioni di persone in
sovrappeso e circa 4 milioni di soggetti francamente obesi.
Insomma, come precisa lo stesso Gallus: "Il sovrappeso è
aumentato dal 1983 ai primi anni '90, per poi arrestare la sua crescita.
La prevalenza dell'obesità è invece rimasta ferma al 9.9 per cento nel
corso degli ultimi 20 anni".
Anche nel resto dell'Europa si cerca di dimagrire,
ma gli europei ottengono scarsi risultati: si affidano, infatti, a diete
errate, povere di frutta e verdura. Questo quanto emerge da un'indagine
di "Eurobarometro".
Nutrizione & Patologia: anche i ricercatori
britannici sono impegnati nella lotta contro l'obesità. E il colesterolo impazza: 13 milioni di Italiani sono ipercolesterolemici. In molti casi, per riportare i livelli plasmatici di colesterolo in range ottimali, non occorrono trattamenti farmacologici, ma è sufficiente modificare lo stile di vita. Un quinto della popolazione italiana soffre di ipercolesterolemia: il 25 per cento delle donne ed il 21 per cento degli uomini.
Non va, poi, dimenticato che l'associazione tra
ipercolesterolemia e obesità è tra le più pericolose anche se non è la
regola. Un'associazione "a delinquere" se si pensa anche solo
all'incremento del rischio per la cardiopatia coronarica.
Infatti, in primis è necessario controllare
l'alimentazione, osservando diete a basso contenuto di grassi e
praticare una regolare attività fisica. Tuttavia, alcuni ricercatori,
come la dottoressa Graziana Lupatelli dell'equipe del professor Elmo
Mannarino dell'Università di Perugia, affermano che l'assunzione di
steroli vegetali possa contribuire a ridurre il colesterolo plasmatico.
Ma questa è tutta un'altra storia (Comunicato stampa dal XX Convegno
Nazionale Società Italiana per lo studio dell'Aterosclerosi,
Bologna,16-19 novembre 2006).
La dieta vegetariana si "mangia vivi" i "grassi
corporei": da numerosi lavori sperimentali risulta che le diete
vegetariane favoriscono la distruzione della massa grassa e la riduzione
del colesterolo LDL. Tuttavia, i vegetariani stretti potrebbero andare
incontro a rischi carenziali. Per gli americani, comunque, sembra più adatto un regime di tipo latto-ovo-vegetariano. Con l'aggiunta di latte e uova possono resistere anche 18 mesi sotto stretto controllo medico e perdono più peso rispetto a chi osserva un regime restrittivo standard che comprende anche le carni (American Heart Association's Scientific Sessions 2006, Chicago, Nov. 12-15, 2006).
L'altezza si eredita
dal padre, il peso dalla madre: i risultati di una ricerca britannica
"Se
siete insoddisfatti del vostro peso prendetevela con vostra madre, se,
invece, desiderate essere alti qualche centimetro in più la colpa è
tutta di vostro padre": sono queste le bizzarre conclusioni alle quali
sono giunti gli scienziati del Royal Devon and Exeter Hospital che
stanno portando avanti una ricerca in proposito.
Sembra, infatti, che il peso di un bambino e, poi, di un
adulto si "erediti" dalla madre, mentre è ininfluente quanto pesi il
padre; al contrario, se il papà è alto, il figlio avrà maggiori
probabilità di essere alto a sua volta. |
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Questa lettera è un appello a quelli tra voi che possono sfruttare il potere dei media per fare del bene, per dire la verità e migliorare la vita di tanti bambini ammalati di Autismo. Questi bambini hanno bisogno di voi!
Questo è anche il nome della campagna
promossa quest'anno dal D.A.N.! (defeat
autims now!), un
movimento di medici e ricercatori internazionale nato negli
USA circa 10 anni fa. Due volte l'anno questi
medici e ricercatori, provenienti da tutto il mondo, si riuniscono in
congresso per portare tutte le ultime conoscenze e novità, per far
si che la ricerca non continui per
compartimenti stagni e per portare a conoscenza di tutti le varie
problematiche inerenti l'autismo: dall'immunologo al
gastroenterologo, all'allergologo,
all'esperto in avvelenamento da metalli pesanti ecc.
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
TROVATO IL MODO DI RIGENERARE LE FIBRE NERVOSE
Un'equipe di scienziati italiani che lavora a New York ha dimostrato per la prima volta una connessione tra il meccanismo che consente ad un tumore di crescere e quello che stimola la rigenerazione delle fibre nervose. Gli esperti, Antonio Iavarone e Anna Lasorella della Columbia University, sono già riusciti a far ricrescere in laboratorio fibre nervose la cui crescita era stata bloccata. "è qualcosa di completamente inatteso e sorprendente. - ha commentato con soddisfazione Iavarone - Il nostro interesse era quello di approfondire la conoscenza di alcune proteine della famiglia "Id" già note per la loro capacità di promuovere la crescita delle cellule staminali durante il periodo fetale, ma anche per la possibilità a elevate concentrazioni, di conferire caratteristiche di malignità ad alcuni tumori infantili del sistema nervoso". La stessa proteina, invece, nelle cellule nervose mature e normali viene distrutta continuamente dall'enzima APC (Anaphase Promoting Complex). "In laboratorio - ha proseguito lo scienziato - abbiamo provato a inserire una forma modificata di Id2, resistente a questo enzima, in cellule nervose trattate con la sostanza che normalmente ne inibisce la crescita nota come mielina. E abbiamo constatato una incredibile ricrescita degli assoni, i filamenti che trasferiscono le informazioni (sotto forma di segnali elettrici) tra le cellule nervose oppure dalle cellule nervose agli altri tessuti, per esempio i muscoli. Dal punto di vista scientifico si tratta di una scoperta sensazionale, perché ora si apre la prospettiva di riprogrammare le cellule nervose e far crescere gli assoni usando la forma modificata di Id2". In un prossimo futuro, gli esperti non lo escludono, la medicina potrebbe essere in grado di riparare le lesioni al midollo spinale. "Al momento non abbiamo un nuovo farmaco capace di fare qualcosa del genere - ha spiegato Iavarone - ma dal punto di vista speculativo è certamente un progresso di rilievo. Finora tutti i tentativi di far ricrescere gli assoni sono stati un vero e proprio fallimento. La mielina, sostanza di cui gli assoni sono rivestiti, ha una funzione inibitoria su questa ricrescita, e invece la proteina che abbiamo utilizzato è insensibile a questo effetto". Anche se le informazioni in merito sono poche, servirsi di questa scoperta potrebbe però esporre i pazienti a rischio tumore. "Affermarlo con certezza risulta al momento prematuro. Per capire i possibili rischi si dovrebbe provare questo in vivo, su molti pazienti. Ora - ha concluso Iavarone - possiamo solo dire che non abbiamo notato anomalie nei tessuti che abbiamo trattato. è chiaro che se la Id2 è dotata di simili effetti una sua eventuale applicazione dovrà essere sottoposta a scrupolose verifiche".
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
Buone notizie per la terapia di uno dei difetti della vista più fastidiosi (forse anche perché ci ricorda l'avanzare dell'età ...): la PRESBIOPIA. Oggi si può curare con un intervento innovativo a "colpi" di laser. Leggiamo in proposito la seguente notizia:
PRESBIOPIA: UN INTERVENTO INNOVATIVO A "COLPI" DI LASER
Finora è stato il difetto della vista più difficile da risolvere con la chirurgia refrattiva; ma anche per la presbiopia, il calo della capacità di mettere a fuoco gli oggetti vicini che in genere compare fra i 40 e i 50 anni, continua la ricerca di un'alternativa agli occhiali. Una delle tecniche messe a punto negli ultimi anni prevede di "allargare" il bulbo oculare con dei piccoli tagli effettuati sulla sclera, la parte bianca dell'occhio, senza toccare quindi cornea e cristallino. La tecnica prende spunto da una teoria proposta alcuni anni fa da un oculista statunitense, Ronald Schachar, che capovolge l'interpretazione del meccanismo che permette all'occhio di accomodare, cioè di mettere a fuoco gli oggetti vicini. Secondo la teoria classica il muscolo ciliare, il muscoletto attaccato con delle fibre alla periferia del cristallino, la lente interna all'occhio, è contratto quando guardiamo da lontano in modo da mantenere piatta la lente. Quando il muscolo si rilascia, il cristallino, grazie alla sua elasticità, tende ad aumentare la curvatura, consentendo così di mettere a fuoco gli oggetti vicini; la presbiopia sarebbe dunque dovuta ad un indurimento del cristallino che, perdendo la sua elasticità, perde anche la capacità di aumentare la curvatura. Secondo la nuova teoria accadrebbe esattamente l'opposto: il muscolo si contrae per consentire l'accomodazione, aumentando la tensione della lente che si fa più sottile alla periferia, ma aumenta la curvatura al centro. Da qui una diversa interpretazione della presbiopia che imputa il fenomeno al fatto che nel corso della vita il cristallino continua a crescere, aumentando ogni anno di 0,02 millimetri. "Con la crescita del cristallino si riduce lo spazio a disposizione del muscolo, di conseguenza le sue fibre sono lasse e, anche se si contraggono, non riescono a modificare la curvatura del cristallino" spiega Umberto Merlin, oculista a Rovigo e past‑president della S.O.I., la Società Oftalmologica Italiana. Da qui anche l'idea di un nuovo metodo per correggere la presbiopia: "Se si riesce ad aumentare il diametro del bulbo, lo spazio fra cristallino e muscolo ciliare aumenta, le fibre tornano a essere in tensione e una piccola contrazione del muscolo riesce a trasmettere la tensione alla periferia del cristallino" chiarisce ancora Merlin. Ed è questo il principio su cui si basa la cosiddetta LaPR, Laser Presbiopia Reversal, che viene eseguita grazie a un particolare laser, il laser a erbio. "Si tratta di uno strumento che non sprigiona calore.
Non riscaldando il tessuto, il laser a erbio permette di vaporizzare piccole parti di tessuto sclerale senza provocare lesioni o infiammazioni", spiega Stefano Pintucci, l'oculista romano che ha al suo attivo 150 interventi. La procedura dura circa 40 minuti e i due occhi vengono operati nella stessa seduta: dopo l'applicazione di un collirio anestetico, nella sclera vengono praticate con il laser 8 incisioni di pochi millimetri di lunghezza. "è un intervento che si fa sulla "carrozzeria" dell'occhio ‑ spiega lo specialista. Le ablazioni praticate permetteranno a questa parte dell'occhio di espandersi e di guadagnare lo spazio perso". Il recupero della vista è praticamente immediato e tende a migliorare nelle settimane successive, man mano che il muscolo si "allena". Ma non tutti sposano la nuova teoria e sono molti a raccomandare cautela. "La letteratura è divisa: studi recenti sulla fisiopatologia dell'accomodazione sarebbero orientati a smentire la teoria di Schachar e a confermare quella classica ‑ avverte Pasquale Troiano dell'Università di Milano. Sarei cauto prima di dire che con questo intervento abbiamo risolto la presbiopia; direi, piuttosto, che è un'opzione in alcuni casi selezionati". La tecnica non può infatti essere proposta se la sclera è sottile o troppo rigida e in caso di infiammazioni dell'occhio. Inoltre, prima di eseguire la LaPR, è necessario correggere con la chirurgia refrattiva altri difetti visivi (miopia, ipermetropia e astigmatismo) eventualmente presenti.
(Franco Marchetti – Corriere della Sera, 21 maggio 2006)
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
CFS: LA SINDROME DA STANCHEZZA CRONICA
"è proprio ... nato stanco ...!": questa fino a poco tempo fa era la considerazione che veniva fatta in risposta a chi si lamentava di sentirsi sempre stanco anche quando non aveva fatto alcuno sforzo ... e forse mai frase fu più giusta! Questa condizione di stanchezza continua è una vera e propria malattia e le ultime ricerche puntano il dito sulla genetica, nel tentativo di chiarirne le origini e trovare una terapia efficace e, soprattutto, definitiva. Una ricerca dell'Università di Wichita, in Texas, dove un gruppo di ricercatori ha tenuto sotto controllo, con visite, esami clinici e test genetici, oltre 200 pazienti affetti dalla "sindrome da stanchezza cronica (CFS)", ha evidenziato variazioni della sequenza genetica in cinque geni responsabili del controllo della risposta allo stress. Anomalie genetiche che rendono l'individuo più vulnerabile allo stress fisico e psichico.
Definizione e Sintomi Nel dicembre 1994, un gruppo internazionale di studio sulla Sindrome da Fatica Cronica, costituito dai Centers for Disease Control (CDC) di Atlanta - USA, tra i quali il Prof. Umberto Tirelli, unico rappresentante dell'Italia, ha pubblicato sugli Annals of Internal Medicine (15 Dicembre 1994, Fukuda et al.), una nuova definizione della CFS che rimpiazzava la definizione pubblicata sei anni prima. Nella nuova definizione un caso di Sindrome da Stanchezza Cronica è definito dalla presenza delle seguenti condizioni:
ed inoltre devono essere presenti quattro o più dei seguenti sintomi, anche questi presenti per almeno 6 mesi: - disturbi della memoria e della concentrazione tali da ridurre i precedenti livelli di attività occupazionale e personale - faringite - dolori delle ghiandole linfonodali cervicali e ascellari - dolori muscolari e delle articolazioni senza infiammazioni o rigonfiamento delle stesse - cefalea di tipo diverso da quella presente eventualmente in passato - sonno non ristoratore - debolezza post esercizio fisico che perdura per almeno 24 ore Vi sono numerosi altri sintomi tipici della CFS come irritabilità, depressione, febbre, disturbi della vista, sintomi che variano a seconda dell'individuo. La complessità della sindrome da stanchezza cronica e l'esistenza di diversi ostacoli alla sua comprensione rendono necessario un approccio integrato per lo studio di questa patologia e di patologie similari. Il concetto di fatica è di per sé non chiaro, e sviluppare una definizione operativa di fatica è stato un problema per gli autori. Comunque nella concezione degli autori, il sintomo fatica si riferisce a una spossatezza molto grave, sia mentale che fisica, che si determina anche con uno sforzo fisico minimo, oltre che ovviamente, per definizione, non dovuta ad una malattia nota, e che differisce dalla sonnolenza e dalla mancanza di motivazione. La CFS è stata
riportata in tutto il mondo, compresa l'Europa, l'Australia, la Nuova
Zelanda ed il Canada, l'Islanda, il Giappone, la Russia ed il Sudafrica. La causa esatta della sindrome da stanchezza cronica (CFS) è sconosciuta. Si ritiene che alla base vi possa essere una risposta anomala del sistema immunitario ad una infezione o ad una intossicazione chimica o alimentare. Alcuni ricercatori sospettano che sia causata da un virus, tuttavia, nessuna causa virale è stata identificata. La CFS si presenta il più comunemente in giovani e donne intorno ai 35 - 40 anni ed è praticamente assente negli anziani (oltre i 65-70 anni). Si rilevano alcuni rari casi nell'età pediatrica. Nessun dato
indica che la CFS è contagiosa o che le persone devono essere isolate. La presenza di una fatica cronica prolungata richiede una valutazione clinica. Perché venga fatta diagnosi di CFS da parte del medico è necessario che:
è quindi necessario escludere altre possibili cause per presupporre una diagnosi di fatica cronica, come ad esempio: - apnea notturna - narcolessia - disturbi endocrini (ad esempio: ipotiroidismo o ipertiroidismo) - epatite B o C non risolte - abuso di alcool, droghe o altre sostanze - obesità severa - lupus eritematoso sistemico - effetti collaterali ai farmaci - disordini immunitari o autoimmunitari - cancro - anoressia o bulimia nervosa - disturbi ai muscoli o al sistema nervoso (sclerosi multipla) - disturbi depressivi maggiori, demenza, disordini bipolari, schizofrenia - altre malattie (cuore, reni, infezioni epatiche). Non esistono esami specifici per confermare la diagnosi di CFS, ma sono usualmente effettuati esami diagnostici per escludere altre possibili cause. Il trattamento Non esiste ad oggi un farmaco specifico per la CFS. I trattamenti effettuati servono a ridurre i sintomi quale il dolore muscolare e alle ossa, gli stati febbrili associati alla malattia. Molta gente con CFS avverte la depressione ed altri problemi psicologici che possono migliorare con un adeguato trattamento. Ai pazienti con CFS non è consigliabile effettuare una vita sociale attiva, ma una moderata esercitazione fisica può anche essere utile. Presso il Centro di Riferimento Oncologico di Aviano, sono stati compiuti una serie di studi, il primo dei quali con la descrizione della prima serie di pazienti italiani con le loro caratteristiche cliniche (U. Tirelli et al., Arch Intern Med, 153, Jan 11, 1993, 116-120), la valutazione delle alterazioni immunologiche nei pazienti con CFS (U. Tirelli et al., Scand. J. Immunol. 40, 601-608, 1994), la valutazione delle alterazioni cerebrali con una sofisticata metodologia di diagnosi radiologica, la PET (U. Tirelli et al., The American Journal of Medicine, 105 (3A) 54S-58S, 1998), l'eventuale rapporto della CFS con i tumori maligni, lo studio di nuovi farmaci, in particolare immunoglobuline ad alte dosi, magnesio, acetilcarnitina, antivirali come amantadina e acyclovir ed immunomodulatori come timopentina. Complessivamente si può affermare che questa patologia debilitante perdura in molti pazienti per diversi anni, mentre in altri, spontaneamente o con l'intervento farmacologico, tende a migliorare nel tempo. Vi sono anche casi guariti ed altri che hanno avuto un notevole beneficio dai trattamenti adottati. I pazienti sono solitamente giovani e donne con un età media intorno ai 35-40 anni. La CFS è praticamente assente negli anziani (oltre i 65-70 anni), ma vi è qualche caso pediatrico. Presso l'unità CFS della Divisione di Oncologia Medica A del Centro di Riferimento Oncologico (CRO) di Aviano sono stati osservati ad oggi oltre 500 casi di CFS, con i criteri dei CDC di Atlanta. Recentemente l'Istituto Nazionale delle Allergie e delle Malattie Infettive dei National Institutes of Health statunitensi ha prodotto un volumetto dal titolo "Chronic Fatigue Syndrome. Informazione per i medici". L'autorevolezza della fonte dovrebbe fugare dubbi, se ancora ve ne fossero, sulla esistenza della sindrome. Vi sono oggigiorno diverse terapie per la CFS, molte delle quali possono alleviare i sintomi e la sintomatologia generale, ma non esiste ancora un trattamento definitivo. Nuove speranze provengono da un nuovo farmaco l'Ampligen, che è un modificatore della risposta biologica, precisamente è l'acido ribonucleico a doppia elica, "mismatched" cioè spaiato, che esercita attività tra di loro correlate: attività immunomodulatoria, attività antivirale contro virus sia RNA che DNA e attività antitumorale. L'Ampligen regola l'espressione e l'azione di varie citochine, tra le quali l'interferone, l'interluchina e il tumor necrosis factor ed altri componenti del sistema immunitario quali macrofagi, linfociti natural killers, linfociti T e B. Inoltre l'Ampligen interviene direttamente nell'attivazione antivirale e immunitaria modulando specifici enzimi importanti per questi processi. Per queste attività biologiche l'Ampligen è stato testato in diversi studi su pazienti con CFS, dimostrando attraverso test obiettivi ed analisi statistiche la propria attività. Infatti è in grado di ridurre significativamente i sintomi ed aumentare il performance status del paziente. Inoltre è stato in grado, in uno studio randomizzato a doppio cieco, di aumentare la capacità di svolgere attività giornaliere di lavoro riducendo pertanto il livello di supporto richiesto. In tutti i
trials nei quali è stato testato, l'Ampligen è stato molto ben tollerato
e non si sono evidenziati effetti collaterali importanti. L'Ampligen è
stato già valutato sia in USA dalla Food and Drug Administration che in
Europa dall'EMEA. Entrambe le Agenzie hanno richiesto ulteriori indagini
scientifiche per l'approvazione dell'Ampligen, che attualmente sono in
atto.
Complessivamente si può affermare che questa patologia debilitante
perdura in molti pazienti per diversi anni, mentre in altri,
spontaneamente o con l'intervento di farmaci tende a regredire. Alcune complicazioni nel corsi della malattia possono essere rappresentate da: - l'isolamento
sociale causato dallo stato di affaticamento Visita dal medico Se ritenete di avere un problema relativo alla sindrome da fatica cronica, Vi consigliamo di consultare il Vostro medico curante, che, se lo riterrà opportuno, potrà richiedere indagini successive. Al riguardo forniamo i Centri di Riferimento che l'Istituto Superiore della Sanità ha identificato per valutare la Sindrome da Fatica Cronica.
PER SAPERNE DI PIù: CFS - Sindrome da Stanchezza Cronica
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
|
FISIOTERAPIA? "NON è PER TUTTI" di Maria Gullo
Nuova polemica per le categorie sanitarie non mediche: pomo della discordia una recente norma che stabilisce l'equipollenza tra i fisioterapisti e i laureati in Scienze motorie ‑ definiti nel decreto del 1998, che istituiva lo specifico corso di laurea, professione non sanitaria ‑ previa una sorta di tirocinio su paziente ancora da decidere. "Fallito per ora il tentativo di correggere la norma grazie a un emendamento del governo", specifica Vincenzo Manigrasso, presidente dell'Associazione Fisioterapisti (Aifi), "aspettiamo la prossima legislatura ma sostanzialmente la norma è delegittimata, è anticostituzionale: ogni corso di laurea porta alla formazione di una figura professionale diversa dalle altre e un semplice corso non sostituisce anni di studi". Secondo i fisioterapisti, la legge incrementerà i rischi per la sicurezza dei cittadini, già compromessa dall'abusivismo dilagante. Che sia diversa la formazione tra le due professioni lo dimostrerebbe il fatto che nell'eventuale passaggio da Scienze motorie a Fisioterapia i crediti riconosciuti sono ben pochi. Si tratterebbe dì occuparsi, senza preparazione. tra l'altro di malati di Parkinson, Alzheimer. "Anche nei controlli delle strutture pubbliche o accreditate sulle qualifiche si creano spesso dei buchi, figuriamoci nel privato, specie al centro‑sud. Più volte abbiamo segnalato ai Nas che laureati in Scienze motorie si occupavano di riabilitazione magari per patologie neurologiche cui non sono preposti: possono solo occuparsi dell'organismo sano". Intanto arriverà a breve il decalogo antiabusivismo elaborato da Aifi e Tdm. Il Tdm ha denunciato che negli ultimi anni si sono triplicati i reclami per disservizi e scarsa professionalità proprio nella riabilitazione e prevenzione della disabilità. Maggior controllo formale sulla qualità e sugli aspetti deontologici verrà anche dalla istituzione dell'Ordine Professionale, che il governo ha delega di istituire già dal 24 gennaio. il fisioterapista "generalista" è pronto a fine triennio, quando già possiede, precisa l'Aifi "gli strumenti per la valutazione delle patologie e le competenze per strutturare specifici percorsi terapeutici, affrontando tutte le patologie e i campi, dal neurologico, all'ortopedico, al viscerale, al cardiocircolatorio". Poi con master ed Ecm ci si specializza, in pediatria piuttosto che in terapia manuale, fatto salvo che la specializzazione universitaria biennale è più orientata al management. "Continueremo la nostra protesta, ricorreremo agli organismi europei, ma", assicurano, "senza fame pagare lo scotto ai cittadini".
Associazione Laureati in Scienze Motorie (Anlism): "In sanità. Da sempre" "LA NUOVA norma offre la possibilità di riavere il titolo, negatoci nel '98, di operatori sanitari quali siamo da sempre", controbatte Giuseppe Santoro, presidente dell'Associazione Laureati in Scienze motorie (Anlism), "regalato" invece nel '94 ai fisioterapisti nonostante l'assenza di una tradizione formativa come la nostra. Gli interventi di prevenzione, funzione e riabilitazione delle aree della motricità, citati dalle leggi come loro competenze sono di piena competenza anche dei laureati in Scienze Motorie che studiano il movimento, le patologie correlate e gli specifici protocolli per la riabilitazione di funzioni motorie perse. Il vero abuso è quello di fare diagnosi! Però anche tra i presidi di facoltà di Scienze Motorie, c'è chi si dichiara contrario. La replica: "Nel decreto sono previsti training specifici per ottenere l'equipollenza". (2 marzo 2006: Repubblica Salute - Anno 12, n. 481)
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
Certo gli elettrostimolatori
possono essere utili nel recupero dopo un infortunio, o nella ginnastica
pre-operatoria, quando è importante mantenere un buon tono muscolare e
magari non è possibile compiere del movimento. Ma si tratta di
fisioterapia, di condizioni patologiche, in cui si può solo scegliere tra
la completa atrofia del muscolo o il mantenimento di un minimo tono, e
l'unica possibilità è quella di limitare i danni. La domanda è dunque una: l'elettrostimolatore è in grado di far tutto questo? La risposta, l'avrete capito, non può che essere negativa, e per alcune importantissime ragioni. Il primo evidente limite dell'elettrostimolatore
risiede nell'attivazione non specifica della meccanica muscolare. La seconda ragione sta nel fatto
che nel mondo dell'allenamento, esclusi alcuni sport dove è richiesto
dalla disciplina, è stato abbandonato l'uso delle contrazioni isometriche,
cioè quelle in cui non si sviluppa movimento. La ragione è abbastanza
ovvia, e si rifà al principio della specificità dell'allenamento
(principio del SAID) che, senza farla troppo tecnica, dice che il nostro
corpo deve essere allenato in maniera specifica, in modo simile a ciò che
dovrà fare al momento della prestazione. In buona sostanza, se devo fare
una gara in bicicletta, la gran parte dell'allenamento dovrò passarla in
sella ad una bici; se la mia gara sono i 100 metri, non dovrò allenarmi
con la maratona; e se come gara ho una partita di pallavolo, il miglior
modo di allenarsi è giocare una partita di pallavolo. La terza ragione invece risiede
nella "cascata ormonale" che avviene durante un allenamento. Se ancora questo non bastasse, ci sono ancora due ragioni che vogliamo esporre per farvi pensare: la prima è che il nostro corpo, qualunque movimento debba compiere, lo fa attraverso l'uso contemporaneo di più muscoli, di più gruppi muscolari, inseriti in quella che viene definita catena cinetica. "Ogni movimento umano è caratterizzato dalla modulazione degli interventi muscolari dei muscoli agonisti e antagonisti. I protocolli di stimolazione elettrica sono basati sulla stimolazione dei soli muscoli agonisti. In questo modo, non sono solo i muscoli agonisti a lavorare in maniera non specifica, ma è l'intero sistema agonista-antagonista che non viene propriamente stimolato. Le strutture propriocettive deputate alla modulazione degli interventi muscolari tra agonisti e antagonisti (in prevalenza fusi neuromuscolari e organo tendineo del Golgi) non vengono quindi stimolate in maniera adeguata e specifica. L'assenza di queste stimolazioni a carico delle strutture propriocettive potrebbe sicuramente facilitare l'isorgenza di infortuni (stiramenti e strappi) …" (Carmelo Bosco, 2002). Lavorare con l'elettrostimolatore
rischia di causare un rinforzo di una piccola parte di essa, a scapito di
altre parti, creando così uno squilibrio e dando vita ad uno o più anelli
forti nella catena, a cui corrispondono altrettanti anelli deboli, sedi
sicure di future lesioni. Ascoltate noi: NO PAIN, NO GAIN … e buon allenamento a tutti.
Bibliografia 1- Fox E., Brower R., Foss M.: Le basi fisiologiche dell'educazione fisica, 1995 – Il pensiero Scientifico, Roma 2- Bellotti S., Matteucci E.: L'allenamento sportivo, 1999 – UTET, Torino 3- Weineck J.: L'allenamento ottimale, 2001 – Calzetti Mariucci, Perugia 4- Bosco C.: La forza muscolare – Aspetti fisiologici e applicazioni pratiche, 1997 – Società stampa Sportiva, Roma 5- Bosco C.: La valutazione della forza con il test di Bosco, 1992 - Società stampa Sportiva, Roma 6- Bosco C., Viru A.: Biologia dell'allenamento, 1996 - Società stampa Sportiva, Roma 7- Bosco C.: Scopriamo i pro della vibrazione e i contro degli elettrostimolatori - Fitness e Sport, anno 10, n° 2, 2002.
Gli autori: Umberto Miletto - Dottore in Scienze Motorie, Specializzazione in Scienze e Tecniche dello Sport e dell'Allenamento, Personal Trainer I.S.S.A, Chinesiologo, Preparatore Muscolare. Attualmente titolare dello Studio di Personal Training Miletto, Torino (www.studiomiletto.com) Flavio Rocca - Dottore in Scienze Motorie
|
||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||
sovrappeso, quasi l'11% quelli obesi), Molise (quasi il 35% quelli in sovrappeso, e circa l'11% quelli obesi) e Sicilia (quasi il 37% quelli in sovrappeso e quasi il 10% gli obesi), mentre nel Centro-Nord l'eccesso di peso risulta meno diffuso, soprattutto in Lombardia (dove circa il 31% è in sovrappeso e circa il 7% è obeso) e Trentino Alto Adige (dove circa il 27% è in sovrappeso e oltre il 6% è obeso). Inoltre, sovrappeso e obesità, risultano più diffusi nei piccoli Comuni fino a 2mila abitanti (oltre il 35% è in sovrappeso e circa il 9% è obeso) e in quelli che contano tra i 2mila e i 10mila abitanti (dove il 34% degli abitanti è in sovrappeso e circa il 7% è obeso. Obesità & Età Italiani attenti: più avanzano gli anni e più si muove l'ago della bilancia. Passata la soglia dei 42 anni si verifica il "sorpasso" dell'esercito degli italiani, uomini e donne, in sovrappeso o obesi rispetto a quelli che non devono fare i conti con la linea. Oltre i 42 anni, infatti, la percentuale degli over size (51%) batte quella dei normopeso (47.6%). E più avanzano gli anni e più peggiorano le cose fino ad arrivare alla fascia dei 65-74 anni quando quasi 6 italiani su 10 hanno un girovita eccessivo. La quota di popolazione obesa cresce al crescere dell'età (1.5% tra i 18 e i 24 anni), raggiunge il massimo sopra i 50 anni (13.3% nei 55-64enni e 15.2% nei 65-74enni) per diminuire nelle età più anziane (10% negli ultra75enni). Obesità & Titolo di Studio L'eccesso ponderale è una caratteristica più diffusa nella popolazione adulta con basso titolo di studio - sono sempre i dati Istat a rivelarlo - come licenza elementare o nessun titolo di studio (il sovrappeso interessa circa il 43% e l'obesità quasi il 15%). Gli uomini con basso titolo di studio hanno maggiori problemi di obesità rispetto alle coetanee fino ai 44 anni, hanno gli stessi problemi tra i 45 e i 64 anni ma tra gli ultra75enni con basso titol | ||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||||